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	<title>Incontri &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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		<title>Innovazione e responsabilità: l&#8217;Intelligenza Artificiale nel giornalismo di domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Bullone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 May 2023 10:34:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/05/il-futuro-del-giornalismo-copertina-e1685956554273-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine copertina evento &quot;Il futuro del giornalismo&quot;" decoding="async" />L’evoluzione dell’informazione, i cambiamenti del giornalismo e l’avvento delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale, sono solo alcune delle tematiche discusse nella conferenza intitolata “Il futuro del giornalismo. Digitale. Artificiale?” tenutasi presso l’Istituto Francese di Napoli, lo scorso 5 maggio. L’evento è stato organizzato dall’associazione non profit Media Studies, che da sempre mira alla diffusione della&#8230;&#160;<a href="https://www.mstudies.it/2023/05/30/innovazione-e-responsabilita-lintelligenza-artificiale-nel-giornalismo-di-domani/" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Innovazione e responsabilità: l&#8217;Intelligenza Artificiale nel giornalismo di domani</span></a></p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/05/30/innovazione-e-responsabilita-lintelligenza-artificiale-nel-giornalismo-di-domani/">Innovazione e responsabilità: l&#8217;Intelligenza Artificiale nel giornalismo di domani</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/05/il-futuro-del-giornalismo-copertina-e1685956554273-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine copertina evento &quot;Il futuro del giornalismo&quot;" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3705" class="elementor elementor-3705">
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									<p>L’evoluzione dell’informazione, i cambiamenti del giornalismo e l’avvento delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale, sono solo alcune delle tematiche discusse nella conferenza intitolata “Il futuro del giornalismo. Digitale. Artificiale?” tenutasi presso l’Istituto Francese di Napoli, lo scorso 5 maggio.</p><p>L’evento è stato organizzato dall’associazione non profit Media Studies, che da sempre mira alla diffusione della cultura digitale e di una ampia e corretta alfabetizzazione sulle tematiche connesse e sull’uso consapevole dei nuovi media, in collaborazione con l’Istituto Francese di Napoli, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, l’Ordine degli Ingegneri di Napoli. Patrocinato dal Comune di Napoli, dalla Città Metropolitana di Napoli, dalla Regione Campania.</p><p>Con questa iniziativa Media Studies ha voluto evidenziare quanto sia dirompente l’impatto dei nuovi strumenti sulla vita di tutti ed in particolar modo nel mondo del giornalismo, il bisogno di affrontare queste tematiche risulta necessario perché, come ha affermato dal presidente di Media Studies Antonio Rossano: «siamo del tutto impreparati giuridicamente, tecnicamente ed eticamente ad affrontare questa rivoluzione».</p><p>Sono stati invitati alla partecipazione esperti di ogni campo in un confronto interdisciplinare che ha permesso di far emergere vari punti di vista sull’argomento.</p><p>I saluti istituzionali di <strong>Lise Moutoumalaya</strong> Console generale di Francia, <strong>Raffaele Savonardo</strong> Direttore Osservatorio Giovani, <strong>Gennaro Annunziata</strong> Presidente Ordine Ingegneri Napoli, hanno preceduto l’inizio della conferenza.</p><p>Ad aprire L’evento è stato chiamato un trio di archi costituito dagli allievi del liceo musicale “Boccioni Palizzi” che hanno eseguito un brano di musica barocca diretti dall’insegnate, <strong>Chiara Mallozzi</strong>. L’insegnate è Intervenuta al termine dell’esibizione e con l’espressione “Barocca non proprio” ha rivelato agli spettatori che quel brano era stato creato da un programma di Intelligenza Artificiale e trascritto dal suo collega <strong>Alessandro Siniscalco,</strong> un atto provocatorio che ha stupito i partecipanti e che ha permesso di entrare sin da subito nel vivo del dibattito.</p><p>Sono intervenuti <strong>Carlo Bartoli, </strong>presidente del Consiglio Nazionale dell&#8217;Ordine dei Giornalisti, <strong>Elisa Giomi</strong>, commissaria AGCOM, <strong>Peter Gomez</strong>, direttore del “Ilfattoquotidiano.It, <strong>Giorgio Ventre,</strong> direttore Apple Academy e <strong>Guido Scorza</strong>, membro del Collegio Garante Privacy e <strong>Antonio Rossano</strong>, presidente Associazione Media Studies.</p><p>Ha aperto la discussione l’avvocato Guido Scorza che ha commentato le vicende riguardanti il blocco di ChatGPT in Italia. Scorza ha affermato: «Siamo intervenuti tempestivamente, perché abbiamo riscontrato che le fonti di ChatGPT erano piuttosto opache e soprattutto che non erano state rispettate le regole sul trattamento dei dati personali, infatti il software si serve di un algoritmo che non riconosce la differenza fra dati personali e dati generali».</p><p>In seguito, Peter Gomez con il suo intervento ha spostato il focus sull’utilizzo dell’IA nel mondo del giornalismo, evidenziando quanto questi strumenti possano in realtà aiutare i giornalisti per liberarsi di quel lavoro noioso e routinario di compilazione e trascrizione, ma non ha nascosto che effettivamente, l’avvento di queste nuove tecnologie così veloci e precise possa provocare una diminuzione di organico e questioni sindacali di vario tipo. La figura del giornalista però non può essere sostituita dalla macchina perché, come ha precisato il Direttore, «non bisogna dimenticare la differenza sostanziale tra informazione che può essere fornita da tutti e giornalismo che con il metodo dell’inchiesta scova e dà notizie che nessuno sa».</p><p>Giorgio Ventre, invece ritornando alla questione introdotta da Scorza, ha affermato che «l’algoritmo di ChatGPT è approssimativo» ed ha sottolineato l’importanza dell’intervento del Garante perché in Italia le istituzioni tendono a non affrontare tale problematica. Ha poi affermato Ventre «il Garante ha dimostrato l’interesse delle istituzioni con cognizione di causa».</p><p>Anche il presidente dell’Ordine Bartoli ha espresso piena approvazione per l’intervento del Garante, sottolineando l’approssimazione che c’è nella selezione delle informazioni di questi strumenti, che possono portare alla diffusione di notizie errate. </p><p>L’ultimo intervento è stato affidato alla sociologa Elisa Giomi che ha affermato che «l’azione del garante ha stimolato anche in Italia un dibattito già vivace in tutto il mondo». Ha poi formulato in un quadro generale spiegando le tendenze della società nei confronti dell’IA ed ha sottolineato l’errore che si commette di porre tali sistemi in confronto con l’intelligenza umana innescando un timore costante verso le innovazioni e le nuove tecnologie.<br />Un approccio più adeguato sarebbe di considerare l’IA non come sostitutiva, ma come un “corredo dell’umano” perché «l’intelligenza è una».</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Chiara Mallozzi &#8211; Alessandro Siniscalco</strong><br />Introduzione musicale degli allievi del liceo Palizzi. Brano composto dall&#8217;intelligenza artificiale </p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Giorgio Ventre  &#8211; secondo intervento</strong><br /> Direttore Apple Accademy</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Corlo Bartoli &#8211; secondo intervento</strong><br />Presidente Ordine Nazionale dei Giornalisti</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Guido Scorza &#8211; secondo intervento</strong><br />Membro del collegio del Garante della privacy</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Elisa Giomi  &#8211; secondo intervento</strong><br />Commissaria AGCOM</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;"><strong>Antonio Rossano &#8211; secondo intervento</strong><br />Presidente Media Studies</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/06/1677584822668.jpg" width="100"  height="100" alt="Alessia Bullone" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/alessia-bullone/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Alessia Bullone</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laurenda in culture digitali e della comunicazione, interessata alla cultura digitale e alle nuove prospettive e paradigmi che essa propone, collabora con Media Studies, in relazione alle sue competenze, nell&#8217;analisi e scrittura di testi, ricerche ed organizzazione di eventi riguardanti AI e giornalismo.</p>
<p>Nell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills si occupa di analisi dei fabbisogni, Web design, content creation, UX e SEO.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/alessia-bullone-032944225/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/alessia.bullone/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Instagram" target="_blank" href="https://www.instagram.com/alessiabullone/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-instagram" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M224.1 141c-63.6 0-114.9 51.3-114.9 114.9s51.3 114.9 114.9 114.9S339 319.5 339 255.9 287.7 141 224.1 141zm0 189.6c-41.1 0-74.7-33.5-74.7-74.7s33.5-74.7 74.7-74.7 74.7 33.5 74.7 74.7-33.6 74.7-74.7 74.7zm146.4-194.3c0 14.9-12 26.8-26.8 26.8-14.9 0-26.8-12-26.8-26.8s12-26.8 26.8-26.8 26.8 12 26.8 26.8zm76.1 27.2c-1.7-35.9-9.9-67.7-36.2-93.9-26.2-26.2-58-34.4-93.9-36.2-37-2.1-147.9-2.1-184.9 0-35.8 1.7-67.6 9.9-93.9 36.1s-34.4 58-36.2 93.9c-2.1 37-2.1 147.9 0 184.9 1.7 35.9 9.9 67.7 36.2 93.9s58 34.4 93.9 36.2c37 2.1 147.9 2.1 184.9 0 35.9-1.7 67.7-9.9 93.9-36.2 26.2-26.2 34.4-58 36.2-93.9 2.1-37 2.1-147.8 0-184.8zM398.8 388c-7.8 19.6-22.9 34.7-42.6 42.6-29.5 11.7-99.5 9-132.1 9s-102.7 2.6-132.1-9c-19.6-7.8-34.7-22.9-42.6-42.6-11.7-29.5-9-99.5-9-132.1s-2.6-102.7 9-132.1c7.8-19.6 22.9-34.7 42.6-42.6 29.5-11.7 99.5-9 132.1-9s102.7-2.6 132.1 9c19.6 7.8 34.7 22.9 42.6 42.6 11.7 29.5 9 99.5 9 132.1s2.7 102.7-9 132.1z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/05/30/innovazione-e-responsabilita-lintelligenza-artificiale-nel-giornalismo-di-domani/">Innovazione e responsabilità: l&#8217;Intelligenza Artificiale nel giornalismo di domani</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Digitale. Artificiale? Il giornalismo del futuro</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2023/04/27/digitale-artificiale-il-giornalismo-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Media Studies]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2023 21:10:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=3507</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/man-845847_1280-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine androide con volto staccato che si guarda" decoding="async" />Nel mondo del giornalismo le applicazioni automatizzate già in uso sono centinaia e consentono di produrre, pianificare ed organizzare un’ampia varietà di contenuti ed operazioni.</p>
<p>Dalla realizzazione dei prospetti economici e finanziari di borsa al resoconto di manifestazioni sportive, alle traduzioni, all’organizzazione del lavoro ed all’invio di contenuti.</p>
<p>Ma quali problematiche pone uno scenario di automazione avanzata nel quale una intelligenza artificiale a cui, attraverso il machine learning, si sono fatti leggere decine o centinaia di testi di un autore (giornalista) potrebbe emularne lo stile, riuscendo in qualche modo ad ingannare il lettore sulla origine del contenuto?</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/04/27/digitale-artificiale-il-giornalismo-del-futuro/">Digitale. Artificiale? Il giornalismo del futuro</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/man-845847_1280-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine androide con volto staccato che si guarda" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3507" class="elementor elementor-3507">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-0361c99 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="0361c99" data-element_type="section">
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									<p><span style="background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px; font-size: 21.6px;"><b>AIVA scrive la Musica sinfonica&#8230;</b></span></p><p><span style="font-size: 1.2em; background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px;">Quello riprodotto nella colonna successiva è un brano di musica sinfonica scritto da AIVA per la Brussels Philarmonic Orchestra che, nel 2019, ha suonato in un <a href="https://www.brusselsphilharmonic.be/concerten/digitale-lente-22-03-2019" rel="nofollow noopener" target="_blank">suo tour di concerti</a>.</span></p><p><span style="font-size: 1.2em; background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px;">AIVA (Artificial Intelligence Virtual Artist) è un artista virtuale, un&#8217;Intelligenza Artificiale.</span></p>								</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img fetchpriority="high" decoding="async" width="384" height="384" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/midjy.webp" class="attachment-large size-large wp-image-3515" alt="Immagine realizzata da AI Midjpurney" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/midjy.webp 384w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/midjy-300x300.webp 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/midjy-150x150.webp 150w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Immagina realizzata dall'AI "Midjourney"</figcaption>
										</figure>
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									<p><span style="background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px; font-size: 21.6px;"><b>&#8230;e MIDJOURNEY crea immagini</b></span></p><p><span style="font-size: 1.2em; background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px;">Quella che precede è un&#8217;immagine descritta come &#8220;ritratto di una bella donna di colore con un bel make-up naturale, che indossa un hijab bianco&#8221; come descritto dal suo &#8220;ideatore&#8221; Bart S.</span></p><p><span style="font-size: 1.2em; background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px;">L&#8217;immagine, creata secondo la descrizione sopraindicata, è stata realizza da <a href="https://midjourney.com/showcase/recent/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Midjourney</a>, un&#8217;altra Intelligenza Artificiale specializzata in elaborazione di immagini.</span></p>								</div>
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									<p>E sono decine le applicazioni dell&#8217;Intelligenza Artificiale che in questo momento si stanno diffondendo anche a livello del pubblico, laddove gli esperti erano già al lavoro per testarne possibilità e sviluppi.</p>								</div>
				</div>
					</div>
