Viaggio nel cinema ai tempi di Netflix e del Covid

Sono nata nel 1997, corro alla stessa velocità della tecnologia mediatica. Un po’ affanno.

Sono nata nel periodo d’oro della Blockbuster, famosa società di distribuzione commerciale statunitense fondata nel 1985 da David Cook e fallita nel 2013.

Quand’ero piccola, la tv era l’unico universo misterioso visivo possibile. Ricordo l’aura sacra che le si librava attorno, creata dalla limitazione temporale imposta dai miei genitori. Guardavo qualcosa sapendo che conteneva tantissimo altro, di cui a volte avevo un assaggio quando rimanevo a casa fingendo una terribile febbre per non andare a scuola e facevo incetta di cereali e programmi ignoti, sola e felice. Per un nuovo episodio di Smallville dovevo aspettare una settimana, intanto in classe attaccavo le figurine dei protagonisti nell’album e staccavo i poster dal Cioè per appenderli nell’armadio. Alle scuole medie andavo con le mie amiche da Blockbuster per scegliere un film.

Il blu e il giallo mi riempivano gli occhi. Prima il corridoio del genere filmico, poi ti lasciavi guidare dall’istinto o meglio, dal gusto per la locandina e da quell’accenno di trama presente dietro ogni DVD in commercio.

Con la crescita di Internet e la nascita dei servizi streaming legali e non, i negozi di videonoleggio sono morti. Il cinema rimaneva sempre lì, resiliente, con la sua aria condizionata, il forte impianto stereo e il profumo/puzza di pop-corn.

Qualcosa è cambiato.

Intorno al lontano 2008 girava voce che c’era questa cosa chiamata Facebook.

Lentamente le chat di MSN furono abbandonate per le pagine azzurre di Facebook.

Frasi del tipo “Ti ho taggato” hanno iniziato a invadere il campo linguistico divenendo da aliene, consuete, sostituendo i famosi “trilli”.

Con l’implementazione delle app, un’icona verde e bianca, Whatsapp, è divenuta il mezzo di comunicazione principale per non spendere soldi in SMS ed iniziare a condividere altro (foto, video, messaggi vocali); e poi il boom di Instagram, le foto postate direttamente dai propri artisti preferiti e l’occasione di diventarlo, l’inizio della nuova era di personalizzazione, voce propria, antidoto alla solitudine, ma, allo stesso tempo anche rischio di inevitabile omologazione.

Così com’era successo con i social media, all’improvviso arrivò all’orecchio questo strano nome: Netflix. C’erano già servizi di streaming on-demand, abbonamenti a Sky, serie TV di produzioni importanti come la HBO. Dove la necessità di scaricarlo, comprare, dividere questo abbonamento?

C’era il cinema, c’era la tv, c’erano i film in streaming online legali e non, quelli delle pay-tv, perché anche Netflix? 

Questo oramai colosso dell’industria audiovisiva nasce con una formula basata sulla convenienza e cresce appoggiandosi al comfort hd che l’uomo desidera, in sintonia con Just Eat.

Due forti “pallini” americani (home entertainment ed e-commerce).

L’azienda fiorisce nel 1997 a Los Gatos, in California, fondata da un responsabile delle vendite dirette, Marc Randolph, e da un imprenditore laureato a Stanford, Reed Hastings. Inizia come servizio per noleggio di DVD, VHS e videogiochi tramite posta. Ci si collegava al sito web, si sceglieva il film e si attendeva l’arrivo via posta, il tutto per circa 6 dollari.

La formula stentò a prendere il volo e Hastings decise di passare all’abbonamento mensile no-limits. Sceglievi 3 titoli, ricevuti via posta, potevi restituirli e riceverne altri anche più volte nello stesso mese.

Nel febbraio 2007, Netflix decise di affiancare una piattaforma per lo streaming video con la stessa modalità. Fece fuori Blockbuster. Il rosso e il nero spazzarono via il blu e il giallo.

