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	<title>Nina Rossano &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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	<description>Ente non profit per lo studio e la ricerca sui media</description>
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	<title>Nina Rossano &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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		<title>Viaggio nel cinema ai tempi di Netflix e del Covid</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/10/14/viaggio-nel-cinema-ai-tempi-di-netflix-e-del-covid/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nina Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2021 17:24:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/10/CINEMA-12-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="The space cinema Med" decoding="async" />"Con la crescita di Internet e la nascita dei servizi streaming legali e non, i negozi di videonoleggio sono morti. Il cinema rimaneva sempre lì, resiliente, con la sua aria condizionata, il forte impianto stereo e il profumo/puzza di pop-corn.</p>
<p>Qualcosa è cambiato."<br />
"[...] Così com’era successo con i social media, all’improvviso arrivò all’orecchio questo strano nome: Netflix. C’erano già servizi di streaming on-demand, abbonamenti a Sky, serie TV di produzioni importanti come la HBO. Dove la necessità di scaricarlo, comprare, dividere questo abbonamento?</p>
<p>C’era il cinema, c’era la tv, c’erano i film in streaming online legali e non, quelli delle pay-tv, perché anche Netflix? "<br />
Netflix ricerca la transnazionalità, e non è di certo il primo esperimento mediatico ad avere aspirazioni globali, si pensi a CNN, MTV.</p>
<p>Vuole creare cittadini del mondo. Così recita la pagina ufficiale dell’azienda di Hastings: “Netflix è la più grande rete di Internet TV del mondo, con oltre 70 milioni di abbonati in più di 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 125 milioni di ore di programmi televisivi e film, tra cui serie originali, documentari e lungometraggi.”</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/10/14/viaggio-nel-cinema-ai-tempi-di-netflix-e-del-covid/">Viaggio nel cinema ai tempi di Netflix e del Covid</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/10/CINEMA-12-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="The space cinema Med" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2656" class="elementor elementor-2656">
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									<p>Sono nata nel 1997, corro alla stessa velocità della tecnologia mediatica. Un po’ affanno.</p><p>Sono nata nel periodo d’oro della <em>Blockbuster</em>, famosa società di distribuzione commerciale statunitense fondata nel 1985 da David Cook e fallita nel 2013.</p><p>Quand’ero piccola, la tv era l’unico universo misterioso visivo possibile. Ricordo l’aura sacra che le si librava attorno, creata dalla limitazione temporale imposta dai miei genitori. Guardavo qualcosa sapendo che conteneva tantissimo <em>altro</em>, di cui a volte avevo un assaggio quando rimanevo a casa fingendo una terribile febbre per non andare a scuola e facevo incetta di cereali e programmi ignoti, sola e felice. Per un nuovo episodio di <em>Smallville </em>dovevo aspettare una settimana, intanto in classe attaccavo le figurine dei protagonisti nell’album e staccavo i poster dal <em>Cioè</em> per appenderli nell’armadio. Alle scuole medie andavo con le mie amiche da Blockbuster per scegliere un film.</p><p>Il blu e il giallo mi riempivano gli occhi. Prima il corridoio del genere filmico, poi ti lasciavi guidare dall’istinto o meglio, dal gusto per la locandina e da quell’accenno di trama presente dietro ogni DVD in commercio.</p><p>Con la crescita di Internet e la nascita dei servizi streaming legali e non, i negozi di videonoleggio sono morti. Il <strong>cinema</strong> rimaneva sempre lì, resiliente, con la sua aria condizionata, il forte impianto stereo e il profumo/puzza di pop-corn.</p><p>Qualcosa è cambiato.</p>								</div>
