Enrico Sbandi

Giornalista professionista, e pioniere dell’informazione istantanea, è ideatore e fondatore nel 1995 della società "E-press", che ha all’attivo la pubblicazione di oltre 2.500 edizioni di giornali in tempo reale.Attualmente è amministratore della e-press, con la quale cura consulenza strategica di comunicazione principalmente per interlocutori dei settori industriali, delle fiere internazionali e nell’ambito della medicina. Collabora alle pubblicazioni del gruppo Class e di Rcs quotidiani.

Coronavirus, un vaccino per l’informazione​

Il coronavirus, più che per il numero di persone colpite e di decessi, potrebbe entrare negli annali come l’epidemia che cambiò i social network.

Il coronavirus, più che per il numero di persone colpite e di decessi, potrebbe entrare negli annali come l’epidemia che cambiò i social network.

Per la prima volta in questa circostanza Facebook ha vestito i panni di editore globale ed ha annunciato la rimozione delle false notizie sul virus e sulle possibili cure. Pari manovra riguarda Instagram, che fa sempre capo al gruppo di Mark Zuckerberg. L’annuncio è stato dato il 30 gennaio in forma ufficiale e con termini inequivocabili in una news dal titolo “Keeping People Safe and Informed About the Coronavirus. Interventi simili finora avevano riguardato situazioni circoscritte, come la rimozione in Italia della citofonata di Salvini, o delle notizie fuorvianti sul vaccino antipolio in Pakistan, su richiesta governativa.

Spalmala ancora, Luca

Gli addetti ai lavori passeranno oltre sentendo parlare di newsjacking, l’agganciarsi a un protagonista o a un fatto, per approfittare della sua risonanza mediatica. Eppure è importante affrontare la questione, perché c’è ancora una maggioranza pronta a definire “maghi” della politica, “geni” delle strategie mediatiche, “campioni” della conquista degli umori popolari, soggetti che in realtà hanno un’empatia prefabbricata da altri attraverso l’analisi delle tendenze.

Gli addetti ai lavori passeranno oltre sentendo parlare di newsjacking, l’agganciarsi a un protagonista o a un fatto, per approfittare della sua risonanza mediatica. Eppure è importante affrontare la questione, perché c’è ancora una maggioranza pronta a definire “maghi” della politica, “geni” delle strategie mediatiche, “campioni” della conquista degli umori popolari, soggetti che in realtà hanno un’empatia prefabbricata da altri attraverso l’analisi delle tendenze.

Roba delle cronache dei giorni nostri, in cui si procede, e si comunica, per livelli. C’è quello superficiale, una spuma vista dai più e ritenuta dai medesimi esaustiva della realtà. Su quel livello, disgraziatamente, fluttuano informazioni di ogni tipo, per lo più prive di ancoraggio, di sostanza, eppure dotate di velocissima capacità di propagazione e di penetrazione.

La bolla e “the Donald”: quando la Rete si mette a ragionare

Due questioni separate da un oceano, prive di connessioni fra loro eppure legate da una considerazione: il comportamento umano si conferma di ordine superiore e imprevedibile rispetto alle previsioni di condizionamento e contagia anche la rete.

Un lavoro pubblicato di recente da un gruppo di studiosi di cui fa parte Walter Quattrociocchi, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, evidenzia, attraverso l’analisi dei flussi di informazione su Twitter, che il temuto fenomeno delle fake news ha avuto influenza estremamente limitata sulla campagna per le ultime elezioni Europee.

TikTok bussa al castello di Re Mark

La tecnica ormai è consolidata: dare vita a una piattaforma social dalle caratteristiche accattivanti, farla evolvere in moda, creare un effetto-risucchio dei download e delle iscrizioni, costruirsi un database poderoso e dagli ampi margini d’intervento – garantiti da veloci, troppo veloci, procedure di accettazione della privacy -, quindi alla prima occasione cambiare pelle e innestare una nuova marcia forti dei numeri e delle informazioni messi in cassaforte.
Anni fa, non secoli, era il 2012, debutta Vine: in 6 secondi consentiva di produrre e lanciare video su propria piattaforma che dalla BBC furono definiti “ipnotizzanti”. L’anno dopo viene acquistata da Twitter. Chiude i battenti nel 2017, i suoi utenti risucchiati nel frattempo da Instagram e Youtube.

Il libro va, con l’aiutino. Ma in Italia si legge poco

Gli italiani leggono poco, la loro propensione di spesa verso i prodotti stampati è in calo, la pubblicità su stampa, di conseguenza continua a perdere terreno rispetto al mercato pubblicitario complessivo. Ma gli incentivi alla lettura stanno funzionando: ne è prova il settore librario, unico che presenta dati in crescita, spinto dal “bonus 18” che per l’80% è stato destinato dai giovani fruitori all’acquisto di volumi in carta, per il quale all’orizzonte c’è l’estensione agli abbonamenti a giornali e riviste.

Il CEO made in Italy? È poco social

Sono 3 su 20 i CEO italiani di società quotate in Borsa che adoperano attivamente i social network; di questa frazione, poco più della metà, il 53%, sono attivi in Linkedin come canale principale; il 5%, vale a dire una quota marginale, si avvale di Twitter. Ma è il dato riassuntivo a lasciare, probabilmente, più perplessi: 44 (il 21%) su 221 (tale è l’insieme dei CEO verificati) sono presenti con una propria pagina su Wikipedia, 6 su 10 hanno una biografia sul sito della propria azienda. Si parla di top manager, soggetti che dovrebbero avere una cultura e un’inclinazione consolidata verso la comunicazione.

Studiare e comunicare

Sorvolare con passaggio radente il mondo dei media senza mai perdere d’occhio l’orizzonte è un esercizio ambizioso, certamente utile, complesso almeno quanto la stessa complessità che si propone di risolvere.

Media Studies è nata per riuscire in questo intento, finalizzandolo al confronto, all’analisi e alla successiva divulgazione. Attraversiamo una fase storica in cui le tecnologie di comunicazione evolvono con rapidità tale da riverberarsi come onde d’urto nel sociale. Un divenire spesso così veloce da far sì che la diffusione della notizia sopravanzi quella della conoscenza, che va nel frattempo a conquistare un valore fondamentale, probabilmente mai prima così rilevante.