Netflix ricerca la transnazionalità, e non è di certo il primo esperimento mediatico ad avere aspirazioni globali, si pensi a CNN, MTV.

Vuole creare cittadini del mondo. Così recita la pagina ufficiale dell’azienda di Hastings: “Netflix è la più grande rete di Internet TV del mondo, con oltre 70 milioni di abbonati in più di 190 paesi, che ogni giorno guardano più di 125 milioni di ore di programmi televisivi e film, tra cui serie originali, documentari e lungometraggi.”

Quando un individuo guarda qualcosa che anche il resto del mondo sta guardando, ciò lo lega ad una collettività di cui egli abbisogna. Sulla piattaforma infatti ogni giorno viene pubblicata e costantemente aggiornata, la classifica dei programmi più guardati da tutti gli altri utenti che non sono te, la top ten.

Netflix cresce con la novità della distribuzione di tutti gli episodi di una serie contemporaneamente, il che permette elevatissime esperienze di binge watching pratica sviluppatasi intorno agli anni 50 del ventesimo secolo, con la nascita di serie tv di successo come Ai confini della realtà – che consiste nel consumare prodotti mediatici “senza sosta”, il termine è infatti un neologismo che deriva dall’unione di binge, traducibile come abbuffata, e watching, ossia visione.

Il binge watching trasporta lo spettatore in una dimensione temporale totalmente altra, lo assorbe, lo mastica e lo risputa.

A fine visione egli si trova spiazzato, forse non ricorda più niente, tanti personaggi e caratteri in sé stesso, e, data l’esperienza totalizzante oramai terminata, l’unico modo per procedere nel nuovo mondo fisico è appunto procedere, passare al prossimo, reset.

Non ci si attacca visceralmente al prodotto, e  l’affetto ha bisogno di tempo, noi esseri umani funzioniamo così, il tempo ha bisogno di essere tempo.

Forse uno dei pochi prodotti targati Netflix che è riuscito a creare un rapporto con lo spettatore simile ai prodotti degli anni ottanta-novanta è stato Stranger Things (2016-in produzione), serie ideata da Matt e Ross Duffer, che, non a caso, è ambientata negli anni ottanta e gioca propria con quello specifico modo di consumare prodotti e ascoltare musica, un modo affettivo, analogico, lo fa ricordare allo spettatore che, oltre a legarsi alla storia, si lega a quei modi.

Netflix gioca con il potere

Così come Just Eat, Netflix si appoggia ad una strategia di marketing che lo rende apparentemente un servo-del-cliente. Come spiega l’autore e professore di media e comunicazione Ramon Lobato in Netflix Nations: Geografia della distribuzione digitale (2019), una caratteristica comune alle piattaforme dei digital media è che si affidano ad algoritmi di raccomandazione, si pensi al Netflix Prize del 2006-2009 da un milione di dollari, per migliorare i poteri predittivi del 10%: “In questo modo, lo spettatore è posizionato come il navigatore-utente supremo di un archivio infinito di contenuti audiovisivi, quando è ovviamente limitato, finito”.

Netflix ha a che vedere con trasformazioni sociali e tecniche a lungo termine e su vasta scala, come spiega Lobato “l’elettrificazione e l’illuminazione, le forme architettoniche moderne che si basano sulla separazione tra spazio pubblico e privato, i salotti, i soggiorni per guardare la tv e camere da letto in cui godersi Netflix e le pratiche sociali delle famiglie che accolgono dentro casa quella tecnologia” lo rendono un modo di interfacciarsi alla realtà che resta associato a una popolazione occidentale, capitalista, borghese.

Di fatto, l’individuo appartenente a questa fascia di popolazione, diventa estremamente abile nello scrolling. Lo scrolling della scelta filmica, già di per sé nuova esperienza che può durare anche più del consumo del prodotto che verrà scelto,  avvicina l’utente di servizi di streaming all’utente dei social media

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Oggi giorno esistono tanti modi di “vivere” e di “scrollare”.