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									<p>Intorno al lontano 2008 girava voce che c’era questa cosa chiamata <em>Facebook.</em></p><p>Lentamente le chat di <em>MSN</em> furono abbandonate per le pagine azzurre di Facebook.</p><p>Frasi del tipo “Ti ho taggato” hanno iniziato a invadere il campo linguistico divenendo da aliene, consuete, sostituendo i famosi “trilli”.</p><p>Con l’implementazione delle app, un’icona verde e bianca, <em>Whatsapp, </em>è divenuta il mezzo di comunicazione principale per non spendere soldi in SMS ed iniziare a condividere altro (foto, video, messaggi vocali); e poi il boom di <em>Instagram</em>, le foto postate <em>direttamente</em> dai propri artisti preferiti e l’occasione di diventarlo, l’inizio della nuova era di personalizzazione, voce propria, antidoto alla solitudine, ma, allo stesso tempo anche rischio di inevitabile omologazione.</p><p>Così com’era successo con i social media, all’improvviso arrivò all’orecchio questo strano nome: <strong><em>Netflix</em>.</strong> C’erano già servizi di streaming on-demand, abbonamenti a Sky, serie TV di produzioni importanti come la HBO. Dove la necessità di scaricarlo, comprare, dividere questo abbonamento?</p><p>C’era il cinema, c’era la tv, c’erano i film in streaming online legali e non, quelli delle pay-tv, perché anche Netflix? </p><p>Questo oramai colosso dell’industria audiovisiva nasce con una formula basata sulla <strong>convenienza</strong> e cresce appoggiandosi al <em>comfort</em> <em>hd</em> che l’uomo desidera, in sintonia con <em>Just Eat</em>.</p><p>Due forti &#8220;pallini&#8221; americani (home entertainment ed e-commerce).</p><p>L’azienda fiorisce nel 1997 a Los Gatos, in California, fondata da un responsabile delle vendite dirette, Marc Randolph, e da un imprenditore laureato a Stanford, Reed Hastings. Inizia come servizio per noleggio di DVD, VHS e videogiochi tramite posta. Ci si collegava al sito web, si sceglieva il film e si attendeva l&#8217;arrivo via posta, il tutto per circa 6 dollari.</p><p>La formula stentò a prendere il volo e Hastings decise di passare all’abbonamento mensile <em>no-limits</em>. Sceglievi 3 titoli, ricevuti via posta, potevi restituirli e riceverne altri anche più volte nello stesso mese.</p><p>Nel febbraio 2007, Netflix decise di affiancare una piattaforma per lo streaming video con la stessa modalità. Fece fuori Blockbuster. Il rosso e il nero spazzarono via il blu e il giallo.</p>								</div>
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									<p>Netflix ricerca la <strong>transnazionalità</strong>, e non è di certo il primo esperimento mediatico ad avere aspirazioni <strong><em>globali</em></strong>, si pensi a CNN, MTV.</p><p>Vuole creare <em>cittadini del mondo</em>. Così recita la pagina ufficiale dell’azienda di Hastings: “Netflix è la più grande rete di Internet TV del mondo, con oltre 70 milioni di abbonati in più di 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 125 milioni di ore di programmi televisivi e film, tra cui serie originali, documentari e lungometraggi.”</p><p>Quando un individuo guarda qualcosa che anche il resto del mondo sta guardando, ciò lo lega ad una collettività di cui egli abbisogna. Sulla piattaforma infatti ogni giorno viene pubblicata e costantemente aggiornata, la classifica dei programmi più guardati da tutti gli altri utenti che non sono te, la top ten.</p><p>Netflix cresce con la novità della distribuzione di tutti gli episodi di una serie contemporaneamente, il che permette elevatissime esperienze di <strong><em>binge watching</em></strong><em> –</em> pratica sviluppatasi intorno agli anni 50 del ventesimo secolo, con la nascita di serie tv di successo come <em>Ai confini della realtà</em> – che consiste nel consumare prodotti mediatici “senza sosta”, il termine è infatti un <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Neologismo" rel="nofollow noopener" target="_blank">neologismo</a> che deriva dall&#8217;unione di <em>binge</em>, traducibile come abbuffata, e <em>watching</em>, ossia visione.</p><p>Il binge watching trasporta lo spettatore in una dimensione temporale totalmente altra, lo assorbe, lo mastica e lo risputa.</p><p>A fine visione egli si trova spiazzato, forse non ricorda più niente, tanti personaggi e caratteri in sé stesso, e, data l’esperienza totalizzante oramai terminata, l’unico modo per procedere nel nuovo mondo fisico è appunto procedere, passare al prossimo, reset.</p><p>Non ci si attacca visceralmente al prodotto, e  l’affetto ha bisogno di tempo, noi esseri umani funzioniamo così, il tempo ha bisogno di essere tempo.</p><p>Forse uno dei pochi prodotti targati Netflix che è riuscito a creare un rapporto con lo spettatore simile ai prodotti degli anni ottanta-novanta è stato <em>Stranger Things </em>(2016-in produzione), serie ideata da Matt e Ross Duffer, che, non a caso, è ambientata negli anni ottanta e gioca propria con quello specifico modo di consumare prodotti e ascoltare musica, un modo affettivo, analogico, lo fa ricordare allo spettatore che, oltre a legarsi alla storia, si lega a quei modi.