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									<p><span style="background-color: var(--nv-site-bg); color: var(--nv-text-color); letter-spacing: 0px; font-size: 21.6px;"><b>Nick Cave: &#8220;è una schifezza&#8221;</b></span></p><p>Il cantautore Nick Cave, dopo aver letto un testo scritto da <a href="https://openai.com/blog/chatgpt/" rel="nofollow noopener" target="_blank">ChatGpt</a> (altro programma di intelligenza artificiale) che doveva emulare il suo stile, <a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/2023/01/17/news/nick_cave_chatgpt_canzone_stronzata-383970761/" rel="nofollow noopener" target="_blank">ha dichiarato</a> che era &#8220;una schifezza&#8221; e che &#8220;<i>&#8230;le canzoni nascono dalla sofferenza, cioè si basano sulla complessa lotta intima della creazione, che è tutta umana: per quanto ne so, gli algoritmi non hanno sentimenti&#8230;</i>&#8220;</p><p>Secondo Cave quindi la inumanità della tecnologia non è neanche lontanamente paragonabile alla creatività umana, eppure, come ben sappiamo, il mondo del giornalismo, soprattutto in questi ultimi anni, si nutre di contenuti realizzati da autori umani, ma in modalità industriale, al costo di pochi euro ad articolol</p>								</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img decoding="async" width="375" height="500" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Nick_cave_2004.jpg" class="attachment-large size-large wp-image-3539" alt="Foto Nick Cave che canta" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Nick_cave_2004.jpg 375w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Nick_cave_2004-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Il cantante Nick Cave</figcaption>
										</figure>
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									<p>Nel mondo del giornalismo le applicazioni automatizzate già in uso sono centinaia e consentono di produrre, pianificare ed organizzare un&#8217;ampia varietà di contenuti ed operazioni.</p>
<p>Dalla realizzazione dei prospetti economici e finanziari di borsa al resoconto di manifestazioni sportive, alle traduzioni, all&#8217;organizzazione del lavoro ed all&#8217;invio di contenuti.</p>
<p>Ma quali problematiche pone uno scenario di automazione avanzata nel quale una intelligenza artificiale a cui, attraverso il machine learning, si sono fatti leggere decine o centinaia di testi di un autore (giornalista) potrebbe emularne lo stile, riuscendo in qualche modo ad ingannare il lettore sulla origine del contenuto?</p>
<p>E quindi, perché la possibilità di automatizzare la produzione di questi contenuti prodotti secondo modalità fordiste non dovrebbe tentare gli industriali dell&#8217;informazione?</p>
<p>Con enormi problemi di tipo deontologico, sociale e cognitivo: che fine fa il concetto di autorialità, il legame indissolubile tra il prodotto dell&#8217;intelletto ed il suo autore?</p>
<p>Che problemi giuridici pone un simile scenario?&nbsp;</p>
<p>Per discutere di queste problematiche che non sono più da considerare appartenenti ad un futuro prossimo o remoto che sia, ma che costituiscono il presente, Media Studies e L&#8217;Istituto Francese di Napoli, il Consiglio Nazionale dell&#8217;Ordine dei giornalisti, l&#8217;Ordine degli Ingegneri della provincia di Napoli, in collaborazione con l&#8217;Osservatorio Giovani della Regione Campania, hanno organizzato una conferenza con importanti ed autorevoli relatori, dal titolo &#8220;Digitale? Artificiale? Il giornalismo del futuro&#8221;.</p>
<p><br>Di seguito il programma dell&#8217;evento, per partecipare al quale&nbsp;<a href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-futuro-del-giornalismo-digitale-artificiale-617556456987" target="_blank" rel="noopener nofollow"><b>è necessario registrarsi su Eventbrite a questo link</b></a>.</p>								</div>
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															<img loading="lazy" decoding="async" width="1086" height="1536" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-1086x1536.jpg" class="attachment-1536x1536 size-1536x1536 wp-image-3631" alt="Locandina evento &quot;Il futuro del giornalismo&quot;" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-1086x1536.jpg 1086w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-212x300.jpg 212w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-724x1024.jpg 724w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-768x1086.jpg 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo-1448x2048.jpg 1448w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/01/Il-futuro-del-giornalismo.jpg 1587w" sizes="(max-width: 1086px) 100vw, 1086px" />															</div>
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		<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/04/27/digitale-artificiale-il-giornalismo-del-futuro/">Digitale. Artificiale? Il giornalismo del futuro</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Un Metaverso di fascino, possibilità, rischi e…norme? Intervista a Donato Nitti</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2022/03/03/un-metaverso-di-fascino-possibilita-rischi-enorme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 09:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=3244</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/03/Ghost-in-the-shell-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Manga avatar nel metaverso" decoding="async" />Metaverso è un termine nato nel 1992 nel mondo cyberpunk (coniato da Neal Stephenson in Snow Crash). Sembra essere l’argomento del momento perché utilizzato da social come Facebook (Meta). Esso rappresenta l’evoluzione di Internet, non una sostituzione e prefigura un insieme di mondi virtuali e reali interconnessi, popolati da avatar.<br />
Il Metaverso ci consente di superare i limiti e fare quello che non riusciremmo nelle contingenze di uno spazio e di un corpo.<br />
Non è un caso che un noto social abbia recentemente mutato il proprio nome in Meta.<br />
Metaverso è un termine nato nel 1992 nel mondo cyberpunk (coniato da Neal Stephenson in Snow Crash). Sembra essere l’argomento del momento perché utilizzato da social come Facebook (Meta). Esso rappresenta l’evoluzione di Internet, non una sostituzione e prefigura un insieme di mondi virtuali e reali interconnessi, popolati da avatar.<br />
Il Metaverso ci consente di superare i limiti e fare quello che non riusciremmo nelle contingenze di uno spazio e di un corpo.<br />
Non è un caso che un noto social abbia recentemente mutato il proprio nome in Meta.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2022/03/03/un-metaverso-di-fascino-possibilita-rischi-enorme/">Un Metaverso di fascino, possibilità, rischi e…norme? Intervista a Donato Nitti</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/03/Ghost-in-the-shell-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Manga avatar nel metaverso" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3244" class="elementor elementor-3244">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-db9e65c elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="db9e65c" data-element_type="section">
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									<p>Nell’anime <i>Ghost in the Shell</i> del 1995 ci troviamo in una Tokyo del 2029. Le reti telematiche controllano tutti i meccanismi economici e di produzione. In questo mondo, i cyborg sono stati in grado di infrangere i limiti degli esseri umani e si sono imposti, grazie ai loro impianti bionici, in ogni settore.<br>La stessa protagonista, nota come il Maggiore, è una di essi.<br>Nell’anime, in un edificio è stato trovato un corpo artificiale. Mentre alcuni discutono sul lato burocratico del ritrovamento del corpo, un altro personaggio conferma come lo spirito individuato all&#8217;interno del cyborg sia una creazione del “Burattinaio”, o “Il Signore del Pupazzi”, come recitava il primo doppiaggio dell’anime. Si scopre che il Ministero degli affari esteri stava lavorando da diverso tempo alla sua caccia e che, ora, è riuscito a rinchiuderne il <i>ghost</i> all&#8217;interno di questo corpo dalle fattezze femminili e, nel frattempo, parzialmente, non più assemblato.</p>
<p>Nell’anime si assiste a come l’organismo inerme acquisisce improvvisamente il controllo dell&#8217;edificio e comincia a parlare: afferma di non aver mai posseduto un corpo poiché trattasi di un software informatico divenuto autocosciente e desideroso di ottenere asilo politico. Alla risposta che un programma di autoconservazione come lui non possa fare richieste del genere, il Burattinaio replica che anche l&#8217;umanità è una forma di autoconservazione i cui dati sono mnemonici con i geni che vengono trasmessi attraverso il DNA. Inoltre, accusa gli esseri umani di aver sottovalutato l&#8217;applicazione della tecnologia informatica ai sistemi di memoria; infatti, dal momento che la scienza, allo stato attuale dell’anime, non può fornire un&#8217;adeguata definizione del concetto di vita, lui, in quanto essere cosciente e senziente, ha il diritto di ricevere asilo politico. Alla richiesta se fosse una qualche forma di AI (<i>Artificial Intelligence</i>), il Burattinaio risponde di chiamarsi col nome in codice <i>Progetto 2501</i>, nato dal mare informatico e che ha deciso autonomamente di entrare nel corpo in cui si trova per oltrepassare le barriere del Ministero degli affari esteri, come atto di libero arbitrio.</p>
<p>Da questo breve sunto dell’incipit di <i>Ghost in the Shell</i> abbiamo tutti i temi e tutte le interrogazioni attinenti il Metaverso (in inglese <i>metaverse</i>) o i vari Metaversi, per essere più precisi.<br>Metaverso è un termine nato nel 1992 nel mondo cyberpunk (coniato da Neal Stephenson in <i>Snow Crash</i>). Sembra essere l’argomento del momento perché utilizzato da social come Facebook (Meta). Esso rappresenta l’evoluzione di Internet, non una sostituzione e prefigura un insieme di mondi virtuali e reali interconnessi, popolati da avatar. <br>Il Metaverso ci consente di superare i limiti e fare quello che non riusciremmo nelle contingenze di uno spazio e di un corpo.<br>Non è un caso che un noto social abbia recentemente mutato il proprio nome in Meta.</p>								</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="538" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/03/Nitti500.webp" class="attachment-large size-large wp-image-3255" alt="Donato Nitti" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/03/Nitti500.webp 500w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/03/Nitti500-279x300.webp 279w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Avv. Donato Nitti, PhD in diritto privato comparato.<br /> KEIS Law Studio Legale Nitti &amp; Associati</figcaption>
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									<p>Abbiamo intervistato per Media Studies l’avvocato e PhD Donato Nitti, esperto in proprietà intellettuale e che si sta occupando di AI secondo quell’ottica.</p><p>Dialoghiamo con lui su questi temi, attualmente caldi e, tuttavia, antichi e previsti già da certa fantascienza. Di seguito alcune domande e relative risposte.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Metaverso e mondi virtuali</h3>				</div>
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									<p><strong>C’è un limite alle potenzialità del Metaverso?</strong></p><p>«Ancora non sappiamo bene che cosa sia il Metaverso e, soprattutto, in quali direzioni si evolverà. Mondi virtuali esistono da tempo, da Second Life a Fortnite, ma i limiti tecnologici hanno condizionato, e ancora ne condizionano, ampiezza, profondità e capacità di espansione. Saranno quindi le nuove tecnologie che definiranno i limiti, per questo necessariamente mobili. Se oggi il Metaverso è separato dal mondo reale, se quello che accade nel Metaverso rimane nel Metaverso, non possiamo essere certi che in futuro l’interazione tra i due mondi non sarà maggiore fino ad annullarsi completamente. Anzi, personalmente suppongo che questa sarà l’esito finale.<br />Nel film Matrix, se ti fosse successo di morire in Matrix, ti sarebbe accaduto anche in quello che era il tuo mondo reale.»</p>								</div>
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									<p><strong>Che ripercussioni ha quanto facciamo nel Metaverso?</strong></p><p>«Quello che facciamo nei social network ha effetti nel mondo reale: pensiamo ai discorsi d’odio, alle diffamazioni, allo <em>stalking</em>, alle molestie, al <em>revenge porn</em>, al cyber-bullismo. Ma anche alla contraffazione di marchi o al plagio di opere dell’ingegno. Il Metaverso, anche oggi che la sua interazione con il mondo reale è trascurabile, aumenta i rischi, perché l’esperienza dell’utente è più realistica di quella dei social network. Oltre a questo, il controllo sociale sarà maggiore che nell’attuale cyberspace: le tecniche di profilazione saranno applicate non alla semplice navigazione o ai post ma anche ai comportamenti fisici che metteranno a disposizioni informazioni più accurate.»</p>								</div>
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									<p><strong>Siamo vicini a un 2029 prospettato in Ghost in the Shell?</strong></p><p>«Non conosco approfonditamente <em>Ghost in the Shell</em>, non l’ho letto e non ho visto gli adattamenti cinematografici. Tuttavia, da quello che so credo che la tecnologia attuale non sia ancora così avanzata. Questo non significa che i temi giuridici non siano già rilevanti. Ad esempio, se nei social network l’intelligenza artificiale è usata per alcune funzioni limitate, nel Metaverso è già applicata per creare personaggi virtuali che interagiscono con gli avatar degli utenti. Questo comporta, ad esempio, tutti i problemi etici e di responsabilità che accompagnano l’intelligenza artificiale anche nel mondo reale. Un esempio ci viene dalle auto a guida autonoma, che in situazioni estreme, in presenza di condizioni esterne non modificabili dalla macchina, devono scegliere quale dei due pedoni investire. In base a quale regola deve essere presa la decisione? Chi risponde delle conseguenze? I temi sono da tempo oggetto di discussione nel mondo reale, e l’uso esteso dell’intelligenza artificiale nel Metaverso richiederà soluzioni appropriate.»</p>								</div>
				</div>
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									<p><strong>Nel Metaverso possiamo agire impunemente?</strong></p><p>«Non esistono azioni impunite. In ogni ordinamento giuridico esiste un principio generale, declinato in diverse forme e in diverse norme, secondo cui un comportamento che causa un danno ingiusto obbliga il soggetto responsabile a risarcire il danno. I due problemi principali sono stabilire in presenza di quali condizioni il danno sia ingiusto e chi sia il soggetto responsabile. Nel mondo reale abbiamo secoli di esperienza, di leggi, di decisioni giudiziarie che indicano la strada da seguire. Il Metaverso è nuovo e in continua evoluzione, ma certamente possiamo partire dalle regole del mondo reale, adattandole opportunamente alla nuova realtà. »</p>								</div>
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									<p><strong>Dobbiamo considerare connessi i due mondi o c’è qualche differenza?</strong></p><p>«Il punto di connessione dei due mondi è il singolo essere umano, che vive nel mondo reale e usa il Metaverso. Dobbiamo pensare il Metaverso, così come qualsiasi tecnologia, mettendo al centro l’essere umano.. »</p>								</div>