Quando conosci una persona nuova non sai se è presente nel mondo digitale, non sai se posta meme, non sai se è nel suo periodo di “pausa dai social”.

In Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World (2019), il saggista e accademico statunitense Calvin C. Newport, sostiene che bisognerebbe stabilire una “filosofia d’uso della tecnologia” proponendo al lettore di intraprendere un mese di digital detox per poi reintrodurre lentamente le diverse app che utilizziamo ogni giorno. L’autore suggerisce che il “minimalista digitale” deve costantemente tenersi impegnato poiché senza la tecnologia la vita può essere noiosa.

Nell’ultimo capitolo di How to Do Nothing: Resisting the Attention Economy (2019), la scrittrice statunitense Jenny Odell compie una riflessione a proposito del destino dell’essere umano in rapporto alla società ipertecnologica da lui creata e al contesto ecologico. Descrive il dipinto del 1872 “Progresso americano” di John Gast che raffigura il Destino Manifesto, l’idea che i bianchi che si spostarono verso ovest fossero una forza civilizzatrice. Nel dipinto, un angelica donna in abiti bianchi cammina verso ovest assieme ai coloni statunitensi che stendono i cavi del telegrafo durante il viaggio mentre “gli indiani d’America e gli animali selvatici scappano (o aprono la strada) nel buio del West ‘incivilizzato’”. Odell immagina lo “Smantellamento del Manifesto” che, annullerebbe il danno del Destino Manifesto facendo i conti con l’assalto della produttività al mondo vivente, spingendo per un ritorno ad un paesaggio più ecologico. 

Camminando per strada capita di sentire: “X ha guardato la mia storia, mica lo invito stasera?”. Per storia, la persona x in questione si riferisce ovviamente alle storie di Instagram, ulteriore strumento a noi fornitoci per condividere momenti con il mondo con cui siamo connessi e creare micro-dinamiche sociali digitali ma reali. Con la comparsa del covid-19 questi nuovi modi di relazionarsi con l’altro hanno accelerato, il digitale si è mischiato con il fisico in modo totalmente inedito per l’essere umano, che è cambiato.

L’uomo si adatta sempre. E quindi nasce TikTok.

Second screening, in inglese, è la pratica di guardare un programma alla televisione – first screen – e contemporaneamente usare uno smartphone o un tablet o altro dispositivo (second screen). I dispositivi tecnologici sono protesi. Difficile concentrarsi, difficile decidere di interrompere la visione di un film che in realtà non ti prende troppo e attivarsi, soprattutto se lo schermo non ti permette di osservare la totalità della fisicità dell’attore ed è facile “mancargli di rispetto” guardando altrove; difficile, annoiarsi; difficile sprecare la propria attenzione quando il mondo è ecologicamente al collasso e si gira per strada con una maschera.

Ed i cinema, che ad oggi sono tra i pochissimi luoghi rimasti dove i nostri amici cellulari devono essere silenziosi o spenti – quando invece è l’essere umano ad essere spento? – sono ancora lì, almeno per ora.

2020: cinema chiusi a Napoli per lockdown

La crisi dei cinema era già avviata prima della pandemia. Sul web si possono trovare numerosi articoli risalenti al 2017 che parlano dello scarso pubblico nelle sale.

Con Avviso risalente al 20 gennaio 2021, L’ANICA ha pubblicato le notizie relative all’andamento del box office. Nell’anno dell’inizio della pandemia, il 2020, nelle sale cinematografiche italiane, per ovvie questioni di quarantena e conseguente chiusura dei cinema, rispetto al 2019, si è registrata una diminuzione degli incassi e delle presenze rispettivamente del 71,30% e del 71,18%. Negli ultimi venti anni, su tutto il territorio italiano, sono stati chiusi più di 2.000 cinema. Una forte indifferenza ha favorito operazioni immobiliari speculative consentendo la dismissione dei cinema alterandone la destinazione d’uso a favore di altre funzioni commerciali (supermercati, outlet, fast food, ecc.).