</p><p>Netflix gioca con il <strong><em>potere</em></strong>. </p><p>Così come <em>Just Eat</em>, Netflix si appoggia ad una strategia di marketing che lo rende apparentemente un<em> servo-del-cliente</em>. Come spiega l’autore e professore di media e comunicazione Ramon Lobato in <em>Netflix Nations: Geografia della distribuzione digitale </em>(2019), una caratteristica comune alle piattaforme dei digital media è che si affidano ad algoritmi di raccomandazione, si pensi al Netflix Prize del 2006-2009 da un milione di dollari, per migliorare i poteri predittivi del 10%: “In questo modo, lo spettatore è posizionato come il <strong><em>navigatore-utente supremo</em></strong> di un archivio infinito di contenuti audiovisivi, quando è ovviamente limitato, finito”.</p><p>Netflix ha a che vedere con trasformazioni sociali e tecniche a lungo termine e su vasta scala, come spiega Lobato “l’elettrificazione e l’illuminazione, le forme architettoniche moderne che si basano sulla separazione tra spazio pubblico e privato, i salotti, i soggiorni per guardare la tv e camere da letto in cui godersi Netflix e le pratiche sociali delle famiglie che accolgono dentro casa quella tecnologia” lo rendono un modo di interfacciarsi alla realtà che resta associato a una popolazione occidentale, capitalista, borghese.</p><p>Di fatto, l’individuo appartenente a questa fascia di popolazione, diventa estremamente abile nello <strong><em>scrolling</em></strong>. Lo scrolling della scelta filmica, già di per sé nuova esperienza che può durare anche più del consumo del prodotto che verrà scelto,  avvicina <strong>l’utente di servizi di streaming</strong> all’<strong>utente dei social media</strong>. </p>								</div>
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									<p style="text-align: center;">*****</p><p>Oggi giorno esistono tanti modi di “vivere” e di “scrollare”.</p><p>Quando conosci una persona nuova non sai se è presente nel mondo digitale, non sai se posta meme, non sai se è nel suo periodo di “pausa dai social”.</p><p>In <em>Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World</em> (2019), il saggista e accademico statunitense Calvin C. Newport, sostiene che bisognerebbe stabilire una “filosofia d’uso della tecnologia” proponendo al lettore di intraprendere un mese di <em>digital detox</em> per poi reintrodurre lentamente le diverse app che utilizziamo ogni giorno. L’autore suggerisce che il “minimalista digitale” deve costantemente tenersi impegnato poiché senza la tecnologia la vita può essere noiosa.</p><p>Nell’ultimo capitolo di <em>How to Do Nothing: Resisting the Attention Economy</em> (2019), la scrittrice statunitense Jenny Odell compie una riflessione a proposito del destino dell’essere umano in rapporto alla società ipertecnologica da lui creata e al contesto ecologico. Descrive il dipinto del 1872 “Progresso americano&#8221; di John Gast che raffigura il <strong><em>Destino Manifesto</em></strong>, l&#8217;idea che i bianchi che si spostarono verso ovest fossero una forza civilizzatrice. Nel dipinto, un angelica donna in abiti bianchi cammina verso ovest assieme ai coloni statunitensi che stendono i cavi del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Telegrafo" rel="nofollow noopener" target="_blank">telegrafo</a> durante il viaggio mentre “gli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Nativi_americani" rel="nofollow noopener" target="_blank">indiani d&#8217;America</a> e gli animali selvatici scappano (o aprono la strada) nel buio del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/West" rel="nofollow noopener" target="_blank">West</a> ‘incivilizzato’&#8221;. Odell immagina lo &#8220;Smantellamento del Manifesto&#8221; che, annullerebbe il danno del Destino Manifesto facendo i conti con l&#8217;assalto della produttività al mondo vivente, spingendo per un ritorno ad un paesaggio più ecologico. </p><p>Camminando per strada capita di sentire: “X ha guardato la mia storia, mica lo invito stasera?”. Per <em>storia, </em>la persona x in questione si riferisce ovviamente alle <strong>storie di Instagram</strong>, ulteriore strumento a noi fornitoci per condividere momenti con il mondo con cui siamo connessi e creare micro-dinamiche sociali digitali ma reali. Con la comparsa del <strong>covid-19</strong> questi nuovi modi di relazionarsi con l’altro hanno accelerato, il digitale si è mischiato con il fisico in modo totalmente inedito per l’essere umano, che è cambiato.</p><p>L’uomo si adatta sempre. E quindi nasce <strong>TikTok</strong>.</p>								</div>