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									<p><strong>Dal punto di vista giuridico, che ripercussioni ci sono? Qual è il limite giuridico? Esistono norme di regolamentazione del Metaverso?</strong></p><p>«La tecnologia è in rapido mutamento, così rapido che le procedure per l’adeguamento delle legislazioni non riescono ad essere efficienti. Finché non saranno disponibili regole specifiche per il Metaverso è necessario applicare le regole del mondo reale, adattate dagli interpreti alla nuova realtà. Nella regolazione del Metaverso, dunque, subito spazio a quelli che Rodolfo Sacco chiamava il formante dottrinario, la dottrina, e formante giurisprudenziale, le sentenze dei giudizi, perché il formante legislativo non è in grado di seguire gli sviluppi tecnologici. Nel frattempo, le leggi dovranno essere molto generali, applicando la tecnica che l’Unione Europea ha sperimentato con il GDPR, le cui norme, pensate prima del 2016, possono essere interpretate ed applicate anche oggi che la tecnologia ha fatto grandi passi avanti. Ma, come dicevo prima, si torna all’interpretazione e all’applicazione da parte della dottrina e della giurisprudenza, la cui importanza aumenta con l’aumentare della velocità dei cambiamenti tecnologici.»</p>								</div>
				</div>
					</div>
		</div>
					</div>
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				</div>
		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2022/03/03/un-metaverso-di-fascino-possibilita-rischi-enorme/">Un Metaverso di fascino, possibilità, rischi e…norme? Intervista a Donato Nitti</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Chiuso l’appello per Assange. Reato o libera informazione? Intervista a Sara Chessa</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/12/03/chiuso-lappello-per-assange-reato-o-libera-informazione-brintervista-a-sara-chessa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=3073</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/AssangeF-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Dopo che, a fine ottobre 2021, è stato chiuso il processo di appello per Assange, questi giorni che stiamo vivendo sono quelli della lunga attesa del verdetto.</p>
<p>Un’attesa che riguarda il mondo intero, riguarda tutti noi, riguarda i nostri diritti.</p>
<p>E non si parla solo di diritti di accesso all’informazione e alla conoscenza.</p>
<p>Si parla anche e soprattutto di diritti umani. Diritti umani violati ai danni del giornalista Assange.</p>
<p>Si parla di libertà di informazione che è connessa all’accesso all’informazione e alla conoscenza e anche, diciamolo pure, al fenomeno del whistleblowing.</p>
<p>Questo verdetto non deciderà solo di Assange, deciderà delle sorti del giornalismo, del suo scopo, della sua missione, della sua esistenza stessa.</p>
<p>Perché? A spiegarci questo punto di vista è Sara Chessa, giornalista per Independent Australia e ricercatrice per Bridges for Media Freedom, organizzazione impegnata nell’ambito dei diritti umani e della difesa della libertà di informazione e di pensiero.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/12/03/chiuso-lappello-per-assange-reato-o-libera-informazione-brintervista-a-sara-chessa/">Chiuso l’appello per Assange. Reato o libera informazione? &lt;/br&gt;Intervista a Sara Chessa</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/AssangeF-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3073" class="elementor elementor-3073">
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									<p>Dopo che, a fine ottobre 2021, è stato chiuso il processo di appello per Assange, questi giorni che stiamo vivendo sono quelli della lunga attesa del verdetto.</p><p>Un’attesa che riguarda il mondo intero, riguarda tutti noi, riguarda i nostri diritti.</p><p>E non si parla solo di diritti di accesso all’informazione e alla conoscenza.</p><p>Si parla anche e soprattutto di diritti umani. Diritti umani violati ai danni del giornalista Assange.</p><p>Si parla di libertà di informazione che è connessa all’accesso all’informazione e alla conoscenza e anche, diciamolo pure, al fenomeno del <em><a href="https://www.anticorruzione.it/-/whistleblowing" rel="nofollow noopener" target="_blank">whistleblowing</a>.</em></p><p>Questo verdetto non deciderà solo di Assange, deciderà delle sorti del giornalismo, del suo scopo, della sua missione, della sua esistenza stessa.</p>								</div>
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									<p>Perché? Ce ne parla&nbsp;<strong>Sara Chessa</strong>, giornalista per <em>Independent Australia </em>e ricercatrice per <em>Bridges for Media Freedom,</em> organizzazione impegnata nell’ambito dei diritti umani e della difesa della libertà di informazione e di pensiero.</p>
<p>Segue da vicino il caso Assange, sia nelle sue vicende londinesi sia in altri contesti rilevanti – per esempio presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo – raccontandone fatti e retroscena per i lettori di <em>Independent Australia</em> e partecipando, in virtù del proprio ruolo attivo in seno a <em>Bridges for Media Freedom</em>, alle iniziative di sensibilizzazione delle figure istituzionali europee sul caso.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Assange, il dramma di un "prigioniero"</h3>				</div>
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									<p><strong>Buongiorno Sara, come sta Julian Assange? Hai notizie recenti?</strong></p><p>«Julian Assange sta come ognuno di noi starebbe se posto di fronte alla possibilità di vivere, fino alla vecchiaia, nella versione più terrificante del sistema carcerario statunitense, quella delle Misure amministrative speciali. In tale regime, secondo la testimonianza resa durante il processo in primo grado dall&#8217;avvocato americano Eric Lewis, è possibile, per esempio, che il prigioniero trascorra del tempo in catene, che la riservatezza delle conversazioni con i suoi legali sia negata, che non gli sia permesso di mescolarsi con nessun altro e che persino l&#8217;esercizio fisico avvenga a tarda notte, in modo da tenerlo lontano da tutti gli altri.</p><p>Inoltre, una persona che, come Assange, si trovi di fronte questo scenario, difficilmente può liberarsi dal timore che tale isolamento comporti anche il rischio di ritrovarsi in balia delle stesse forze repressive che, a livello di agenzie governative, durante l&#8217;amministrazione Trump, hanno discusso il progetto del suo sequestro, avvelenamento o assassinio (questo è quanto emerge sia da una recente inchiesta di Yahoo News sia, soprattutto, dai documenti di un processo in corso in Spagna, relativi allo spionaggio effettuato – all’interno dell’ambasciata ecuadoriana – da un&#8217;agenzia di sorveglianza privata, accusata di essersi alleata con i servizi segreti americani per registrare le conversazioni di Assange con i suoi avvocati, medici e amici).</p><p>Per avere un&#8217;idea di come l’editore di WikiLeaks stia, possiamo immaginarci soli nella cella di un carcere britannico di massima sicurezza, mentre, da più di due anni, attendiamo che una lunga ed estenuante successione di udienze ci dica se saremo trasferiti in uno stato il cui governo abbiamo messo in imbarazzo con la nostra attività giornalistica. E che, per questo motivo, chiede con tanta determinazione che gli veniamo consegnati per essere processati, con capi di imputazione che possono portare fino a 175 anni di prigione, vale a dire un addio alla vita, alla famiglia, a tutto ciò che abbiamo di più prezioso. Così sta Julian Assange.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong>&#8220;<em>Deriso, non creduto e colpito da una campagna diffamatoria di proporzioni enormi</em>&#8220;</strong></span></p><p>«Inoltre, è importante ricordare che il suo incubo non è iniziato soltanto due anni e mezzo fa, quando è stato prelevato dall&#8217;ambasciata ecuadoriana a Londra, dove godeva dello status di rifugiato. È iniziato molto prima, appena dopo il 2010, anno in cui i diari di guerra afghani e iracheni sono stati pubblicati, aprendo gli occhi del pubblico su crimini terribili, dei quali ogni cittadino aveva il diritto di sapere. Già allora, anni prima che il mandato d&#8217;arresto fosse emesso, Assange aveva avvertito che gli Stati Uniti avrebbero probabilmente portato avanti ritorsioni nei suoi confronti.</p><p>Deriso, non creduto e colpito da una campagna diffamatoria di proporzioni enormi, Assange è andato a dormire con questo pensiero per anni, anche dopo aver trovato rifugio nel complesso diplomatico ecuadoriano nel Regno Unito, nel 2012. Le stesse accuse di cattiva condotta sessuale che ha ricevuto in Svezia, ora archiviate, sono state descritte dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura Nils Melzer come &#8220;fabbricate&#8221;, oltre a essere considerate dallo stesso Assange come una forma di vendetta per le rivelazioni che ha pubblicato.</p><p>Questo calvario ha influito negativamente sulla sua salute mentale, tanto da far temere alla giudice in primo grado che l’editore di WikiLeaks, se trasferito negli Stati Uniti, avrebbe avuto alte probabilità di commettere suicidio. Se immaginiamo noi stessi coinvolti in una simile situazione, avviati versi decenni di isolamento, con pochissimi contatti con l’esterno e con la consapevolezza di poter avere a che fare con quelle agenzie che si sono mostrate determinate a punirci senza alcun riguardo per i nostri diritti umani, sono certa che possiamo farci un’idea di come lui stia. Julian Assange è anche un figlio, un compagno, un genitore.»</p><p><em><strong><span style="color: #00a2dd;">L&#8217;incontro con il padre</span></strong></em></p><p>«Ho incontrato di recente suo padre, di rientro dal carcere di Belmarsh, dove lo aveva appena visitato. Ciò che comprendo è che i brevi momenti delle visite carcerarie sono quelli da cui giunge l’unico possibile sollievo, quello dato dal vedere i suoi bambini, la sua compagna Stella Moris e i suoi cari. Da poco, Stella e Julian hanno ricevuto l’autorizzazione a sposarsi all’interno del centro di detenzione in cui lui si trova. Sappiamo che questa possibilità gli ha dato gioia. Svanita mesi fa la possibilità che l’epoca Biden portasse a un ritiro della richiesta di estradizione (presentata dalla precedente amministrazione Trump), tutti coloro che lavorano per la libertà di Assange – Ong, attivisti, figure politiche impegnate in ambito diritti umani – si augurano che questa iniezione di speranza legata al matrimonio lo aiuti nella condizione spaventosamente difficile che vive, in attesa della sentenza del processo di secondo grado sull’estradizione, che dovrebbe arrivare entro fine anno.»</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Entrare in possesso di informazioni riservate  è parte dell’ordinario lavoro giornalistico</h3>				</div>
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									<p><strong>Assange si è battuto per la divulgazione di informazioni riservate e classificate che avevano però un interesse globale e vitale per il pubblico. Ha forse stabilito un nuovo &#8220;principio di accesso&#8221; alle informazioni?</strong></p><p>«La libertà dei media è da sempre individuata come presupposto fondamentale per poter definire una democrazia come tale. È grazie a un effettivo riconoscimento del diritto di accesso alla conoscenza se il pubblico può valutare il reale operato dei propri governanti. Ed è il giornalismo investigativo a svolgere una funzione essenziale in questo processo, guardando oltre gli scenari di superficie e consentendo una visione via via più chiara della realtà, spesso attraverso la ricerca, l’analisi e la condivisione di documenti riservati.</p><p>Questo non è dunque un “principio” nuovo, ma piuttosto un elemento essenziale dell’attività giornalistica. Non per niente, durante lo stesso processo Assange, Mark Feldstein, professore ordinario del Dipartimento di giornalismo dell&#8217;Università del Maryland, ha ricordato che, all’interno di istituzioni accademiche come quella di cui lui fa parte – volte a formare i reporter – è una pratica normale quella di insegnare agli studenti come <i>entrare in possesso di informazioni riservate. Questa attività è dunque parte dell’ordinario lavoro giornalistico</i>.</p><p>In alcuni casi, viene portata avanti attaverso strumenti che si sono ampiamente diffusi come mezzo di riconoscimento del diritto alla conoscenza, quali le richieste di accesso agli atti, chiamate nei paesi anglosassoni “FOIA” (da Freedom of Information Act). In altri casi, richiede la ricerca di fonti umane attendibili e l’intrattenimento di relazioni con queste ultime, cosa che per esempio Julian Assange ha fatto nel caso di Chelsea Manning, ex analista dell’esercito attraverso la quale sono arrivate molte delle informazioni diffuse da WikiLeaks.</p><p>Questo mostra che il lavoro svolto da Assange è essenzialmente giornalistico. Non parlerei di “nuovo principio” se stiamo discutendo i punti di riferimento etici, in quanto ciò che mi sembra Assange e WikiLeaks facciano è rimanere fedeli a un principio che già, a livello ideale, è posto alle fondamenta della democrazia e del bene comune. Nella tua domanda parli, infatti, di “informazioni di rilevanza globale e vitali per il pubblico”. È precisamente nell’interesse di quest’ultimo che WikiLeaks ha agito, consentendo ad esso di comprendere, per esempio, quanto la realtà delle guerre in Afghanistan e Iraq fosse diversa da quella che il cittadino poteva immaginarsi seguendo le narrazioni ufficiali.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong>“<em>Se le guerre possono essere iniziate grazie a delle bugie, la pace può iniziare grazie alla verità</em>” </strong></span></p><p>«Quindi, ciò che Assange attraverso il suo lavoro di giornalista e editore ha fatto, più che “stabilire” un nuovo principio di accesso, è stato ed è incarnare nella realtà concreta – con sorprendente integrità – quel principio che, a livello teorico, noi poniamo già alla base di quanto di più prezioso abbiamo conquistato come umanità a livello politico, ovvero alla base della democrazia.</p><p>Quando sottolineo che lo ha fatto con “sorprendente integrità”, mi riferisco al fatto che non è mai tornato indietro riguardo ai propri principi, è andato incontro alle conseguenze di una rivelazione di questioni di interesse globale, mantenendo nel corso degli anni la consapevolezza di aver agito in tal modo per l’interesse pubblico a ricostruire la realtà dei fatti. È sua l’affermazione secondo cui <em>“se le guerre possono essere iniziate grazie a delle bugie, la pace può iniziare grazie alla verità”.</em>  E, andando oltre le citazioni, passando ai fatti, se torniamo ancora una volta alle testimonianze ascoltate dalla corte durante il processo in primo grado, possiamo trovare traccia dell’integrità di cui parlo nel resoconto dell’avvocato Jennifer Robinson. In base a questo, durante il periodo di permanenza presso l’ambasciata ecuadoriana, Assange rifiutò l’offerta di una grazia presidenziale completa.»</p><p><em><span style="color: #00a2dd;"><strong>L’integrità, l’etica, l’eventuale grazia e la protezione</strong></span></em></p><p>«Quest’ultima gli era stata offerta nell’agosto 2017 dall’allora deputata Dana Rohrabacher, la quale provò a chiedergli in cambio una dichiarazione pubblica attestante che la fonte dei documenti del Partito democratico americano pubblicati da WikiLeaks non non fosse la Russia. Assange rifiutò questo “scambio”, funzionale agli interessi dell’allora presidente Trump, in quanto secondo l’etica di WikiLeaks le fonti non devono essere rivelate. La sua vita sarebbe stata certo più semplice a seguito di una possibile grazia, che avrebbe posto fine a quella che anche un Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite ha identificato formalmente come detenzione arbitraria. Tuttavia, l’elemento “integrità” che pervade l’intera storia di Assange è prevalso, come già prevaleva nel corso del lavoro di rivelazione dei documenti riservati, come mostrato per esempio dalle dichiarazioni giurate di John Goetz, un giornalista investigativo tedesco che ha collaborato con WikiLeaks con riferimento al rilascio di informazioni dai registri di guerra e di un&#8217;enorme mole di documenti diplomatici statunitensi. Goetz, davanti alla giudice in primo grado, riferendosi a una delle principali argomentazioni dell&#8217;accusa contro Assange, ovvero quella secondo cui quest’ultimo avrebbe messo in pericolo la sicurezza di persone che avevano fornito informazioni all&#8217;esercito americano, ha descritto la avvenuta rimozione dai documenti – da parte di WikiLeaks – dei nomi di tali informatori come “un processo robusto”.  