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	<title>Impresa &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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	<description>Ente non profit per lo studio e la ricerca sui media</description>
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	<title>Impresa &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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		<title>TikTok bussa al castello di Re Mark</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2019/11/26/tiktok-bussa-al-castello-di-re-mark/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Sbandi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2019 08:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impresa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/social-network-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico Sulla popolarità dei Social Network 2019" decoding="async" />La tecnica ormai è consolidata: dare vita a una piattaforma social dalle caratteristiche accattivanti, farla evolvere in moda, creare un effetto-risucchio dei download e delle iscrizioni, costruirsi un database poderoso e dagli ampi margini d’intervento – garantiti da veloci, troppo veloci, procedure di accettazione della privacy -, quindi alla prima occasione cambiare pelle e innestare una nuova marcia forti dei numeri e delle informazioni messi in cassaforte.<br />
Anni fa, non secoli, era il 2012, debutta Vine: in 6 secondi consentiva di produrre e lanciare video su propria piattaforma che dalla BBC furono definiti “ipnotizzanti”. L’anno dopo viene acquistata da Twitter. Chiude i battenti nel 2017, i suoi utenti  risucchiati nel frattempo da Instagram e Youtube.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/26/tiktok-bussa-al-castello-di-re-mark/">TikTok bussa al castello di Re Mark</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/social-network-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico Sulla popolarità dei Social Network 2019" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="543" class="elementor elementor-543">
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									<p>La tecnica ormai è consolidata: dare vita a una piattaforma social dalle <b>caratteristiche accattivanti</b>, farla evolvere in <b>moda</b>, creare un <b>effetto-risucchio</b> dei download e delle iscrizioni, costruirsi un <b>database poderoso</b> e dagli <b>ampi margini d&#8217;intervento</b> &#8211; garantiti da veloci, troppo veloci, procedure di accettazione della privacy -, quindi alla prima occasione <b>cambiare pelle</b> e innestare una nuova marcia forti dei numeri e delle informazioni messi in cassaforte.<br />Anni fa, non secoli, era il 2012, debutta <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vine_(software)" target="_blank" rel="noopener nofollow">Vine</a>: in 6 secondi consentiva di produrre e lanciare video su propria piattaforma che dalla BBC furono definiti “ipnotizzanti”. L&#8217;anno dopo viene acquistata da <b>Twitter</b>. Chiude i battenti nel 2017, i suoi utenti  risucchiati nel frattempo da <b>Instagram </b>e <b>Youtube</b>.<br />Oggi protagonista è <b>TikTok</b>. Soltanto video, da 15 a 60 secondi con effetti speciali in aggiunta. Sono mesi che infila continui numeri da record, da quando la cinese <b>ByteDance</b> l’ha fusa con <b>musical.ly</b> dando vita alla <b>più arrembante piattaforma social del momento</b>: in ottobre è seconda fra le app “non-game” scaricate nel mondo, dietro <b>Whatsapp</b> (66 milioni di installazioni contro 71 milioni), prima sull’<b>AppStore</b> e seconda su <b>GooglePlay</b> (<a href="https://sensortower.com/blog/top-apps-worldwide-october-2019-downloads" target="_blank" rel="noopener nofollow">dati SensorTower</a>). Elettivamente è riservata ai teen ager, ci giocano i ragazzi dai 13 ai 17 anni. Eppure chi scrive si è trovato davanti la proposta di pianificazione su TikTok avanzata da un’agenzia di comunicazione seria, per una startup rivolta al B2B, con l&#8217;obiettivo di fare engagement presso i giovanissimi. La grande nuvola della comunicazione frammenta, disperde e ricompone pubblici e strumenti.<br />Dato da non trascurare: TikTok <b>segna una divaricazione fra lo smartphone e il computer</b>, diversamente dai principali social che sono accessibili anche da postazione fissa, <b>non ha una versione apposita per pc</b>, anche se il problema viene aggirato con un emulatore.<br />Ma sono gli artisti e i politici che “vanno” su TikTok a decretare il successo della piattaforma o viceversa, cercano di affermarsi frequentando il luogo virtuale alla moda?<br />E poi: durerà la corsa alla novità? E quanto? Che riserva di reattività c’è nel pubblico, disposto o meno a cambiare ancora una volta abitudini social, magari annoiato dalle liturgie di ieri? Il nuovo giochino degli effetti video che va oltre le orecchie da coniglio in <b>Snapchat</b>, evolverà prima di stancare?<br /><b>Troppi interrogativi</b>. Non solo retorici.