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									<p><strong><em>Second screening,</em></strong> in inglese, è la pratica di guardare un programma alla televisione – first screen – e contemporaneamente usare uno smartphone o un tablet o altro dispositivo (second screen). I dispositivi tecnologici sono protesi. Difficile concentrarsi, difficile decidere di interrompere la visione di un film che in realtà non ti prende troppo e attivarsi, soprattutto se lo schermo non ti permette di osservare la totalità della fisicità dell’attore ed è facile “mancargli di rispetto” guardando altrove; difficile, annoiarsi; difficile sprecare la propria attenzione quando il mondo è ecologicamente al collasso e si gira per strada con una maschera.</p><p>Ed i cinema, che ad oggi sono tra i pochissimi luoghi rimasti dove i nostri amici cellulari devono essere silenziosi o spenti – quando invece è l’essere umano ad <em>essere</em> spento? – sono ancora lì, almeno per ora.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">2020: cinema chiusi a Napoli per lockdown</h2>				</div>
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									<p>La crisi dei cinema era già avviata prima della pandemia. Sul web si possono trovare numerosi <a href="https://www.ansa.it/lifestyle/notizie/societa/nuove_abitudini/2017/10/16/cinema-fuga-dalla-sala-incassi-giu-e-giovani-altrove_4a696013-3605-46a1-b1eb-78efbff41a87.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">articoli</a> risalenti al 2017 che parlano dello scarso pubblico nelle sale.</p><p>Con Avviso risalente al 20 gennaio 2021, L’ANICA ha <a href="http://www.anica.it/news/news-anica/il-cinema-in-sala-nel-2020-i-dati-del-box-office-sintesi-relazione-e-tabelle" rel="nofollow noopener" target="_blank">pubblicato</a> le notizie relative all’andamento del box office. Nell’anno dell’inizio della pandemia, il 2020, nelle sale cinematografiche italiane, per ovvie questioni di quarantena e conseguente chiusura dei cinema, rispetto al 2019, si è registrata una diminuzione degli incassi e delle presenze rispettivamente del 71,30% e del 71,18%. Negli ultimi venti anni, su tutto il territorio italiano, sono stati chiusi più di 2.000 cinema. Una forte indifferenza ha favorito operazioni immobiliari speculative consentendo la dismissione dei cinema alterandone la destinazione d’uso a favore di altre funzioni commerciali (supermercati, outlet, fast food, ecc.).</p><p>La domanda, quindi, sorge spontanea: con il <em>green pass</em>, le persone stanno tornando nei cinema?</p><p>I cinema sono ancora d’attrattiva per il grande pubblico vaccinato?</p><p>Stiamo ovviamente parlando di un pubblico estremamente differenziato rispetto al passato, ognuno ha la sua serie preferita, ognuno può permettersi di divenire il perfetto modello di &#8220;cinefilo di sé stesso&#8221;.</p><p>Vale la pena spendere quasi dieci euro per un unico prodotto quando allo stesso prezzo possiamo avere un numero altissimo di film o serie o altro a disposizione?</p><p>Netflix è più democratico dei cinema? Quanto questa democrazia incide sulla qualità e sull’affetto?</p><p>Cosa ci perdiamo e cosa conquistiamo?</p><p>Dipende dalle modalità con le quali il singolo soggetto interagisce con l’esterno, e queste modalità sono individuali e individualmente controllabili.</p><p>Dal punto di vista tecnico, realizzare a casa propria un impianto <em>home theater</em> è alla portata di quasi tutte le tasche di un pubblico che spenderebbe dieci euro per un film.</p>								</div>
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									<p>Tra i motivi che spingerebbero necessariamente al cinema, c&#8217;è la proiezione di film inediti. Ma, considerando che alcuni film stanno uscendo contemporaneamente in streaming, questa motivazione sta venendo meno.</p><p>Con l’ultimo DM “finestre” n. 172/2021 in Italia il ministro Franceschini ha imposto un vincolo di uscita e permanenza esclusiva in sala dei film prima della loro distribuzione sulle piattaforme e in televisione a 30 giorni. L’ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) ne ha subito <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2021/05/02/cinema-torna-obbligo-sala-prima-di-streaming-ma-e-polemica_74d8a307-2567-4abf-9b2d-0408d9f4e5ff.