Un’operazione addirittura “frustrante” per i ritardi che la pubblicazione dei dati subiva, a causa del tempo investito nello screening dei documenti.</p><p>Quest’ultimo, secondo la testimonianza giurata fornita da Goetz, comportò anche un consistente impiego di risorse economiche, come pure l’utilizzo di server sicuri e crittografia per la conservazione dei documenti non redatti. Goetz ha anche riferito alla corte di aver partecipato a una chiamata con il Dipartimento di Stato americano, durante la quale quest’ultimo ha dato ai giornalisti coinvolti nell’operazione i numeri di pagina dei documenti che creavano preoccupazione.</p><p>I nomi di informatori contenuti in tali pagine sono stati poi rimossi prima della pubblicazione. Tutti questi esempi confermano che, come ho detto inizialmente, più che stabilire un nuovo “principio” di accesso alla conoscenza, Assange risulta aver “portato nella materia” un principio che nel mondo delle idee abbiamo sempre considerato come cardine della democrazia. E, come ho spiegato, lo ha fatto mantenendo fermi i parametri etici che attribuiamo alla professione giornalistica.»</p><p><em><span style="color: #00a2dd;"><strong>Il cambio di &#8220;genere&#8221;</strong></span></em></p><p>«Quanto al fatto che WikiLeaks sia un fenomeno del tutto nuovo, rimane da analizzare un altro aspetto, quello relativo al “cambio di genere”. Il passaggio, cioè, a una forma di giornalismo in cui mettere a disposizione del pubblico i dati e la loro analisi diventa centrale. Certo, chi ha analizzato WikiLeaks a partire dal 2010 ne vede il carattere rivoluzionario, perché potenzialmente in grado di utilizzare la rete Internet e la tecnologia in maniera tale da chiedere conto ai governi del loro operato.</p><p>Tra i tanti analisti, il giornalista <strong>Andrea Fama</strong>, nel suo libro <em>“<a href="https://it.scribd.com/book/286709674/Open-Data-Data-Journalism-Trasparenza-e-informazione-al-servizio-delle-societa-nell-era-digitale" rel="nofollow noopener" target="_blank">Open data – Data journalism</a>”<b> </b></em>del 2011, definisce le rivelazioni di WikiLeas come <em>“il più roboante e ingombrante (in tutti i sensi) esempio di data journalism finora dato in pasto al pubblico”</em>. Ecco, quel “finora” rimanda ad altri esempi esistenti.</p><p>Studiando a ritroso i media con riferimento a questo aspetto possiamo tornare indietro fino al 1821 e trovare quello che è probabilmente il primo caso di <em>data journalism</em> al Guardian, in cui una tabella trapelata delle scuole di Manchester elenca il numero di studenti che hanno frequentato e i costi per scuola, mettendo in evidenza che il numero reale di studenti che ricevevano l&#8217;istruzione gratuita era molto più alto di quanto mostrato dai numeri ufficiali.</p><p>In tempi più recenti abbiamo il cosiddetto <em>computer-assisted reporting</em>, o CAR, primo approccio sistematico all&#8217;uso dei computer per analizzare i dati al fine di migliorare le notizie.</p><p>Dagli anni Sessanta, i giornalisti investigativi statunitensi hanno cercato di monitorare in modo indipendente il potere analizzando i database di documenti pubblici con metodi scientifici, facendo quello che è stato definito <em>&#8220;giornalismo di servizio pubblico&#8221;</em> e concentrandosi spesso sul rivelare le ingiustizie.»</p><p><em><span style="color: #00a2dd;"><strong>Un percorso verso la “trasparenza”</strong></span></em></p><p>«Come possiamo vedere, nel corso del tempo ci sono stati diversi casi di focus giornalistico sui dati e altri se ne potrebbero elencare. Se torniamo però alla definizione che Andrea Fama dà di WikiLeaks, come esempio di più grande impatto nell’ambito del data journalism, e proviamo a sintetizzare una ragione per questa affermazione, il primo concetto a venire alla mente è sicuramente l’apporto che l’organizzazione di cui Assange è fondatore ci ha dato in termini di percorso verso la “trasparenza”.</p><p>Questo apporto è avvenuto proprio attraverso la possibilità, data al pubblico, di accedere al “dato senza filtri”. Dunque, anche affrontando il discorso dal punto di vista del “genere” giornalistico che WikiLeaks rappresenta, torniamo ancora una volta al principio che descrivevo all’inizio di questa risposta, il principio che dovrebbe muovere l’intero mondo dei media, ovvero l’intento di accrescere progressivamente la consapevolezza del pubblico circa la realtà, primo passo essenziale perché una comunità (locale, regionale o mondiale) individui come trasformare la realtà stessa nella direzione del bene comune.</p><p>Questo Assange ha fatto passaggio dopo passaggio, dando – credo – ad altri la spinta per fare lo stesso. Confermo dunque ciò che dicevo all’inizio: non ha inaugurato un “nuovo valore”, ma ha espresso nel modo più compiuto e integro possibile un principio che già, come umanità, abbiamo identificato come anima della libertà di informazione e dell’accesso alla conoscenza.»</p>								</div>
				</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Chi opera all’interno di istituzioni internazionali legate ai diritti umani comprende bene che l’estradizione di Assange può generare un pericolosissimo precedente</h3>				</div>
				</div>
				<div class="elementor-element elementor-element-716c166 elementor-widget elementor-widget-text-editor" data-id="716c166" data-element_type="widget" data-widget_type="text-editor.default">
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									<p><strong>Restando in tema di diritti, nel caso Assange vi è una violazione di diritti fondamentali, tra cui la libertà dell&#8217;individuo, come affermato da diverse organizzazioni, da Amnesty International all&#8217;ONU. Si sta muovendo qualcosa, a livello internazionale, per tutelare questi diritti?</strong></p><p>«A livello internazionale c’è più movimento di quanto si possa ritenere. Uno dei momenti chiave, a livello internazionale, è stata la risoluzione approvata a gennaio 2020 dalla Assamblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE, secondo l’acronimo inglese), in cui si chiedeva la liberazione immediata dell’editore di WikiLeaks.</p><p>Come è noto, il Consiglio d’Europa non è una istituzione dell’Unione Europea. È, invece, una entità a sé stante, che ha sede a Strasburgo.</p><p>Per la precisione, si tratta dell’istituzione più importante del continente con riferimento ai diritti umani e, per l’appunto, comprende al suo interno anche la Corte europea dei diritti umani.</p><p>Ne fanno parte sia paesi Ue sia paesi non-Ue, per un totale di quarantasette stati membri. Il fatto che la sua assemblea interna, composta da delegazioni di parlamentari dai diversi Paesi, abbia approvato una simile risoluzione in favore del rilascio di Assange è un fatto molto importante.</p><p>Alcuni parlamentari, in particolare Andrej Hunko e Gianni Marilotti, si sono fatti promotori di questo testo, che è stato poi votato e aggiunto a un più ampio documento sulla situazione della libertà dei media in Europa.</p><p>È stato il primo caso in cui una istituzione europea si è pronunciata a riguardo, dopo anni in cui il clima generale a livello politico (e a livello di media mainstream) era completamente appiattito sul supporto di una costante campagna di diffamazione portata avanti ai danni di Assange, in primo luogo attraverso le accuse svedesi di cui abbiamo già parlato.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Risalita della consapevolezza generale riguardo alle violazioni dei diritti umani ai danni di Assange</em></strong></span></p><p>«Questa operazione di discredito del personaggio aveva l’effetto di ostacolare, nella società civile, la comprensione della rilevanza del lavoro di Assange ai fini dell’interesse pubblico.</p><p>In un certo modo, una affermazione così chiara da parte dell’assemblea del Consiglio d’Europa, ha dato il via a una risalita della consapevolezza generale riguardo alle violazioni dei diritti umani a cui l’editore di WikiLeaks è sottoposto.</p><p>Secondo fatto rilevante a livello internazionale è quello che ha visto protagonista, qualche settimana dopo, l’Alto commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović, la quale in una nota ha affermato che Assange non deve essere estradato, sia perché questo mette a rischio la libertà di stampa, sia per i maltrattamenti che potrebbe subire negli Stati Uniti.</p><p>Non bisogna credere che quanto viene affermato in Consiglio d’Europa, in quanto non vincolante per gli stati, non produca i suoi effetti.</p><p>Per me, che spesso mi reco presso tale istituzione per ragioni di lavoro, l’esistenza di un intenso e costante lavoro a favore della liberazione dell’editore di WikiLeaks è evidente.</p><p>In particolare, bisogna considerare che è l’assemblea stessa del Consiglio a eleggere i giudici della Corte europea dei diritti umani (ECHR) e che, verosimilmente, sarà questa corte a decidere, in ultima istanza, circa l’estradizione di Assange, una volta che il percorso giudiziario nel Regno Unito sarà terminato.</p><p>Se, infatti, il giudice di secondo grado, tra qualche settimana, dovesse dire “sì” all’estradizione – capovolgendo il verdetto della giudice in prima istanza – Assange potrebbe fare appello proprio alla Corte europea dei diritti umani.</p><p>È dunque un buon segno che l’organo incaricato di eleggere i giudici di tale corte sia lo stesso che si è pronunciato con enfasi a favore del rilascio immediato.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>La possibilità di un pericoloso precedente</em></strong></span></p><p>«Chi opera all’interno di istituzioni internazionali legate ai diritti umani comprende bene che l’estradizione di Assange può generare un pericolosissimo precedente, portando a una situazione in cui una grande potenza può richiedere con facilità l’estradizione di qualunque giornalista investigativo pubblichi materiali per essa imbarazzanti.</p><p>Questa possibilità genererebbe un effetto dissuasivo per ogni operatore dei media consapevole di questo rischio, riducendo esponenzialmente la disponibilità di informazioni per il pubblico, quelle informazioni che abbiamo detto essere essenziali per valutare l’operato dei governanti.</p><p>Per questo, per esempio, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura si è fatto sentire diverse volte sulla questione, mettendo anche in guardia di fronte al “no” all’estradizione pronunciato dalla corte in prima istanza, in quanto questo è comunque motivato solo sulla base di questioni relative alla salute mentale di Assange.</p><p>In altre parole, tra le ragioni del “no”, la giudice non ha elencato quelle relative alla difesa della libertà dei media, dell’accesso del pubblico alla conoscenza e della libertà di pensiero dell’editore di WikiLeaks.</p><p>La battaglia dunque continua, su questo fronte come su quello dei diritti umani di Assange, che secondo lo stesso Melzer presenta i chiari segni di un lunghissimo periodo di tortura psicologica.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>La tortura dei “democratici”</em></strong></span></p><p>«Addirittura, Melzer afferma di non aver mai visto, in vent’anni di lavoro nell’ambito di situazioni legate alla tortura, un caso in cui un individuo sia stato sottoposto a persecuzione nella maniera in cui lo è stato Assange a opera di quattro stati democratici, ovvero gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Svezia e l’Ecuador (quest’ultimo responsabile di avergli tolto di punto in bianco lo status di rifugiato, consentendo il suo arresto).</p><p>Come Melzer, altre figure pubbliche si sono mosse e si muovono, cercando di costruire un ponte tra un momento storico paradossale, in cui un editore è in prigione per aver rivelato dei crimini di guerra, e un futuro – speriamo vicino – in cui Assange sarà liberato e avremo un motivo vero per tirare un sospiro di sollievo, tanto per i suoi diritti umani quanto per i nostri.</p><p>Perché questo ponte possa esistere, è necessario che sempre più figure politiche e governative abbiano finalmente il coraggio di parlare, come ha fatto per esempio in Islanda nel 2011 l’allora Ministro dell’interno Ögmundur Jónasson, che mi ha raccontato di aver letteralmente cacciato dal proprio paese l’FBI, dopo aver scoperto che degli agenti americani erano atterrati nel suo paese con lo scopo di incastrare Assange.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Non si negozia sui diritti fondamentali</em></strong></span></p><p>«Dovrebbe agire l’Australia, paese di cui Assange è cittadino.</p><p>Dovrebbero pronunciarsi tutti i governi che sull’Australia possono influire.</p><p>E, naturalmente, dovrebbero farlo esponenti dei governi europei, dato che a chiunque studi il sistema di diritto di questo continente viene spiegato che, qui da noi, i diritti fondamentali dell’individuo non sono negoziabili.</p><p>Consci che in molte carceri statunitensi sembrano invece esserlo, e che un giornalista non può essere incarcerato per aver reso il pubblico consapevole di fatti reali, i governi europei dovrebbero dimostrarla, quella non-negoziabilità che ci viene insegnata.</p><p>E, con un atto di coraggio che dovrebbe essere pura normalità, chiedere la liberazione di Assange.»</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Un certo numero di studiosi italiani di ambito giuridico e filosofico segue il caso ed è attento ai suoi sviluppi</h3>				</div>