<br />L’<b>evoluzione dei dispositivi</b>, delle reti e, in funzione del mix tecnologico, dell’utenza nelle diverse fasce di età e di abilità, procede tuttora con <b>grandissima rapidità</b>. Una velocità che entusiasma. E sfianca, pure. E siamo solo alla vigilia dell’accelerazione che verrà a determinarsi <b>quando sarà operativo il 5G</b>, capace di garantire quantità e velocità di trasferimento di dati <b>fino a 20 volte superiore</b> all’attuale <b>4G</b>.<br />Allora sarebbe <b>troppo facile</b> bollare TikTok come <b>fenomeno passeggero</b> destinato, come i predecessori, a sgonfiarsi. I numeri del passato inducono a riflettere, il caso Snapchat, la cui escalation pareva inarrestabile e invece è finito cannibalizzato, su tutti. Per TikTok è differente, con download giunti ormai a 1,5 miliardi (<a href="http://www.datamediahub.it/2019/11/18/tiktok-raggiunge-1-5-miliardi-di-downloads/#axzz65W35zfPs" target="_blank" rel="noopener nofollow">come riporta DataMediaHub</a> rielaborando i <a href="https://sensortower.com/blog/tiktok-downloads-1-5-billion" rel="nofollow noopener" target="_blank">dati pubblicati da SensorTower</a>), ma occorre, poi, riportare il tutto ai valori assoluti e, soprattutto agli utenti effettivi. E lì c’è ancora mr. <b>Zuckerberg a dettare legge</b>, con l’impressionante totale di<b> 6.314 milioni di utenti attivi</b>, <a href="https://www.statista.com/statistics/272014/global-social-networks-ranked-by-number-of-users/" target="_blank" rel="noopener nofollow">sommando le piattaforme Facebook, Messenger, Whatsapp e Instagram</a>, che continua a guardare parecchio dall’alto i 500 milioni di TikTok. Almeno, per il momento.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/06/sbandi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/esbandi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enrico Sbandi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista professionista, e pioniere dell’informazione istantanea, è ideatore e fondatore nel 1995 della società &#8220;E-press&#8221;, che ha all’attivo la pubblicazione di oltre 2.500 edizioni di giornali in tempo reale.Attualmente è amministratore della e-press, con la quale cura consulenza strategica di comunicazione principalmente per interlocutori dei settori industriali, delle fiere internazionali e nell’ambito della medicina.<br />
Collabora alle pubblicazioni del gruppo Class e di Rcs quotidiani.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/26/tiktok-bussa-al-castello-di-re-mark/">TikTok bussa al castello di Re Mark</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Il libro va, con l&#8217;aiutino. Ma in Italia si legge poco</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2019/11/18/il-libro-va-con-laiutino-ma-in-italia-si-legge-poco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Sbandi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2019 16:09:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impresa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/BookCity_MediaStudies_dati_stampagray-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico Consumi libri e giornali nelle famiglia dal 1995 al 2018" decoding="async" />Gli italiani leggono poco, la loro propensione di spesa verso i prodotti stampati è in calo, la pubblicità su stampa, di conseguenza continua a perdere terreno rispetto al mercato pubblicitario complessivo. Ma gli incentivi alla lettura stanno funzionando: ne è prova il settore librario, unico che presenta dati in crescita, spinto dal “bonus 18” che per l’80% è stato destinato dai giovani fruitori all’acquisto di volumi in carta, per il quale all’orizzonte c’è l’estensione agli abbonamenti a giornali e riviste.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/18/il-libro-va-con-laiutino-ma-in-italia-si-legge-poco/">Il libro va, con l&#8217;aiutino. Ma in Italia si legge poco</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/BookCity_MediaStudies_dati_stampagray-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico Consumi libri e giornali nelle famiglia dal 1995 al 2018" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="515" class="elementor elementor-515">
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									<p><strong>Gli italiani leggono poco</strong>, la loro <strong>propensione di spesa</strong> verso i prodotti stampati è<strong> in calo</strong>, la <strong>pubblicità su stampa</strong>, di conseguenza continua a <strong>perdere terreno</strong> rispetto al mercato pubblicitario complessivo. Ma<strong> gli incentivi</strong> alla lettura <strong>stanno funzionando</strong>: ne è prova il settore librario, unico che presenta dati in crescita, spinto dal “bonus 18” che per l’80% è stato destinato dai giovani fruitori all’acquisto di volumi in carta, per il quale all’orizzonte c’è l’estensione agli abbonamenti a giornali e riviste.<br />L’evento “<strong>L’insostituibile autorevolezza del leggere</strong>” promosso in BookCityMilano dalla Federazione della Carta e della Grafica, la scorsa settimana al Castello Sforzesco, ha offerto l’occasione per diffondere i dati del cosiddetto Tavolo della Filiera (<a href="https://beestatic.azureedge.net/cartagrafica/2019/11/Presentazione_per-BookCity-15nov19-DEFINITIVA.pdf" target="_blank" rel="noopener nofollow">qui la presentazione</a>), l’aggregato che mette assieme vari comparti industriali della carta, editoria, stampa e trasformazione.