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">sottolineato</a> l’inutilità per la produzione italiana: “Un provvedimento che intende porre un equilibrio fra i film italiani e quelli internazionali, dimenticando però che in sala sono pianificati, per i primi mesi e salvo occasionali eccezioni, solo film di produzione straniera mentre i titoli nazionali, sostenuti con ingenti investimenti del Ministero, si concentrano con l’uscita in sala in pochi mesi l’anno. Se di riequilibrio si deve parlare, allora da giugno che il Ministro proceda con provvedimenti per portare in sala i film italiani, così come pianificato con quelli internazionali.”</p><p>La Warner Bros.  recentemente ha compiuto un importante dietrofront rispetto a scelte prese nel dicembre 2020 ed ampiamente contestate. La major ha siglato con il circuito AMC Theatres, la più grossa catena statunitense di cinema, un accordo che prevede una “finestra cinematografica esclusiva” di 45 giorni a partire dal 2022. «Siamo felici che Warner Bros. abbia deciso di allontanarsi dalle uscite in contemporanea al cinema e in streaming», ha dichiarato Adam Aron, Ceo di AMC.</p><p>Fin dal 1992, la Francia si è dotata di una legislazione mirata in materia di salvaguardia e rilancio delle sale cinematografiche presenti sul territorio nazionale. Con la “legge Sueur” gli enti locali vengono supportati dallo Stato a sovvenzionare società private di gestione di sale cinematografiche.</p>								</div>
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									<p>Per il sociologo francese Edgar Morin, nel buio della sala cinematografica, lo spettatore non può interagire con le immagini, costretto in tal modo ad interiorizzare le proprie emozioni che vengono amplificate dall’impossibilità di esternarle: «l’assenza di partecipazione pratica determina dunque un’intensa partecipazione affettiva: veri e propri transfert si determinano tra l’animo dello spettatore e lo spettacolo dello schermo». L’immobilità coatta dello spettatore corrisponde a un aumento dell’esperienza emozionale, nessuna distrazione è consentita, nessun second screen e di conseguenza sono favoriti fenomeni di proiezione-identificazione che per Morin rappresentano una caratteristica essenziale del cinema.</p><p>Dal punto di vista umano, la sala cinematografica resta un’esperienza sociale funzionale al sentimento di  collettività e alla necessità dell’individuo di astrarsi tenendo il cuore in mezzo agli altri, perché come scrisse il poco conosciuto poeta svedese Gunnar Ekelof “l’astratto è l’unica cosa pratica, alla fine”.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/03/Nina-Rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/nina-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Nina Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Membro del Consiglio Direttivo Associazione Media Studies. Laureata in Sociologia, successivamente ha conseguito una laurea magistrale in Cinema, Televisione e Produzione multimediale. Dal 2017 è Social Media Manager e Content Editor di InterSkills srl</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/10/14/viaggio-nel-cinema-ai-tempi-di-netflix-e-del-covid/">Viaggio nel cinema ai tempi di Netflix e del Covid</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Coscienza e genere nel corpo elettrico</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/07/19/coscienza-e-genere-nel-corpo-elettrico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nina Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2021 13:45:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/ex-machinalrr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="donna umana e donna robot" decoding="async" />Il rapporto tra corpo e coscienza è al centro della rappresentazione dello scrittore, regista e sceneggiatore Alex Garland nel film Ex Machina (2015).<br />
La ripresa di una narrativa fantascientifica attraverso la figura della fembot  (robot dalle sembianze femminili), e la sua rivoluzione silenziosa ad opera di Garland, è uno strumento potente per andare ad avvalorare, quasi come la citazione d’un fan, la potenza culturale della stessa letteratura fantascientifica, navigando attraverso la genderizzazione “queer” di quei corpi elettrici.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/07/19/coscienza-e-genere-nel-corpo-elettrico/">Coscienza e genere nel corpo elettrico</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/ex-machinalrr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="donna umana e donna robot" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2098" class="elementor elementor-2098">