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									<p><strong>In Italia, la questione &#8220;Assange&#8221; è sempre meno presente nel dibattito pubblico, anche per il molto tempo trascorso. Com&#8217;è la situazione in altri Paesi?  </strong></p><p>«Non ritengo che sia meno presente che in passato nel dibattito pubblico.</p><p>Se lo è a livello governativo, non si può dire lo stesso a livello parlamentare, né a livello mediatico e, soprattutto, di società civile.</p><p>Vediamoli, a uno a uno, questi ambiti.</p><p>Bisogna rilevare, anzitutto, che esiste in parlamento un comitato trasversale nato per il monitoraggio del caso Assange.</p><p>È stato fondato dal senatore Gianni Marilotti nel novembre 2019, a seguito della visita in Senato di John Shipton, padre del fondatore di WikiLeaks.</p><p>Marilotti ha organizzato una conferenza pubblica presso la biblioteca del Senato, in cui Shipton era tra i relatori assieme a rappresentanti della stampa italiana (Giuseppe Giulietti) e parlamentari (Marta Grande, Primo Di Nicola e altri).»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Rapporto tra trasparenza e segreto delle carte</em></strong><strong><em> </em></strong></span></p><p>«Insieme a loro, il padre di Assange ha affrontato il tema del rapporto tra trasparenza e segreto delle carte, strettamente legato alla questione WikiLeaks.</p><p>In quell’occasione, tutti i relatori, anche chi non aveva particolare simpatia personale verso Assange, si sono trovati d’accordo circa il fatto che l’estradizione sarebbe sbagliata, per le stesse ragioni che abbiamo analizzato sopra.</p><p>Inoltre, da quel momento, il Comitato parlamentare per il monitoraggio del caso Assange è rimasto attivo, Marilotti ha partecipato alle udienze in Inghilterra e una serie di missive sono state inviate da lui e dai suoi colleghi a figure governative britanniche.</p><p>Una di queste all’inizio della pandemia, quando è stato chiesto al Ministro della Giustizia di concedere gli arresti domiciliari ad Assange, che già soffriva di problemi all’apparato respiratorio ed era dunque più esposto alla possibilità di sviluppare forme gravi di Covid-19.</p><p>In quel caso, la detenzione domiciliare non fu concessa, ma si tratta di comunicazioni che consentono al governo inglese di rendersi conto del fatto che altri paesi europei stanno osservando quanto accade.</p><p>Al di là di questo comitato, esistono nel Parlamento italiano anche altri deputati o senatori interessati al caso, per esempio Pino Cabras, che ha presentato di recente una mozione in favore della libertà di Assange presso la Camera dei deputati.</p><p>Ciascuna di queste azioni contribuisce all’aumento della consapevolezza generale del problema.</p><p>Passando ai media, certo non possiamo dire che seguano con costanza il tema, ma un contributo enorme è stato dato, in questo senso, dalla redazione del programma Presa Diretta, che nell’agosto 2021 ha dedicato al caso Assange <a href="https://www.raiplay.it/video/2021/08/Presa-Diretta---Julian-Assange-processo-al-giornalismo---30082021-fb121490-c62e-4ceb-915f-8df443ee0ae2.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">una puntata e ripercorso l’intera sua vicenda</a>.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Chi si occupa di Assange in Italia</em></strong></span></p><p>«Un’altra giornalista italiana, Stefania Maurizi, ha portato avanti un’impresa che nessun altro aveva tentato prima, ovvero quella di presentare richieste di accesso agli atti in diversi paesi per comprendere come stesse procedendo la gestione del caso Assange, all’epoca delle accuse ricevute in Svezia e ora cadute.</p><p>È grazie a questo suo lavoro se abbiamo scoperto che è stato il <em>Crown Prosecution Service</em> (il pubblico ministero britannico) a sconsigliare ai magistrati svedesi l&#8217;unica strategia legale che avrebbe potuto portare a una rapida soluzione del caso, ossia interrogare il fondatore di WikiLeaks a Londra, invece di cercare di estradarlo in Svezia semplicemente per interrogarlo.</p><p>Questo ha portato Assange stesso – che aveva invece tutto l’interesse a essere interrogato – a non poter chiarire la propria posizione e a rimanere per anni incastrato nell’immagine della persona che ha compiuto reati di natura sessuale, nonostante quelle accuse non siano mai state trasformate in capi di imputazione né tanto meno confermate.</p><p>Un’altra realtà che segue con attenzione il caso Assange, anche con interviste a personalità politiche britanniche impegnate nella sua difesa, è Byoblu.»</p>								</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="816" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/Il-fake-del-2018-1024x816.png" class="attachment-large size-large wp-image-3105" alt="" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/Il-fake-del-2018-1024x816.png 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/Il-fake-del-2018-300x239.png 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/Il-fake-del-2018-768x612.png 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/12/Il-fake-del-2018.png 1094w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Il fake del 2018 Un esempio delle iniziative organizzate dagli attivisti pro-Assange a Londra riguarda proprio questa falsa notizia del Guardian su un presunto incontro tra Assange e Manafort. Gli attivisti di questi gruppi di base sono, infatti, molto attenti a ciò che i grandi media dicono; alcuni di loro fanno il cosiddetto  "correct the record",  cioè scrivono a giornali e TV quando questi diffondono inesattezze.</figcaption>
										</figure>
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									<p>«In parallelo, a livello di società civile, esistono in Italia associazioni e gruppi che si stanno mostrando costanti e determinati nel mantenere vivo il dibattito.</p><p>Tra questi, molto attivi sono <em>PeaceLink</em> e <em>Italiani per Assange.</em></p><p>Se poi andiamo a vedere l’ambito accademico, troviamo anche <em><a href="https://filosofiainmovimento.it/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Filosofia in Movimento</a></em>, la realtà con cui noi di <em>Bridges for Media Freedom</em> (la realtà per cui lavoro in Inghilterra) abbiamo avviato il progetto italiano “Libertà di informazione e diritti umani”.</p><p>Nel corso di questa iniziativa, il filosofo Antonio Cecere e io abbiamo ricostruito molti aspetti del caso Assange, intervistando personaggi chiave come il suo avvocato Greg Barns e il Segretario generale della Federazione internazionale giornalisti, Anthony Bellanger.</p><p>Abbiamo così osservato che, seppure spesso riluttante a intervenire in prima persona, un certo numero di studiosi italiani di ambito giuridico e filosofico segue il caso ed è attento ai suoi sviluppi.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Il pubblico</em></strong></span></p><p>«A ogni modo, posso dire di aver visto crescere, sia in Italia sia in altri paesi, nell’ultimo anno e mezzo, la sensibilità media verso le gravissime violazioni dei diritti umani a cui Assange è sottoposto, specie ora che è in carcere senza una ragione, tenuto lì senza pene da scontare e nonostante il “no” all’estradizione stabilito al primo grado di giudizio.</p><p>Al momento dell’arresto, due anni e mezzo fa, ero spaventata dalla quasi totale mancanza di reazioni da parte del pubblico.</p><p>Da allora, molte cose sono cambiate e sono ora in contatto con gruppi di attivisti dei più vari paesi, dalla Germania alla Spagna, dall’Australia agli stessi Stati Uniti.</p><p>Sono spesso gruppi che hanno poche migliaia di follower online, ma bisogna considerare che hanno spesso una base cittadina (“<em>Melbourne for Assange</em>”, per fare un esempio) e che ci sono tante città attive in ogni nazione.</p><p>Se poi devo parlare dell’Inghilterra, rimango spesso commossa dalla determinazione con cui da anni, lo stesso gruppo di attivisti si reca ogni sabato fuori dal carcere (e prima ancora fuori dall’ambasciata) per far sentire a Julian Assange che la gente non si è dimenticata di lui, che non è solo.</p><p>Riguardo alle Ong, esattamente come Amnesty, anche noi di <em>Bridges for Media Freedom</em> (che è un progetto britannico della Ong Blueprint for Free Speech) ci siamo mossi per la liberazione di Assange, in particolar modo organizzando, durante il processo in primo grado, una missione di osservatori politici provenienti da diversi paesi europei, che teniamo informati su ogni sviluppo.</p><p>Passando, per chiudere, dall’ambito delle Ong a quello dei sindacati, aggiungo che da circa un anno l’Unione nazionale dei giornalisti britannici (Nuj), di cui faccio parte, sta conducendo una campagna ben visibile a difesa di Assange.</p><p>Spero di vedere presto altri sindacati nazionali dei giornalisti assumere iniziative analoghe, in altri paesi.»<a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il ruolo cruciale dei whistleblower e la necessità di proteggerli è stata riconosciuta come parte del diritto internazionale</h3>				</div>
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									<p><strong>Il whistleblowing è ritenuta una pratica scorretta da molti governi e istituzioni, eppure sembra essere, in alcune situazioni, l&#8217;unica via per la libertà di informazione. Qual è il confine tra principi come la sicurezza nazionale, il segreto di Stato e il diritto all&#8217;informazione? E chi può stabilire tale confine?</strong></p><p><em>«In realtà, nel 2003, il ruolo cruciale dei whistleblower e la necessità di proteggerli è stata riconosciuta come parte del diritto internazionale.</em></p><p>In quell’anno, infatti, le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione contro la corruzione, firmata da 140 nazioni e formalmente accettata da 137 nazioni. Nel mondo di oggi, dunque, è difficile per un governo pronunciarsi apertamente in senso negativo verso i whistleblower, ossia verso quegli informatori che, dall’interno di una realtà pubblica o privata, rivelano reati e illeciti che è interesse del pubblico conoscere, per esempio crimini ambientali, discriminazioni, scambi di tangenti, situazioni che pongono a rischio i minori, e via dicendo.</p><p>A livello globale, c’è stato un crescente interesse nell&#8217;istituire leggi sui whistleblower e ci sono almeno 59 paesi che hanno stabilito protezioni specifiche per loro.</p><p>Come si può immaginare, infatti, sono spesso oggetto di ritorsioni da parte di quelle realtà che hanno visto il loro interesse particolare danneggiato dalle loro rivelazioni.</p><p>Anche l’Unione europea è intervenuta, con la Direttiva sui Whistleblower del 2019, che punta proprio a rimediare alla mancanza di misure deterrenti a carico di coloro che colpiscono gli informatori o ne danneggiano la vita professionale.</p><p>È un provvedimento recente e dunque nei prossimi anni si tratterà di valutarne l’efficacia.</p><p>In ogni caso, in un mondo interconnesso come il nostro, la protezione dei whistleblower va osservata a livello globale.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>La filiera del legame tra whistleblowing, libertà di informazione e accesso alla conoscenza</em></strong><strong><em> </em></strong></span></p><p>«La realtà per cui lavoro, <em>Bridges for Media Freedom</em>, si focalizza molto su questo aspetto, proprio per il legame, che tu evidenzi bene nella tua domanda, tra whistleblowing e libertà di informazione.</p><p>Noi diciamo spesso che questa libertà, strettamente legata al concetto di “accesso alla conoscenza”, ha una sua “filiera”.</p><p>Quest’ultima parte dalle fonti (di cui i whistleblower fanno parte), passa attraverso i giornalisti oppure attraverso i nuovi media (blog di notizie, piattaforme di citizen journalism e così via) per poi giungere al pubblico.</p><p>Esistono “canali” che connettono questi snodi della filiera e consentono alle informazioni di pubblico interesse di fluire fino a raggiungere la società civile.</p><p>Ci sono molte realtà che proteggono la figura del giornalista e questo è un bene, naturalmente.</p><p>Noi, però, nel nostro lavoro focalizzato sulla libertà dei media (e non solo sulle realtà giornalistiche classiche), intendiamo concentrarci su tutti gli attori che agiscono nella filiera di cui ho parlato, dunque sull’intero percorso che i dati compiono.</p><p>L’obiettivo è verificare che tutte le figure che favoriscono il processo siano tutelate.</p><p>Tra queste vi sono i whistleblower e non solo “qualche volta”.</p><p>Direi anzi che, con grande frequenza, le informazioni di pubblico interesse basate su evidenze verificabili ci arrivano grazie al loro atto di coraggio.</p><p>Come tracciare, mi chiedi, il confine tra sicurezza nazionale e libertà di informazione?</p><p>Non può essere tracciato in altro modo se non facendo riferimento all’interesse pubblico.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Quanto siamo stati “addestrati” al pensiero critico?</em></strong></span></p><p>«Non credo esisistano regole che lo stabiliscano a priori, a intervenire qui sono la coscienza e la capacità di valutazione dell’essere umano.</p><p>Se io sono una whistleblower, è attraverso la mia capacità di analisi che stabilirò se una certa informazione deve arrivare ai cittadini.</p><p>Se invece sono una giornalista e ho ricevuto dei documenti da un whistleblower, avrò il dovere etico di verificare l’autenticità dei dati ricevuti prima di metterli a disposizione dei miei lettori.</p><p>Se sono una delle nuove figure emerse nell’evoluzione dei media (per esempio una blogger o un cittadino giornalista), avrò lo stesso dovere di onestà intellettuale verso chi mi legge, anche se non dovesse esserci una carta deontologica formale a guidarmi.</p><p>Quello che sto cercando di dire è che una parte della valutazione su cosa sia indispensabile portare a conoscenza del pubblico avviene a livello individuale.</p><p>La capacità di operarla dipende, secondo me, dal livello con cui le istituzioni educative hanno “addestrato” al pensiero critico e al senso di comunità le diverse coscienze che intervengono.</p><p>Da qui, un ruolo centrale per tutto ciò che è formazione umana dell’individuo.</p><p>Tuttavia, al di là della sfera individuale, esiste un altro livello di azione che interviene nel tracciare il confine tra le necessità della sicurezza nazionale e quelle dell’interesse pubblico a conoscere la realtà.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>Aprire gli occhi</em></strong></span></p><p>«Per semplificare, lo chiamerò livello “istituzionale”, comprendendo tutte le scelte di natura giuridica e politica che possono essere compiute nello stabilire dei criteri.</p><p>Di recente, Emily Bell, direttrice del <em>Tow Centre for Digital Journalism</em> ed ex firma del Guardian, ha affermato che WikiLeaks ha aperto gli occhi del giornalismo verso “gli scopi al di là della propria attività”.</p><p>Tra questi, penso quello principale sia la trasparenza, unica condizione che possa permettere al pubblico di valutare se si stia andando verso il bene comune oppure no.</p><p>La ricerca di trasparenza deve dirigersi anche verso il settore della sicurezza nazionale e indagare anche quest’ultima? Direi che non possiamo rispondere di no.</p><p>Certo, in una qualche misura, alcuni segreti – che implichino realmente la protezione del cittadino – saranno sempre necessari.</p><p>Tuttavia, credo che nessun individuo consapevole di cosa sia una democrazia potrebbe mai affermare che eventuali reati all’interno degli ambienti della sicurezza nazionale non dovrebbero essere oggetto di rivelazione da parte di whistleblower, o che il giornalismo investigativo focalizzato su tale ambito non dovrebbe esistere.»</p><p><span style="color: #00a2dd;"><strong><em>La narrazione che l’Occidente fa di se stesso</em></strong></span></p><p>«Se non esistesse, per esempio, WikiLeaks non ci avrebbe mai svelato quale orribile realtà si nascondesse dietro le guerre in Iraq e Afghanistan, perché quella realtà è stata portata alla luce scavando dove, in teoria, per la “sicurezza nazionale”, non avremmo dovuto farlo.</p><p>Se questo tipo di giornalismo non esistesse, insomma, continueremmo in massa a sostenere la propaganda che proponeva quelle due guerre e crederemmo ancora alla narrativa su carta patinata di un occidente trionfante.</p><p>È un esempio che rende l’idea?»</p>								</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p>* La foto di Julian Assange è opera di <a href="https://www.flickr.com/photos/dgcomsoc/14933990406" rel="nofollow noopener" target="_blank">Cancillería del Ecuador</a> con licenza (<a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/" rel="nofollow noopener" target="_blank">CC BY-SA 2.0</a>)</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/12/03/chiuso-lappello-per-assange-reato-o-libera-informazione-brintervista-a-sara-chessa/">Chiuso l’appello per Assange. Reato o libera informazione? &lt;/br&gt;Intervista a Sara Chessa</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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			</item>