<br />Fra i mezzi, solo i <strong>libri</strong> presentano <strong>saldo positivo</strong> (nella filiera completa la maggiore crescita è raggiunta dalle macchine grafiche e dall’industria cartotecnica trasformatrice). <strong>Quotidiani e periodici espongono segni meno</strong>, sia in fatturato, sia in volumi.<br />Nella filiera completa, che vale <strong>31,4 miliardi</strong> (dati 2018), pari all’<strong>1,8% del Pil</strong>, l’<strong>editoria</strong> nel suo complesso quota <strong>6,19 miliardi</strong>, con i seguenti andamenti di settore: editoria libraria 3,170 miliardi (era a 3,686 nel 2007), editoria quotidiana 1,481 miliardi (3,450 nel 2007), editoria periodica 1,540 (3,578 nel 2007); per questi ultimi due comparti, il fatturato s’intende comprensivo di pubblicità.<br />Nel risultato conseguito dall’editoria libraria nell’ultimo anno vanno computati i circa 172 milioni derivanti dal bonus lettura per i giovani, di cui hanno usufruito lo scorso anno circa 430mila diciottenni, destinandone l’80% nell’acquisto di libri. <a href="https://www.primaonline.it/2019/11/15/297458/bene-i-libri-anche-se-in-italia-si-legge-poco-bookcity-presenta-i-dati-del-comparto-federazione-carta-grafica/" target="_blank" rel="noopener nofollow"> Qui il resoconto pubblicato da Primaonline</a>.<br />La tendenza del fatturato nel <strong>primo semestre 2019</strong> è positiva per i soli<strong> libri (+2,7%)</strong>, mentre accusa ribassi, sempre per il totale vendita+pubblicità, nel settore <strong>quotidiani (-7,5%)</strong> e <strong>periodici (-11,9%)</strong>.</p><p>Per recuperare i segni meno, i rappresentanti del Tavolo della Filiera hanno lanciato la proposta di uno strumento più strutturale, quale la <strong>detrazione dalle imposte</strong> sul reddito delle persone fisiche per il<strong> 19%</strong> di quanto speso nel corso dell’anno per <strong>comprare libri e giornali quotidiani e periodici</strong>. Sul tema, espone criticità Datamediahub che, nel riportare <a href="https://mailchi.mp/1474607d90bc/digital-media-sunday-brunch?e=39bee4c5f3" target="_blank" rel="noopener nofollow">i dati nella sua newsletter settimanale</a>, fa rilevare, come ostacoli che deriverebbero a tale sollecitazione, la mancata informatizzazione delle edicole ed il mai effettivamente realizzato obbligo di tracciabilità di vendite e rese. <br />Da quali fattori sono determinati questi risultati? Secondo le analisi sviluppate dall’Ufficio studi delle Associazioni di filiera, gli andamenti analizzati vanno ricondotti alla <strong>diminuita propensione alla spesa delle famiglie</strong> (-2% tra il 2007 e il 2018 nonostante alcuni graduali recuperi degli ultimi anni dai minimi del 2013-2014) che ha determinato la riduzione di acquisti di prodotti culturali (libri, giornali) per circa il 38% per lo stesso periodo. Incide, poi, la continua <strong>riduzione del numero di lettori</strong>, con la quota di popolazione italiana che legge libri scesa dal 46,8% del 2010 al 42% del 2015 e al 40,6% del 2018 (fonte Istat). A <strong>leggere abitualmente i quotidiani è solo il 30%</strong> della popolazione complessiva (36,6% nel 2014); per i <strong>periodici</strong> tale quota si è ridotta dal 50,5% del 2014 al 44,5% del 2016 e all’<strong>attuale 37,1%</strong> (fonte Audipress). Infine, pesa la caduta della <strong>pubblicità su stampa (-7% nel 2018 sul 2017)</strong>, che non conosce attenuazioni a fronte della sostanziale stazionarietà del mercato pubblicitario complessivo (-0,2%). Il calo si sta aggravando nel 2019: negli 8 mesi la pubblicità su stampa scende del 12,5%, in presenza di una riduzione del mercato complessivo del 5,9% (fonte Nielsen).</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/06/sbandi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/esbandi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enrico Sbandi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista professionista, e pioniere dell’informazione istantanea, è ideatore e fondatore nel 1995 della società &#8220;E-press&#8221;, che ha all’attivo la pubblicazione di oltre 2.500 edizioni di giornali in tempo reale.Attualmente è amministratore della e-press, con la quale cura consulenza strategica di comunicazione principalmente per interlocutori dei settori industriali, delle fiere internazionali e nell’ambito della medicina.<br />