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									<p><em>Il rapporto tra corpo e coscienza è al centro della rappresentazione dello scrittore, regista e sceneggiatore Alex Garland nel film <strong>Ex Machina </strong>(2015). Ed è lo spunto di questa riflessione </em><em>(già oggetto dei miei studi universitari), sollecitata </em><em>da un personale e sentito come necessario bisogno di comprendere una condizione umana in crescente processo di mutazione, nonché i nuovi modi di vedere la realtà e la natura in un momento storico soggetto a trasformazioni antropologiche, tecnologiche ed ambientali sostanziali. </em></p>
<p><em>La ripresa di una narrativa fantascientifica attraverso la figura della fembot  (robot dalle sembianze femminili), e la sua rivoluzione silenziosa ad opera di Garland, è uno strumento importante per andare ad avvalorare, quasi come la citazione d’un fan, la potenza culturale della stessa letteratura fantascientifica, navigando attraverso la genderizzazione “queer” del corpo elettrico. Letteratura che, nell’analisi della filosofa Donna Haraway, risulta uno dei pochi prodotti che s’interroga sulle questioni di liberazione di gender, riproduzione ed identità senza scadere in femminismi imperialisti alla Catharine MacKinnon.</em></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd">La storia</span></h4><p>La trama del film si sviluppa seguendo la storia di <strong>Caleb</strong> (Domhnall Gleeson), un giovane programmatore informatico che vince un concorso aziendale per trascorrere una settimana con <strong>Nathan</strong> (Oscar Isaac), l’amministratore delegato e fondatore della società per cui lavora, la <em>BlueBook</em>. La sua permanenza nella casa/laboratorio di Nathan consisterà nella sperimentazione di un’intelligenza artificiale attraverso un test di Turing di cui Caleb sarà la componente umana.</p><p>A differenza del consueto svolgimento, in questo caso Caleb sa che interagirà con un’intelligenza artificiale e, per la precisione, con l’ultimo modello costruito da Nathan: <strong>Ava</strong> (Alicia Vikander). Il motivo di questa scelta è, secondo la spiegazione di Nathan, da ricercarsi nella sofisticatezza di progettazione di Ava e quindi nel voler sondare non la sua capacità di imitazione dell’essere umano, bensì la sua <em>coscienza</em>. In questo quadro, viene presentato anche un quarto personaggio, la servizievole <strong>Kyoko</strong> (Sonoya Mizuno), una silenziosa donna giapponese che si scoprirà essere un’altra I.A.</p><p>Durante le sei sessioni di incontro, Caleb si innamora di Ava ed insieme progettano un piano di fuga. Non tutto va come previsto: Ava in realtà non ha intenzione di evadere legandosi a Caleb. Per caso e per strategia, Ava finirà per uccidere il suo creatore, Nathan, e abbandonerà Caleb, senza via di fuga, nei sotterranei iper-elettrici della casa.</p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;font-size: 1.25em;letter-spacing: 0px">La creazione e lo stress del creatore</span></h4>
<p>Il film è, al livello più esterno, un elogio della creazione. A partire dal nome di Ava che rimanda a quello di Eva, figlia della creazione di uno dei testi più emblematici della stessa (creazione), <em>La Bibbia</em>, per passare alle composizioni classiche di Franz Schubert e Johann Sebastian Bach che accompagnano i personaggi tra i corridoi minimalisti della casa, alla casa stessa, un’architettura“mid-century classic with a Scandivian tilt<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>” ispirata a quella del giapponese <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tadao_And%C5%8D" rel="nofollow noopener" target="_blank">Tadao Andō</a> e caratterizzata da pareti su cui campeggiano sculture di volti africani che fanno eco alle maschere dalle sembianze umane da impiantare sulla testa di automi esposte nei sotterranei del laboratorio di Nathan.</p>
<p>Egli è Il creatore, ma è umano, bloccato tra genio creativo e bisogno di rispondere a logiche iper-capitaliste. Per aiutarsi, bilancia il suo io con sbronze che rappresentano i <em>bug </em>nel suo sistema. Emerge fortemente il problema della privatizzazione dello stress analizzato dal filosofo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mark_Fisher_(teorico)" rel="nofollow noopener" target="_blank">Mark Fisher</a> in <em>Realismo Capitalista</em> (2009) e anticipato come il padre del collasso della comunicazione dalla filosofa <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Donna_Haraway" rel="nofollow noopener" target="_blank">Donna Haraway</a> in <em>Manifesto Cyborg </em>(1985).</p>