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		<title>Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/</link>
					<comments>https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Nov 2021 09:09:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />Cambierà il nostro mondo? Saranno le nuove macchine basate sull'IA capaci di pensare, avere una coscienza, elaborare concetti autonomamente ?<br />
Il Metaverso è davvero il luogo nuovo del futuro dove vivremo una realtà plurisensoriale e coinvolgente?<br />
Luciano Floridi affronta, con chiarezza e semplicità disarmanti, due questioni molto discusse, in questo momento, in ambito filosofico e sociologico : l'Intelligenza Artificiale ed il Metaverso di Zuckerberg.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2967" class="elementor elementor-2967">
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									<p>Pensare al digitale come parte&nbsp; integrante della nostra vita quotidiana appare oggi un&nbsp; fatto scontato, un dato evidente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-2979 alignleft" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg" alt="" width="513" height="731" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg 513w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" />Non era così dieci anni fa, quando la Commissione Europea finanziò un <a href="https://www.futureworlds.eu/wiki/The_Onlife_Initiative" rel="nofollow noopener" target="_blank">progetto</a> per comprendere e valutare come la transizione digitale influiva sulle aspettative della società e sul suo sviluppo, costituendo un gruppo di lavoro composto da 15 studiosi&nbsp; di materie umanistiche (dalla sociologia alla psicologia ed alla filosofia) e di quelle più legate agli sviluppi della tecnologia come la fisica, l&#8217;informatica, l&#8217;ingegneria.&nbsp;</p>
<p>Il gruppo era coordinato da Luciano Floridi, filosofo, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford.</p>
<p>Il risultato di quel progetto fu l&#8217; &#8220;<b>Onlife Manifesto</b>&#8221; (ebook scaricabile <a href="https://link.springer.com/content/pdf/10.1007%2F978-3-319-04093-6.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">quì</a>), documento che conteneva le valutazioni ed i risultati degli studi in ciascun settore esaminato, considerando l&#8217;impatto delle tecnologie su tutti gli aspetti della vita umana, e la significativa perdita di senso della distinzione tra i concetti di &#8220;reale&#8221; (<i>life</i>) e &#8220;virtuale&#8221; (<i>online</i>), giungendo&nbsp; al nuovo paradigma concettuale dell&#8217; &#8220;o<i>nlife</i>&#8220;.</p>								</div>
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									<p>Sembra passato un secolo o forse anche più. Non siamo più in grado di distinguere la nostra vita nelle due forme originarie, separate da confini evidenti e netti.</p><p>Abitiamo in un mondo dove il flusso delle nostre comunicazioni e della nostra vita scorre indistintamente tra le vie delle città ed i bit delle chat e delle piattaforme social.</p><p>Eppure sembrerebbe che una nuova rivoluzione stia per cambiare le nostre vite ed i paradigmi ed i riferimenti della realtà. Rivoluzione determinata dall&#8217;avvento dell&#8217;Intelligenza Artificiale e della annunciata nascita del Metaverso, evoluzione, intrisa di realtà virtuale, di Facebook e annunciata qualche settimana fa dal  suo artefice Mark Zuckerberg.</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;">29 ottobre 2021 &#8211; Mark Zuckerberg annuncia il cambio di nome di Facebook in &#8220;Meta&#8221; e la nascita del Metaverso</p>								</div>
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									<p>Se da un lato l&#8217;annuncio di Zuckerberg appare come una plausibile evoluzione anche tecnologica della sua piattaforma, restano invece oscuri i confini ed i significati di questo cambiamento: sarà un mondo diverso? Quali leggi ed algoritmi lo governeranno? Vivremo in una dimensione completamente virtuale?</p><p>Luciano Floridi, il filosofo dell&#8217; &#8220;onlife&#8221;, è la persona più adatta e competente per aiutarci a capire questo nuovo mondo cui andiamo incontro e, per questo, gli abbiamo posto alcune domande.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</h3>				</div>
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									<p><strong>Fino a qualche tempo fa vivevamo in un “mondo reale”, quello di sempre in carne ed ossa… e poi c’era il “mondo virtuale”, Internet e dintorni. Poi è diventato tutto “onlife”. <br />Oggi Zuckerberg ci dice che sta trasformando Facebook in un “metaverso”, un luogo, come ha affermato “dove invece di visualizzare i contenuti, ci sei dentro”. Sarà un mondo dove magari sentiremo profumi creati da una macchina, vedremo panorami virtuali, avremo sensazioni trasferite da sensori… Come lo immagina il filosofo Floridi?</strong></p><p>Sono rimasto sorpreso da quest’idea non perché non fosse già nell’aria. </p><p>Zuckerberg insiste sulla realtà virtuale e sulla realtà aumentata da tantissimo tempo, da quando Facebook ha comprato Oculus, azienda che produce visori per la realtà virtuale. </p><p>Vedo quest’operazione con molto scetticismo, non per la tecnologia, quanto per la strategia che c’è dietro: è una bella copia di quello che abbiamo già, giochi di realtà virtuale, musei da visitare e luoghi dove sperimentare… Chi di noi, con qualche anno in più, non ricorda <i>Second Life?</i> </p><p>Insomma, cose che già conosciamo. Come si direbbe in inglese quasi una sorta di &#8220;<i>soluzione in cerca di problema</i>&#8220;, cose che sappiamo fare ma non ci interessano tanto. Arriva Zuckerberg e cerca ancora una volta di convincerci ad entrare in questo Metaverso, questa realtà tridimensionale dove la “vera realtà” sarà la realtà virtuale e il resto lo possiamo lasciare a casa.</p><p>Anche da un punto di vista tecnologico, quindi, mi lascia perplesso: non perché non vi siano oggi le capacità di realizzare cose di grande effetto, da un punto di vista visivo o acustico, ma perché è una cosa un po’ vecchia, che abbiamo già provato e che non ha avuto molto successo.</p><p>Noi torniamo sempre all’idea che abbiamo cinque sensi ma in realtà l’essere umano ha molti più sensori: ad esempio il senso, legato a quello dell’udito, dell’equilibrio. Ma anche se pensiamo solo al caldo ed al freddo, anche limitandoci ai cinque sensi, la realtà virtuale di cui parla Zuckerberg è una realtà bidimensionale: è visiva ed acustica.</p><p>Al momento non è immaginabile, anche se tecnologicamente fattibile, che ognuno di noi possa avere a casa una “stampante a profumo” e ogni volta che visualizzi un ambiente della realtà virtuale, ne venga fuori il profumo.</p><p>Per sintetizzare, concettualmente, <i>la realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">È l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</h3>				</div>
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									<p><strong>Tutto ciò che è vissuto dal nostro corpo è per noi realtà, sia esso biologico o elettronico… o esiste una differenza? Di significato, di valore, di scopo…</strong></p><p>Cosa è reale per noi, è una domanda che ci affascina da sempre.</p><p>Un famoso filosofo diceva “la pietra esiste perché posso prenderla a calci”. C’è qualcosa di vero in questo e cioè il fatto che posso interagire con la pietra. Immaginiamo di andare nella cucina virtuale e prendere un bicchiere: non lo puoi afferrare, non lo puoi riempire d’acqua, perché è un ologramma, sarebbe solo un esperimento visivo.</p><p>È la nostra capacità di interazione con qualcosa, ad esempio il bottone rosso con cui posso interrompere questa videochiamata, che determina il senso di realtà di quel qualcosa per noi. La capacità di reazione con quello che si fa o non si fa che determina la nostra percezione di realtà. Anche afferrando l’ologramma di quel bicchiere nella nostra cucina virtuale con un guanto elettronico, la realtà fisica è insuperabile rispetto all’interattività che, anche in uno strutturalmente ineccepibile contesto 3D, io potrei esperire un domani.</p><p>Vorrei tuttavia anche parlare bene di tutto questo, immaginiamo i contesti bellici: magari meglio non esserci lì, non interagire con la pericolosità di una mina, oppure in contesti dove è necessaria la massima attenzione, un contesto medico o l’ingegnere che deve imparare il funzionamento di un motore, osservandone da vicino il meccanismo senza rischi. </p><p>Tutto questo non ha certo aspettato Zuckerberg, esiste da decenni, basti pensare a come si addestrano oggi i piloti da caccia delle forze armate italiane: lo fanno in modalità virtuale.</p><p>Per concludere, ritornando alla domanda, direi che <i>è l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</h3>				</div>
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									<p><strong>Vivremo in mondi virtuali come immensi depositi di umanità perché il mondo attuale è già troppo piccolo e poco ospitale per 10 miliardi di persone?  </strong></p><p>Purtroppo è un grande rischio, una possibilità soprattutto per chi riesce ad ottenere questa tecnologia a costi molto bassi in contesti in cui la vita è veramente misera.</p><p>Non quindi per le persone che hanno grandi possibilità economiche, perché quelle potranno sempre andare in Costa Smeralda e non per chi non ha nessun mezzo, perché quelle non avranno la possibilità di acquistare il computer che serve per andare nella realtà virtuale.</p><p>Ma lo sarà per tutta quella fascia di mezzo in cui la vita è spiacevole: magari hai un brutto posto di lavoro, vivi in pochi metri quadrati, hai una vita fallimentare, non sei nessuno, pochi soldi. Pochi ma abbastanza per acquisire la tecnologia ed essere abile ed avere dei ruoli in questa realtà virtuale: quella è la fascia, ampia, di persone più a rischio per quello che in inglese si definisce “<i>escapism</i>” ovvero la fuga dalla realtà, da quella di tutti i giorni, quella di cui parlavamo prima della pietra da prendere a calci verso una realtà virtuale dove il mondo si adatta a te, tu non ti scontri con il virtuale, <i>il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</i>.</p><p>Questo mondo che si plasma intorno a te, che non ti insegna la brutalità dei fatti ma che in realtà accomoda tutto un po’ come una sirena, è un rischio molto serio.</p><p>Lo vediamo già in alcuni contesti di <em>addiction</em> (dipendenza) cioè di eccessivo attaccamento di tipo ludico dove ragazze e ragazzi trovano lì qualcosa che non riescono a trovare più nella realtà di tutti i giorni.</p><p>Questo è un rischio serio.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Ci vuole la legislazione adatta. E sta arrivando</h3>				</div>
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									<p><strong>Ovviamente tutto questo sarà il frutto di sistemi tecnologici sempre più avanzati e basati sull’intelligenza artificiale. Esisteranno nuove regole che dovranno normare il rapporto tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale? </strong></p><p>In Europa oggi è in arrivo la legislazione che riguarda il contesto dell’intelligenza artificiale e quello che riguarda il riconoscimento facciale. Basta leggere la proposta di legislazione sull’intelligenza artificiale della Commissione europea che vieta molti usi del riconoscimento facciale, ad esempio quelli fatti per ragioni commerciali.</p><p>Quando Facebook dice “non useremo il riconoscimento facciale nel Metaverso” ad esempio, sta facendo un’operazione molto semplice, ovvero non fare qualcosa che la legge comunque impedirà di fare e, al contempo, che non serve: in una realtà 3D in cui so qualunque cosa di te, a che serve il riconoscimento facciale?</p><p>Attenzione quindi al fatto che l’intelligenza artificiale, che viene via via sempre più legiferata e controllata normativamente, può spostarsi su settori tecnologici non ancora mappati dalla legge che sarebbe anche una manovra economico-giuridica un po’ astuta.</p><p>Credo che questo sia un settore a rischio, ma anche un po’ neutrale. </p><p>È come l’elettricità: noi siamo dipendenti da esse in modo totale, immaginiamo cosa può accadere quando c’è un blackout in città e non funziona più nulla. Elettricità anche pericolosa: se metti due dita nella spina, rischi la vita. Ma è anche una tecnologia positiva che usiamo a buon fine.</p><p>Quindi ci sono dei rischi ma abbiamo messo i salvavita. Con quest’analogia, alla domanda se dipenderemo sempre più dall’intelligenza artificiale, io direi di sì.</p><p>Con il “machine learning” si avrà una strumentazione sempre più potente per far girare qualsiasi cosa: un giorno di questi anche la lavastoviglie avrà imparato come fare i piatti.</p><p>Questa nostra dipendenza ha dei pericoli? Assolutamente sì. Allora servono dei “salvavita”, elementi che, quando c’è qualche rischio eccessivo, salta il fusibile, si stacca la spina, non si arriva alle conseguenze più gravi. Questo è quello che la nuova legislazione sta per fare.</p><p>Questa dipendenza dovrebbe essere strettamente regolamentata per assicurare tutta la parte “buona”, che è quella che serve a gestire la complessità con strumenti sempre più complessi ma, al contempo, eliminare al massimo i rischi di tecnologie potentissime che, usate male, troppo poco o in maniera esagerata, nel contesto sbagliato, possono fare danni.</p><p>Per riassumere vedrei l’IA come una enorme capacità di risolvere problemi che, nelle mani giuste, con le condizioni giuste, può fare molto bene.</p><p><i>Ci vuole, ancora una</i> <i>volta, la legislazione adatta. E sta arrivando</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il resto lo lasciamo ad Hollywood</h3>				</div>
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									<p><strong>Oggi si parla di intelligenza artificiale, di machine learning e della possibiltà per le macchine di “pensare”, primi germi di una potenziale coscienza. Mi sembra che lei, anche nel suo libro “Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine” non sia di quest’avviso&#8230;</strong></p><p>No, proprio no. Siamo a volte un po’ preda di cattiva pubblicistica e di ottimo marketing, ovvero il fatto che queste aziende debbano sovrastimare, anche in maniera fuorviante, le capacità degli attrezzi che andiamo costruendo.</p><p>La realtà è invece diversa: via via che andiamo a trovare aree sempre più ampie dove l’intelligenza artificiale può fare la differenza, il limite è la nostra intelligenza nell’individuare dove e come adattare queste strumentazioni e a quali problemi.</p><p>Che si parli anche soltanto vagamente in senso metaforico, di <i>pensiero</i>, <i>creare</i>, <i>coscienza</i>, <i>consapevolezza</i> è una sciocchezza, come se parlassi con il frigorifero: sarebbe un po’ strano&#8230;</p><p>Pensiamo, ad esempio, alle suole delle scarpe: sono alcuni anni che stanno avendo una rivoluzione fondamentale, con l’inserimento di sensori che puoi collegare ad una app sul tuo smartphone e, sviluppate inizialmente per ragioni sportive, oggi hanno applicazioni nel contesto del benessere e della salute, straordinarie.</p><p>Immaginiamo, ad esempio, se la suola della scarpa, all’improvviso, cambia posizione: se tutte e due le suole non sono più in orizzontale, quella persona è caduta e l’applicazione comanda un allarme perché forse la nonna non è più in piedi.</p><p>Questo è l’intelligenza artificiale. Questo è il mondo in cui viviamo e questo è il tipo di mondo che dobbiamo capire e capire i problemi che l’IA sta generando. <i>Il resto lo lasciamo ad Hollywood</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Questo è il futuro che vediamo ed è già in arrivo</h3>				</div>
