Il CEO made in Italy? È poco social

Sono 3 su 20 i CEO italiani di società quotate in Borsa che adoperano attivamente i social network; di questa frazione, poco più della metà, il 53%, sono attivi in Linkedin come canale principale; il 5%, vale a dire una quota marginale, si avvale di Twitter. Ma è il dato riassuntivo a lasciare, probabilmente, più perplessi: 44 (il 21%) su 221 (tale è l’insieme dei CEO verificati) sono presenti con una propria pagina su Wikipedia, 6 su 10 hanno una biografia sul sito della propria azienda. Si parla di top manager, soggetti che dovrebbero avere una cultura e un’inclinazione consolidata verso la comunicazione.

I dati sono relativi alla caratterizzazione in area Italia (leggi) dei risultati dell’indagine Connected Leadership, realizzata da Brunswick Group, presentato in Italia nel corso dei recenti DigitalInnovationDays da Federico Sbandi (è un omonimo, nessuna parentela con chi scrive, n.d.r.) Executive Digital @Brunswick Group e direttore della Digital Combat Academy.

I CEO italiani sono indietro, ma non tantissimo: se fosse per le sole iscrizioni, guiderebbero il gruppo, con il 55% che dispone di almeno un profilo social vs. il 48% dei loro colleghi nei Paesi anglosassoni. È la pigrizia social a sgambettarli, perché l’attività contagia solo il 15% del totale, che si lascia così quasi doppiare dagli omologhi che parlano lingua inglese, con il 25%.

CEO da evangelizzare, quindi e buona pace per i giornalisti vecchio stampo, la cui aneddotica abbonda di attese fuori delle stanze dei consigli d’amministrazione per riuscire a sgraffignare qualche anteprima delle decisioni. I capi d’azienda emuli di Donald Trump, che scavalca con un tweet taccuini e microfoni della stampa nell’annunciare sanzioni planetarie, non abitano dalle nostre parti.146