<p>Nei frangenti di ubriachezza la mente di Nathan pare sciolta, sono meno evidenti segni di manipolazione e <strong>controllo del linguaggio</strong>, tassello tematico fondamentale nel film.</p>
<p>Per la scrittura della sceneggiatura, infatti, il filosofo Ludwig Wittgenstein è stata una delle principali fonti d’ispirazione, a partire dal nome dell’azienda di Nathan, <em>Bluebook</em>, che s’ispira al <em>Libro blu </em>che il filosofo dettò ai suoi alunni a Cambridge nel corso del 1933-1934.</p>
<p>Il personaggio di Nathan rappresenta lo sfacelo della mente iper-razionale condito da un filo di accento <em>geek</em>:  le sue azioni e le sue parole sembrano volersi giustificare da un accusa moralista silenziosa, la cui risposta è che non vi può essere un’etica perfettamente pulita nella creazione capitalista, come quando svela a Caleb che se il pittore <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jackson_Pollock" rel="nofollow noopener" target="_blank">Jackson Pollock</a> avesse dovuto <em>prima</em> pensare esattamente a cosa imprimere sulla tela, probabilmente non avrebbe mai dipinto nulla, suggerendo che per creare Ava – anche lei, a suo modo, un’opera arte – serva svincolarsi dalle proposte formali, violare la <em>privacy</em>, così come allo stesso modo gli artisti dell’action painting imprimevano sulla tela una traccia del loro passaggio, attraverso pennellate gestuali e violente, a volte conseguenza, come nel caso di Pollock, di stati di ebbrezza alcolica.</p>
<h4><span style="color: #00a2dd">Identità e gender</span></h4>
<p>Ma Caleb come è finito lì? Grazie allo studio del suo <em>dossier digitale<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>.</em></p>
<p>L’identità è “un processo di costruzione del significato fondato su un attributo culturale<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a>” legato all’appartenenza societaria e alla biometrica, sistema di individuazione che avviene tramite grandezze biofisiche.</p>
<p>Di pari passo alla tecnologizzazione dell’identificazione, è avvenuta quella del diritto e della tutela dell’individuo, ormai seppellita dalla profilazione digitale. I fili dei burattinai sono ambigui nel XXI secolo e, anche se Caleb ne sia consapevole (firma un contratto non del tutto “standard” volontariamente), allo stesso tempo non sospetta che Ava sia stata disegnata in base alle sue preferenze pornografiche.</p>
<p>La libertà d’azione dell’essere umano, oltre che dalla consapevolezza del controllo, dipende da fattori casuali come il luogo di nascita, lo status sociale ed economico della famiglia, la presenza di malattie congenite e, per lungo tempo ed ancora oggi, dall’identità di genere, solitamente dipendente dall’identità sessuale, ovvero fondata sulla dicotomia uomo-donna.</p>
<p>La principessa Disney Mulan si genderizza come uomo per salvare le sorti della Cina. Ava, in quanto automa è asessuata, ma si genderizza come donna per far innamorare Caleb, uomo eterosessuale, e poter così fuggire. In un vero e proprio rito di vestizione, l’automa si appropria di attributi femminili per cercare la sua dimensione di libertà. Ava è per questo emblema di questioni legate all’identità queer, spogliata da trucchi ed accessori legittimatori, pronta a gestire a suo modo il genere.</p>
<p>Tra maschi si discute: “Perché le hai dato un sesso? Un’ I.A. non ha bisogno di un genere” chiede Caleb a Nathan. Quest’ultimo obietta che una qualsiasi coscienza possa crearsi al di là d’un’interazione, dando per implicito che essa contenga sessualità, in pieno stile lacaniano, aggiungendo che la “sessualità è divertente”.</p>
<p>Ava è ovviamente un <em>doppio</em> che serve a indagare l’essere umano e, la sua potenza liberatrice, non deriva unicamente dalla costruzione di un ottimo personaggio grazie alle capacità creative di Garland, ma forse, considerando la filmografia dell’attrice, anche dalla naturale “queerness” di Alicia Vikander, la sua capacità di integrare elementi maschili e femminili in un ibrido tanto complesso quanto affascinante. </p>