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									<p><strong>E queste nuove norme potranno essere opache ed incomprensibili come gli algoritmi che oggi governano le principali piattaforme tecnologiche?</strong></p><p>Le norme ci permettono di capire, da un punto di vista contestuale, quando usare o meno certi algoritmi, certe soluzioni oppure no.</p><p>Questi algoritmi hanno una loro opacità ma, anche quì, bisogna capire esattamente di cosa si sta parlando: non è che non sappiamo cosa facciano ma un algoritmo, che risolve un problema, è composto da tantissimi nodi connessi tra di loro e siccome gli equilibri tra questi nodi che permettono poi l’apprendimento, nel caso del machine learning, sono molto sensibili ad ogni mutamento, è molto difficile poter determinare cosa fa ogni nodo in ogni momento.</p><p>Per fare un esempio è un po’ come il traffico: spiegare perché diecimila persone sono ferme nel traffico, è impossibile per ciascun singolo individuo ma, macroscopicamente possiamo affermare che, essendo lunedì, le 8 del mattino, piove e le scuole sono aperte, c’è traffico.</p><p>Non potremo sapere in maniera granulare perché ciascuna persona si è messa in movimento per generare il traffico, ma questo non vuol dire che in generale non sappiamo perché si sia generato il traffico.</p><p>Questo è il modo giusto di parlare dell’opacità degli algoritmi, altrimenti sembra che stiamo parlando di Harry Potter di magia, con la bacchetta&#8230;</p><p><strong>Quale potere sarà nelle mani di pochissime persone che gestiranno aziende che governano il mondo in cui vivremo?</strong></p><p>Enorme. In altri contesti dicevo che gli abbiamo dato le chiavi di casa e quindi adesso, se vuoi entrare in casa, devi chiedere a loro. In altre parole controllano veramente questo mondo “<i>onlife</i>” dove si mescola ormai tutto, reale e virtuale e c’è una parte di questo mescolare che è in completo controllo di queste aziende.</p><p>La legislazione arriva a volte un po’ tardi, ma arriva. La potenza del legislatore è tale da poter chiudere oggi queste aziende, ma noi la usiamo con molta cautela. Si guardi ad esempio cosa è accaduto con il nucleare dopo l’incidente in Giappone: in Germania il settore del nucleare ha chiuso da un giorno all’altro, in virtù di quel potere.</p><p>Quindi la risposta alla domanda è: sì, hanno un potere enorme ma, come sta avvenendo sia negli USA con l’amministrazione Biden che in Europa, si sta arrivando ad una legislazione che limiterà o indirizzerà questo potere in maniera non pericolosa.</p><p><em>Questo è il futuro che vediamo. Ed è già in arrivo.</em></p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Alberto Abruzzese: &#8220;la tecnologia è la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime&#8221;</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/07/07/alberto-abruzzese-la-tecnologia-e-la-realta-aumentata-in-cui-e-con-cui-il-se-si-esprime/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Marturano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jul 2021 07:07:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/Abruzzese-03-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Alberto Abruzzese" decoding="async" />Per Alberto Abruzzese, uno dei massimi esperti italiani della sociologia dei media e della comunicazione, scrittore e saggista, la tecnologia va vista “non come una potenza esterna al sé (persona, soggetto, genere umano, società ecc) ma la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime (esce fuori).”</p>
<p>L’intervista nasce dall’osservazione del rapporto intenso, personale e costante di Abruzzese con le piattaforme della rete che quotidianamente interpreta ed interroga, lanciando provocazioni, messaggi che vengono affidati alla decodifica dei singoli, con la curiosità dell’esploratore e la profondità della competenza.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/07/07/alberto-abruzzese-la-tecnologia-e-la-realta-aumentata-in-cui-e-con-cui-il-se-si-esprime/">Alberto Abruzzese: &#8220;la tecnologia è la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime&#8221;</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/Abruzzese-03-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Alberto Abruzzese" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="1610" class="elementor elementor-1610">
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									<p><em>Il mondo delle rappresentazioni e dell’immaginario individuale e collettivo inevitabilmente si trasforma, si modella sulla base dei nuovi linguaggi e delle infrastrutture tecnologiche che li ospitano.</em></p><p><em>Siamo ancora in grado di comprendere i significati, i messaggi e le simbologie che ci giungono, spesso intermediate da algidi sistemi algoritmici e come interagiamo con essi, nel nostro esprimerci e rappresentarci?</em></p><p><em>Per <strong>Alberto Abruzzese</strong>, uno dei massimi esperti italiani della sociologia dei media e della comunicazione, scrittore e saggista, la tecnologia va vista “non come una potenza esterna al sé (persona, soggetto, genere umano, società ecc) ma la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime (esce fuori).”</em></p><p><em>L’intervista nasce dall’osservazione del rapporto intenso, personale e costante di Abruzzese con le piattaforme della rete che quotidianamente interpreta ed interroga, lanciando provocazioni, messaggi che vengono affidati alla decodifica dei singoli, con la curiosità dell’esploratore e la profondità della competenza.</em></p>								</div>
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									<p><strong>Prof. Abruzzese, per alcuni lo stato di permanente transizione che le tecnologie digitali ci propongono, influenza i modi del comunicare ed il modo in cui questi si riflettono soprattutto sulla rappresentazione del sé. La comunicazione oggi passa soprattutto le piattaforme social e specialmente i giovani sono approdati con Instagram e Tik Tok ad una comunicazione e rappresentazione del sé e della realtà fatto prevalentemente di immagini e di suoni (vedi <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2021" rel="nofollow noopener" target="_blank"><em>Reuters Institute Digital News Report 2021</em></a>, ndr). Qual è il punto di vista dal suo osservatorio personale?</strong></p><p>Ci sarebbe da discutere già a partire da questa <em>vulgata</em> sulle differenze tra i media oggi a lavoro e in funzione (differenze socio-antropologiche a partire anche, ma non solo, dalla classica distinzione tra vecchie e nuove generazioni, vecchi e nuovi <em>corpi</em> diversamente potenziati dalle tecnologie a disposizione ma immersi comunque in un mix tra passato, presente e futuro). Infatti già è discutibile credere che i media generalisti come cinema e TV – quindi non solo il “nuovo” eppure ormai già “vecchio” <em>social</em> FB – manchino di campi semantici non alfabetici, espressioni e pulsioni non alfabetiche come immagini, suoni, tremore di voci e carni. Il mondo che ci narra, e che noi narriamo in una immensa bolla di traduzioni, non ha una sola scienza dei segni.</p><p>Comunque, schematizzando, il panorama di questa nostra intervista mi pare riguardare la natura ambivalente dei regimi di senso che l&#8217;epoca presente percepisce o tende a percepire (e fare percepire) come apertura oppure chiusura (a seconda dei punti di vista) tra i due rispettivi versanti di una loro sostanziale differenza mediologica. Attenzione! Se parlo di differenza <em>sul piano mediologico</em>, intendo dire che da vari anni ormai (quando la mia formazione benjaminiana e mcluhaniana entrò nella prospettiva di Pierre Lévy)  il mio orizzonte disciplinare non è più – e non può più essere – integralmente sociologico e dunque moderno: nel tempo lungo della civilizzazione umana l&#8217;<em>abitare</em> (abito, abitudini, possesso, per gli esseri viventi) è slittato via dalla <em>terra</em> alla <em>società </em>e infine ai <em>media. </em>Ora la loro digitalizzazione corrisponde al massimo di smaterializzazione dell&#8217;esperienza mondana:<em> Hic manebimus optime </em>oppure<em> hic sunt leones? </em>A noi la risposta da cercare<em>.</em></p><p><strong>Secondo un recente studio (<a href="https://www.researchgate.net/publication/346100090_TIKTOK_AND_THE_ALGORITHMIZED_SELF_A_NEW_MODEL_OF_ONLINE_INTERACTION" rel="nofollow noopener" target="_blank">Bhandari e Bimo, 2020</a>) Tik Tok crea un modello pubblico di rappresentazione che è più fortemente diretto verso l&#8217;individuo e non, invece, verso un &#8220;pubblico&#8221; plurale. L&#8217;esperienza dell&#8217;uso di Tik Tok, quindi, è quella del coinvolgimento ripetuto con il proprio sé: il risultato è una connettività intrapersonale piuttosto che di connettività interpersonale. Questo modello di socialità, conclude lo studio, può forse essere definito il “sé algoritmizzato”, ovvero, intende il sé come derivante principalmente da un coinvolgimento riflessivo con le rappresentazioni del sé precedenti piuttosto che, come avviene tradizionalmente, con le proprie connessioni sociali. Quali gli effetti sulle rappresentazioni del sé?</strong></p><p>Sinceramente il “sé algoritmizzato” mi pare smentire la posizione su cui da sempre mi sono schierato o tentato di schierarmi: l&#8217;idea che la tecnica non sia una potenza esterna al sé (persona, soggetto, genere umano, società ecc) ma la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime (esce fuori). Semmai, invece di correre il rischio di restare ancora nel corpo morto e martoriato di Frankenstein, si dovrebbe dire il “sé algoritmico”.</p><p>Provo dunque a dire il motivo per cui l&#8217;impianto teorico adombrato nella domanda che mi si pone a me sembri debole e viziato esso stesso dal risultato epocale o contro-epocale al quale intende pervenire. Il discorso regge sul suo punto di partenza ma poi si sgretola. Provo a dirlo a mio modo, tagliando con l&#8217;accetta i campi e passaggi in questione. Intorno agli anni Cinquanta – dopo  l&#8217;Olocausto e la Bomba e solo pochi decenni dopo gli anni Trenta, ovvero l&#8217;apice dei media di massa – è accaduto che, nei contesti territoriali più progrediti sul piano delle tecnologie della comunicazione e di un corrispondente, interconnesso, sviluppo economico, si è assistito ad un forte salto di qualità delle piattaforme espressive di tipo <em>spettatoriale,</em> quelle per così dire originarie, fondanti. Ovvero quelle di tipo classico, barocco e romantico, in cui domina la frontalità: piazza e teatro come dispositivi di interfaccia tra sovrano e popolo: cinema (scrittura più immagine, realtà fisica più schermo) e televisione generalista (schermi in casa, nel cuore pulsante dell&#8217;abitare umano). Nel giro di pochi anni, dunque, il modello di comunicazione unidirezionale è entrato in una crisi irreversibile e ha dato luogo a una <em>spettatorialità</em> diffusa sempre più complessa in quanto determinata dallo sviluppo esponenziale dei consumi, dalla interconnessione mediale tra corpi e oggetti, desideri personali e merci, con la conseguenza inclusione di una massa di contenuti e valori espressivi. Da internet a l&#8217;<em>internet delle cose</em>: dall&#8217;organico all&#8217;inorganico. Massimo Di Felice ha elaborato una prospettiva che ha denominato “Cittadinanza digitale” e che trovo assai calzante: non come <em>progetto</em> (la “città” è roba da moderni, strategia politica per la loro sopravvivenza), ma come processo in atto: con-fusione tra persona e tecnica, ma anche mondo e tecnica.</p><p>Nei confronti del pensiero semplice la posizione di un pensiero complesso è allora ribaltata? E&#8217; sempre più il secondo a spiegare il primo? No. E&#8217; la <em>specializzazione</em> bellezza! Ecco, questa rudimentale bozza di ragionamento credo – spero – possa un poco servire a interpretare, valutare, l&#8217;algoritmo come la tecnologia che s&#8217;è resa ora più necessaria a soddisfare il punto estremo di deflagrazione di esponenziale crescita della complessità realizzatasi dalla riproducibilità tecnica alla riproducibilità digitale … non quella umana nel mondo ma quella del mondo nell&#8217;umano.</p><p><strong>Lei vive quotidianamente i social network con grande curiosità ed anche con la tecnica dell’esploratore competente. Come vive questo rapporto mediato dalle piattaforme e dall’algoritmo?</strong></p><p>Vivo come posso, come riesco, quella minima parte di mondo che scopro e mi si rivela, a misura delle mie competenze tecniche, sui vari linguaggi – istituzionali, sociali, economici, settoriali, personali – che popolano i social network. Rispondere a questo significherebbe dovere dialogare su una quantità infinita di mie motivazioni, comprese quelle professionali, cioè le mie abitudini di docente in mediologia. Questo, infatti, il motivo iniziale della mia scelta vocazionale per facebook (la mia <em>nuova aula in rete</em>, una volta perduta, per pensionamento, la mia vecchia aula tra quattro mura). Su una però penso sia opportuno soffermarmi, in risposta alla quantità di stereotipi ideologici che su ogni medium – dal più classico al più digitale – sembrano al momento convergere nel giudicarne esorbitante e insieme ingenua, ambigua, addirittura <em>falsa</em>, la navigazione. Il fatto è che navigando si scoprono nuove terre, territori sconosciuti. La mia frequentazione quotidiana di FB non resta colpita, emulsionata, dalla caotica iper nonché ipo-presenza di informazioni che raccoglie dalla globalità delle altre piattaforme mediatiche, analogiche e digitali, ma è invece assai prossima a vivere la sensazione di una primordiale – sofisticatamente  (algoritmicamente?) primordiale – economia del <em>dono</em>. Postare immagini, suoni e parole – così come essere analogamente postati – mi appare come una primitiva, davvero fondativa, economia di scambio simbolico: una dimensione, dunque, che non ha nulla di liberatorio, immersa com&#8217;è nella violenza che la genera come suo provvisorio antidoto, ma ha la preziosa qualità di gettare il mio corpo, la mia persona, nell&#8217;esperienza di un evento inemendabile.</p><p><strong>Per concludere, una provocazione: &#8220;vincerà&#8221; l’umanità dell’individuo o il freddo calcolo dell’algoritmo?