Collabora alle pubblicazioni del gruppo Class e di Rcs quotidiani.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/18/il-libro-va-con-laiutino-ma-in-italia-si-legge-poco/">Il libro va, con l&#8217;aiutino. Ma in Italia si legge poco</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il CEO made in Italy? È poco social</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2019/11/12/il-ceo-made-in-italy-e-poco-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Sbandi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Nov 2019 07:30:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impresa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/Connected_Leadership_Report_2019-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Sono 3 su 20 i CEO italiani di società quotate in Borsa che adoperano attivamente i social network; di questa frazione, poco più della metà, il 53%, sono attivi in Linkedin come canale principale; il 5%, vale a dire una quota marginale, si avvale di Twitter. Ma è il dato riassuntivo a lasciare, probabilmente, più perplessi: 44 (il 21%) su 221 (tale è l’insieme dei CEO verificati) sono presenti con una propria pagina su Wikipedia, 6 su 10 hanno una biografia sul sito della propria azienda. Si parla di top manager, soggetti che dovrebbero avere una cultura e un’inclinazione consolidata verso la comunicazione.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/12/il-ceo-made-in-italy-e-poco-social/">Il CEO made in Italy? È poco social</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/Connected_Leadership_Report_2019-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="454" class="elementor elementor-454">
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									<p></p>
<p>Sono<strong> 3 su 20 i CEO italiani di società quotate in Borsa che adoperano attivamente i social network</strong>; di questa frazione, poco più della metà, il 53%, sono attivi in <strong>Linkedin come canale principale</strong>; il 5%, vale a dire una quota marginale, si avvale di Twitter. Ma è il <a href="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/Connected-Leadership-_-Italy-_-Comunicato-Stampa.pdf" target="_blank" rel="noopener">dato</a> riassuntivo a lasciare, probabilmente, più perplessi: 44 (il 21%) su 221 (tale è l’insieme dei CEO verificati) sono presenti con una propria pagina su Wikipedia, 6 su 10 hanno una biografia sul sito della propria azienda. Si parla di top manager, soggetti che dovrebbero avere una cultura e un’inclinazione consolidata verso la comunicazione.</p>
<p></p>
<p>I dati sono relativi alla caratterizzazione in area Italia <a href="https://www.brunswickgroup.com/global-views-connected-leadership-expands-with-italian-ceos-i13294/" target="_blank" rel="noreferrer noopener nofollow" aria-label="(leggi) (apre in una nuova scheda)">(leggi)</a> dei risultati dell’indagine <strong><a href="https://www.brunswickgroup.com/perspectives/connected-leadership/" target="_blank" rel="noreferrer noopener nofollow" aria-label="Social Media Leadership e Strategie per la Comunicazione Online dei CEO (apre in una nuova scheda)">Connected Leadership</a></strong>, realizzata da<strong> Brunswick Group</strong>, presentato in Italia nel corso dei recenti <strong><a href="https://www.digitalinnovationdays.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener nofollow" aria-label="DigitalInnovationDays (apre in una nuova scheda)">DigitalInnovationDays</a></strong> da <strong>Federico Sbandi</strong> (è un omonimo, nessuna parentela con chi scrive, n.d.r.) Executive Digital @Brunswick Group e direttore della <strong>Digital Combat Academy</strong>.</p>
<p></p>
<p>I <strong>CEO italiani sono indietro, ma non tantissimo</strong>: se fosse per le sole iscrizioni, guiderebbero il gruppo, con il 55% che dispone di almeno un profilo social vs. il 48% dei loro colleghi nei Paesi anglosassoni. <strong>È la pigrizia social a sgambettarli</strong>, perché l’attività contagia solo il 15% del totale, che si lascia così quasi doppiare dagli omologhi che parlano lingua inglese, con il 25%.</p>
<p></p>
<p><strong>CEO da evangelizzare</strong>, quindi e buona pace per i giornalisti vecchio stampo, la cui aneddotica abbonda di attese fuori delle stanze dei consigli d’amministrazione per riuscire a sgraffignare qualche anteprima delle decisioni. <strong>I capi d’azienda emuli di Donald Trump</strong>, che <strong>scavalca con un tweet taccuini e microfoni</strong> della stampa nell’annunciare sanzioni planetarie, <strong>non abitano dalle nostre parti</strong>.146</p>
<p></p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/06/sbandi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/esbandi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Enrico Sbandi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista professionista, e pioniere dell’informazione istantanea, è ideatore e fondatore nel 1995 della società &#8220;E-press&#8221;, che ha all’attivo la pubblicazione di oltre 2.500 edizioni di giornali in tempo reale.Attualmente è amministratore della e-press, con la quale cura consulenza strategica di comunicazione principalmente per interlocutori dei settori industriali, delle fiere internazionali e nell’ambito della medicina.<br />
Collabora alle pubblicazioni del gruppo Class e di Rcs quotidiani.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/12/il-ceo-made-in-italy-e-poco-social/">Il CEO made in Italy? È poco social</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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