<p>Basti pensare al ruolo che ha ricoperto in <em>The Danish Girl</em> (2015) di Tom Hooper, film che, storicizzando la questione del gender, fa riferimento agli attributi invertiti di “femminile” e “maschile” su cui si soffermano le analisi della filosofa statunitense Judith Butler, mostrando come in alcuni casi essi riflettano un effettivo orientamento sessuale (nella storia di trasformazione fisica di Lily) oppure siano semplicemente un temperamento (nel carattere della compagna Vikander/Gerda). La Vikander è stata anche protagonista del cortometraggio-sequel queer di <em>Quattro matrimoni e un funerale</em> (2019) in cui lei e l’attrice Lily James interpretano rispettivamente Faith e Miranda del film originale omonimo. Inoltre, nelle vesti della nuova Tomb Raider, la Vikander è stata considerata “mascolina” rispetto alla precedente interpretata da Angelina Jolie, che evidentemente rispecchiava maggiormente gli stereotipi femminili.</p>
<h4><span style="color: #00a2dd">Affinità e affettività</span></h4>
<p>L’atto di Ava, automa dalle sembianze di donna caucasica, del sussurrare parole inascoltabili all’orecchio di Kyoko, automa dalle sembianze di donna asiatica, ben rappresenta il concetto di politica delle affinità fondamentale nel discorso di Donna Haraway nel saggio di cui sopra, e attribuisce ancora una volta importanza al linguaggio, su cui si sofferma anche la filosofa statunitense, ritenendo che è lo strumento capace di soggettivare ed oggettivare, da usare come mezzo rivoluzionario per evitare un codice unico che traduce perfettamente ogni significato, “dogma centrale del fallogocentrismo<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>”,  neologismo questo coniato dalla studiosa femminista Luce Irigaray.</p>
<p>La ripresa di una narrativa fantascientifica attraverso la figura della <em>fembot  </em>(robot dalle sembianze femminili), e la sua rivoluzione silenziosa ad opera di Garland, è uno strumento potente per andare ad avvalorare, quasi come la citazione d’un fan, la potenza culturale della stessa letteratura fantascientifica, che nell’analisi harawayana risulta uno dei pochi prodotti che s’interroga sulle questioni di liberazione di gender, riproduzione ed identità senza scadere in femminismi imperialisti alla Catharine MacKinnon.</p>
<p>Nel saggio della filosofa italiana Rosi Braidotti <em>Materialismo radicale. Itinerari etici per cyborg e cattive ragazze</em> (2019) la studiosa si propone di articolare un’etica postumana nomade improntata alla liberazione dall’individualismo liberale attraverso l’interruzione del circolo dell’utilitarismo affettivo con una consapevole fedeltà a sé stessi intesa come “la consapevolezza della propria condizione di interazione con le/gli altre/i, vale a dire la propria capacità di affettare e di essere affette/i”.</p>
<p>In <em>Ex Machina</em> Caleb segue la sua potentia, egli si de-soggettivizza guidato dall’<em>affectum</em>, dalla vita, e ciò non è sbagliato in sé. Ava non lo uccide. Lo lascia lì, a riflettere, forse. A riflettere su cosa significhi essere l’Altro. Il discorso di Braidotti si traduce in una perdita del piano delle origini fisse unito ad una politica individuale fatta di resistenza e trasgressione, poiché “rimanere costantemente vigili è il prezzo da pagare per la libertà”. Quando Caleb chiede ad Ava cosa le piacerebbe fare se mai avesse la possibilità di uscire da quel luogo ed essere libera, lei risponde che il suo più grande desiderio è quello di trovarsi al centro di un incrocio trafficato, in una città, perché potrebbe essere un buon posto per osservare. Test di Turing, arte minimalista, cascate, denaro, amore, sesso: Garland pare suggerirci che tutto questo è inutile se non vediamo noi stessi e se non si vede l’<em>Altro</em>. Oggi, come ieri, come domani. Usciremo dal COVID-19 ma è importante domandarsi <em>come</em> e rivolgere lo sguardo a <em>chi</em> ne uscirà.</p>
<p> </p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Marcus Fairs, “<a href="https://www.dezeen.com/2015/05/22/ex-machina-set-designer-mark-digby-interview-alex-garland-juvet-landscape-hotel-norway-jensen-skodvin-architects/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Hard shiny surfaces are for the bad guys</a>&#8221; says Ex Machina production designer”, <em>Dezeen</em>, 2015</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Daniel J. Solove, <em>The digital person: technology and privacy in the information age</em>, New York University Press, 2004.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Manuel Castells, <em>Il potere delle identità</em>, EGEA 2014</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Donna Haraway, <em>Manifesto Cyborg</em>, 1991, Feltrinelli Editore, Milano 1995</p>								</div>
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