La domanda, quindi, sorge spontanea: con il green pass, le persone stanno tornando nei cinema?

I cinema sono ancora d’attrattiva per il grande pubblico vaccinato?

Stiamo ovviamente parlando di un pubblico estremamente differenziato rispetto al passato, ognuno ha la sua serie preferita, ognuno può permettersi di divenire il perfetto modello di “cinefilo di sé stesso”.

Vale la pena spendere quasi dieci euro per un unico prodotto quando allo stesso prezzo possiamo avere un numero altissimo di film o serie o altro a disposizione?

Netflix è più democratico dei cinema? Quanto questa democrazia incide sulla qualità e sull’affetto?

Cosa ci perdiamo e cosa conquistiamo?

Dipende dalle modalità con le quali il singolo soggetto interagisce con l’esterno, e queste modalità sono individuali e individualmente controllabili.

Dal punto di vista tecnico, realizzare a casa propria un impianto home theater è alla portata di quasi tutte le tasche di un pubblico che spenderebbe dieci euro per un film.

Tra i motivi che spingerebbero necessariamente al cinema, c’è la proiezione di film inediti. Ma, considerando che alcuni film stanno uscendo contemporaneamente in streaming, questa motivazione sta venendo meno.

Con l’ultimo DM “finestre” n. 172/2021 in Italia il ministro Franceschini ha imposto un vincolo di uscita e permanenza esclusiva in sala dei film prima della loro distribuzione sulle piattaforme e in televisione a 30 giorni. L’ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) ne ha subito sottolineato l’inutilità per la produzione italiana: “Un provvedimento che intende porre un equilibrio fra i film italiani e quelli internazionali, dimenticando però che in sala sono pianificati, per i primi mesi e salvo occasionali eccezioni, solo film di produzione straniera mentre i titoli nazionali, sostenuti con ingenti investimenti del Ministero, si concentrano con l’uscita in sala in pochi mesi l’anno. Se di riequilibrio si deve parlare, allora da giugno che il Ministro proceda con provvedimenti per portare in sala i film italiani, così come pianificato con quelli internazionali.”

La Warner Bros.  recentemente ha compiuto un importante dietrofront rispetto a scelte prese nel dicembre 2020 ed ampiamente contestate. La major ha siglato con il circuito AMC Theatres, la più grossa catena statunitense di cinema, un accordo che prevede una “finestra cinematografica esclusiva” di 45 giorni a partire dal 2022. «Siamo felici che Warner Bros. abbia deciso di allontanarsi dalle uscite in contemporanea al cinema e in streaming», ha dichiarato Adam Aron, Ceo di AMC.

Fin dal 1992, la Francia si è dotata di una legislazione mirata in materia di salvaguardia e rilancio delle sale cinematografiche presenti sul territorio nazionale. Con la “legge Sueur” gli enti locali vengono supportati dallo Stato a sovvenzionare società private di gestione di sale cinematografiche.

Edgar Morin

Per il sociologo francese Edgar Morin, nel buio della sala cinematografica, lo spettatore non può interagire con le immagini, costretto in tal modo ad interiorizzare le proprie emozioni che vengono amplificate dall’impossibilità di esternarle: «l’assenza di partecipazione pratica determina dunque un’intensa partecipazione affettiva: veri e propri transfert si determinano tra l’animo dello spettatore e lo spettacolo dello schermo». L’immobilità coatta dello spettatore corrisponde a un aumento dell’esperienza emozionale, nessuna distrazione è consentita, nessun second screen e di conseguenza sono favoriti fenomeni di proiezione-identificazione che per Morin rappresentano una caratteristica essenziale del cinema.

Dal punto di vista umano, la sala cinematografica resta un’esperienza sociale funzionale al sentimento di  collettività e alla necessità dell’individuo di astrarsi tenendo il cuore in mezzo agli altri, perché come scrisse il poco conosciuto poeta svedese Gunnar Ekelof “l’astratto è l’unica cosa pratica, alla fine”.