</strong></p><p>La domanda si fonda su una contrapposizione che non posso condividere per le ragioni che ho cercato di dire. Dovrei ritenere praticabile una prospettiva ideologica condizionata ancora dai valori dominanti nelle etiche e estetiche della soggettività moderna (così ancora accade <em>ma invece non dovrebbe accadere</em>). Oppure – confidando sui fermenti del pensiero post- e anti-moderno, persino post-umanistico o addirittura post-umano – dovrei supporre valide le attuali credenziali di successo date da più voci a una socializzazione e a una civilizzazione maggiormente aperte a recepire o addirittura rielaborare i contenuti di un pensiero contro-moderno? </p><p>Dovrei aderire a un pensiero che, con poche sostanziali variazioni, già la stessa Cultura tra ottocento e novecento ebbe modo di esprimere senza tuttavia alcuna speranza di riuscire nell&#8217;intento. Destinata a fallire tanto quanto il “principio speranza” che essa elaborò contro il Novecento: contro il secolo terribile. Dovrei condividere la <em>credenza</em> che esista una essenza umana – autentica e libera per propria natura eppure distinta dalla sua per me assai più autentica natura tecnologica? </p><p>Sarebbe come chiedermi di credere in Dio, in un dio. </p><p>In ogni caso mi pare comunque che invece la questione si ponga, si <em>debba</em> porre, in termini radicalmente <em>locali</em>, tutta dentro la singola persona, la sua carne (sempre più espansa) dentro la qualità della sua specifica “vocazione” interiore di fronte a ciò che la società la obbliga a “professare” in nome suo e insieme della propria stessa sopravvivenza psico-fisica. In quanto, a obbligarla al sociale, al lavoro sociale, è congiuntamente anche la sua stessa necessità di sopravvivenza, dunque anche il suo desiderio di potenza sull&#8217;altro da sé: violenza contro violenza. La domanda che mi poni può avere per me un senso solo guardando al <em>fattibile</em> di ciò che è il nostro essere umano. Scavare dentro i margini offerti dal sentire della singola persona, che soffre e fa soffrire la carne in cui è immersa. </p><p>Vocazione contro professione, dunque. Si tratta di immaginare quanto l&#8217;orizzonte politico in cui si muove ed è mosso l&#8217;essere umano possa ancora resistere a mutazioni sempre meno strettamente antropologiche (antropocentriche o meno) dei mondi non umani in cui è incluso.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/Antonio_Marturano_Vancouver.jpg" width="100"  height="100" alt="Antonio Marturano" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-marturano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Marturano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Antonio Marturano è docente a contratto presso l’Università di Roma Tor Vergata. Laureato in filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma e dottore di ricerca in filosofia del diritto all’Università Statale di Milano, si occupa di etica teorica ed applicata all&#8217;IT e alla leadership; ha pubblicato, soprattutto a livello internazionale, diversi libri e oltre 100 articoli su riviste accademiche. Membro di società e di riviste internazionali, ha lavorato in UK e USA, ha tenuto brevi corsi in Slovenia e Cina.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/07/07/alberto-abruzzese-la-tecnologia-e-la-realta-aumentata-in-cui-e-con-cui-il-se-si-esprime/">Alberto Abruzzese: &#8220;la tecnologia è la realtà aumentata in cui e con cui il sé si esprime&#8221;</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 16:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/2020/05/24/problemi-etici-dellintelligenza-artificiale-copy/</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/bogartbacall-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Scena di un film in Bianco e nero" decoding="async" />Nonostante le molte battaglie, come il #MeToo o il #TimesUp, nel 2020 la parità di genere nei media è ancora un obiettivo lontano. A dirlo, questa volta, è WAN-IFRA, organizzazione mondiale di editori e giornali, in una guida appena pubblicata destinata proprio alle aziende editoriali.<br />
La situazione italiana non è migliore; per Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna sono necessari supporti normativi.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/">Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/bogartbacall-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Scena di un film in Bianco e nero" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="768" class="elementor elementor-768">
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									<p><em>Nonostante le molte battaglie, come il #MeToo o il #TimesUp, nel 2020 la parità di genere nei media è ancora un obiettivo lontano. A dirlo, questa volta, è WAN-IFRA, organizzazione mondiale di editori e giornali, in una guida appena pubblicata destinata proprio alle aziende editoriali.<br>La situazione italiana non è migliore; per&nbsp;<strong>Giovanna Cosenza</strong>, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna sono necessari supporti normativi.</em></p>								</div>
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									<p>Foto: USA &#8211; 1947 &#8211; La Fuga &#8211; Humphrey Bogart e Lauren Bacall</p>								</div>
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									<p><strong>La guida</strong></p>
<p><i>“Le donne, nel mondo delle News, si battono per un&#8217;industria dei media in cui donne e uomini siano uguali. Uguali nel modo in cui sono ritratti nei contenuti delle notizie ed uguali nei loro ruoli e trattamenti professionali.<br>Hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo per quasi un decennio, durante il quale i problemi di uguaglianza, sicurezza e rispetto tra uomini e donne, sono entrati con grande impeto nella coscienza pubblica attraverso movimenti come #MeToo e #TimesUp.<br>Questo slancio è stato sostenuto da individui coraggiosi che si sono fatti avanti e dal lavoro ostinato dei giornalisti di tutto il mondo che continuano a trattare l&#8217;argomento, raccontando le ingiustizie e indicando gli autori delle disuguaglianze.<br>Paradossalmente, l&#8217;industria dei media ha svolto un ruolo diretto nel perpetuare la disuguaglianza escludendo le voci, le storie e le opinioni delle donne nei contenuti e usando un linguaggio che stereotipa le donne. Mentre le donne rappresentano più della metà della popolazione mondiale, sono in media viste, ascoltate e lette dai media solo il 25% delle volte.”</i></p>
<p>Con queste parole si apre l’introduzione alla “<a href="http://womeninnews.org/ckfinder/userfiles/files/Gender%20Balance%20Guidebook_FINAL_RGB%20(1).pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">Guida alla parità di genere nei Media</a>”, elaborata e redatta da WAN-IFRA, organizzazione mondiale che raggruppa tra i suoi associati oltre 18000 pubblicazioni, giornali e riviste cartacee, 15000 siti online ed oltre 3000 aziende editoriali in 120 paesi.<br>L’obiettivo del documento è quello di definire una serie di punti importanti, linee guida, per le aziende editoriali, per meglio bilanciare l’equilibrio tra i generi nelle loro organizzazioni e nei contenuti prodotti.</p>
<p><strong>La situazione italiana</strong></p>
<p>Solo pochi giorni fa, in Italia, il caso della giornalista Giovanna Botteri, oggetto di improprie valutazioni e, nella sostanza, un vero e proprio “body shaming” da parte della trasmissione “Striscia la Notizia”, che ha scatenato molte discussioni in rete, in molti casi sfociate in polemiche sterili o inutili prese di posizione “a favore” o “contro” la trasmissione di Canale 5.<br>In queste discussioni si è spesso persa di vista la questione reale, ovvero il fatto che , ancora una volta, la presunta inadeguatezza veniva imputata ad una donna.</p>
<p><b>Il parere di Giovanna Cosenza</b></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-774 alignleft" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-300x225.jpeg 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-1024x768.jpeg 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-768x576.jpeg 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna, tra i suoi studi si occupa dei meccanismi della comunicazione, dei segni e dei linguaggi e, da anni, si occupa di parità di genere e rappresentazione della donna, raccogliendo molte di queste osservazioni nel suo&nbsp;<a href="https://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener nofollow">blog</a>. Le abbiamo posto alcune domande, cercando di fare il punto della situazione sulla parità di genere nei media e nel contesto italiano.</p>
<p><br></p>
<p><strong>Secondo WAN-IFRA sarebbero proprio i media il primo luogo di discriminazione per le donne, sia all’interno delle organizzazioni, come trattamenti economici, posizioni dirigenziali, etc..e sia per il linguaggio e negli atteggiamenti utilizzati nel rappresentare le donne.&nbsp;<br></strong><strong>Professoressa Cosenza, com’è la situazione per chi i media li studia e li analizza?</strong></p>
<p>La situazione dei media italiani per chi li studia e li analizza è ovviamente a dominanza maschile.</p>
<p>Ricordo che la scrittrice Michela Murgia nel 2018, per un certo periodo, usò Twitter per segnalare quanti articoli firmati da donne e quanti articoli firmati da uomini comparissero sulle due principali testate giornalistiche italiane, <i>Repubblica</i> e il <i>Corriere della sera</i>.<br>E la maggioranza maschile era asfissiante, non semplicemente dominante: a volte c&#8217;erano soltanto firme maschili. Non mi sembra che, nel frattempo, la situazione sia cambiata .<br>Anche se guardiamo le presenze femminili nei Talk Show sono esigue, Gli invitati di genere maschile sono spesso in maggioranza, ma parlo di maggioranze fra l’80 ed il 90%, di uomini che poi sono sempre più o meno gli stessi, la stessa “compagnia di giro” come si suol dire e le presenze femminili sia come opinioniste che come giornaliste, scienziate, imprenditrici sono sempre molte in meno.</p>
<p><strong>L’Ordine dei Giornalisti italiano non ha mai avuto, in quasi 60 anni di storia, un presidente donna, così come molte delle aziende editoriali e di comunicazione continuano ad avere poche donne nei CdA, raramente ai vertici. Come si cambia tutto questo?</strong></p>
<p>Guardando all&#8217;esperienza dei paesi del nord Europa non mi resta che citare le famose (o famigerate) quote rosa che naturalmente destano sempre molte polemiche anche all&#8217;interno delle varie parti dei movimenti femministi e non sono ben accette neanche dalle stesse donne perché vengono paragonate alle riserve dei panda o cose del genere. Lo stesso nome “quote rosa” è discutibile ovviamente perché questo rosa associato al femminile è quasi un simbolo cromatico della discriminazione.</p>
<p>Tuttavia proprio l&#8217;esperienza di quei paesi insegna che, imponendo quote rosa nei consigli di amministrazione e nei vari organi di rappresentanza politica, certamente forzando, sì costringe il sistema a numeri paritari.</p>
<p><b>Questo poi non vuol dire sempre scegliere le donne migliori o quelle più competenti per un certo ruolo&#8230;</b></p>
<p>Però viene da dire che lo stesso accade nelle scelte che riguardano gli uomini; vogliamo mettere in dubbio il fatto che in tante posizioni le figure apicali non siano esattamente quelle più competenti ma stiano lì per altre ragioni?<br>Accade per gli uomini accadrà anche per le donne, ma almeno la moltiplicazione delle figure femminili può forse, come spesso accade per le figure maschili, permettere anche l&#8217;ingresso di donne competenti, invece che filgli di, parenti di… La cosiddetta parentopoli è un problema italiano ma riguarda anche gli uomini.</p>
<p><b>Quale obiettivo si raggiungerebbe con un'&#8221;imposizione dall&#8217;alto&#8221; ?</b></p>
<p>Vedere cosa succede con più figure femminili in posizioni di potere politico, mediatico, aziendale può nel tempo favorire la convinzione, che fa così fatica a diffondersi e sedimentarsi, che le donne possono accedere a posizioni di potere e può, un po&#8217; alla volta, cambiare la stessa mentalità delle donne che su questo si trovano spesso molto incerte, molto insicure. Come se non dovessero o non potessero non fossero all’altezza o non fosse cosa loro, autoconfinandosi loro stesse, le donne, a partire dalle ragazze (l’esperienza dell’Università mi dice questo continuamente), in ruoli più tradizionalmente femminili, che sono poi i ruoli della cura, dell’assistenza, della collaborazione piuttosto che i ruoli da dirigente, i ruoli apicali.</p>
<p>Il potere si sposa poco in Italia con la cultura femminile e questa convinzione in qualche modo bisogna cominciare a sradicarla. Aspettare i cambiamenti culturali richiede decenni, se non secoli.</p>
<p>L’imposizione per legge anche a me di principio non piace però credo che sia l’unica soluzione. Un male minore che si applica per un certo periodo finchè non c’è un riequilibrio della presenza femminile e poi si elimina nella speranza che poi la società vada per conto proprio.<br>Se andiamo a guardare a quello che è successo in Italia con la legge che ha imposto le quote rosa nei Consigli di amministrazione delle aziende abbiamo visto che dopo una sua prima applicazione molto stretta, l’anno dopo è stata disattesa.</p>
<p><strong>Il #MeToo ha avuto grande clamore mediatico, anche per la notorietà di chi ha denunciato. Adesso sembra che tutto si sia fermato o, addirittura tornato come prima. Che succede?</strong></p>
<p>L’emancipazione femminile o, come si dice adesso “l’empowerment”ed in questo caso l’uso della lingua inglese è legittimato proprio dal #metoo, ha dei momenti di avanzata, dei momenti di rallentamento, di fermo o di regressione.</p>
<p>In Italia vedo solo il fermo, la stasi o la regressione. Anche negli stati Uniti il #metoo si è come acquietato , sebbene gli USA siano un territorio molto vasto con differenze sostanziali tra le metropoli, gli agglomerati urbani e le periferie dove il maschilismo in certi casi è anche peggiore che da noi.</p>
<p>Quella femminile è una sottomissione culturale più che secolare e quindi fa fatica a cambiare, anche se il fenomeno riguarda la metà del mondo perchè, occorre ricordarlo, le donne sono più del 50% della popolazione mondiale. Nell&#8217;intera storia dell’umanità il fenomeno è quindi molto recente e ci vuole tempo e questi avanzamenti, soste e regressioni sono comprensibili viste in una prospettiva di lungo periodo.</p>
<p>La situazione dell’Italia è particolarmente sofferente. Il sessismo italiano è particolarmente resistente. Nel&nbsp;<a href="http://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2020.pdf" target="_blank" rel="noopener nofollow">Gender Gap Report</a>, il ranking, la classifica stilata ogni anno dal World Economic Forum, che non è un organizzazione ne veterofemminista ne post femminista, su 153 paesi considerati, l’Italia è alla vergognosa posizione del 76 posto.</p>
<p>Siamo calati di 6 posti rispetto all’anno scorso, ma dal 2006 ad oggi siamo stati anche all’84. Davanti a noi non ci sono solo paesi come Svezia, Islanda, Norvegia, Danimarca, che si giocano sempre le prime 4-5 posizioni, ma ci sono paesi che non ci aspetteremmo rispetto agli stereotipi che abbiamo. Paesi africani come il Ruanda, il Burundi, l’Argentina, sono messi meglio di noi per la parità di genere.</p>
<p>Il Gender Gap Report misura 4 punti fondamentali: la rappresentanza politica, l’accesso al mondo del lavoro ovvero occupazione e disoccupazione e livelli retributivi, l’educazione, ovvero l’accesso alla scolarità e all’università e lo stato di salute. In Italia lo stato di salute non è un problema, le statistiche ci dicono che le donne vivono mediamente più degli uomini ed anche l’accesso all’educazione non è un problema, tutte le statistiche ci dicono che abbiamo più laureate che laureati e che la media di voti con cui si laureano è più alta per le ragazze che per i ragazzi.</p>
<p><b>Dov’è che siamo messi male quindi?&nbsp;</b></p>
<p>Nella rappresentanza politica ma soprattutto nel lavoro: le donne hanno pagato tantissimo la crisi economica del 2008 e pagheranno ancor di più questa crisi economica legata al coronavirus.<br>Basta vedere cosa sta accadendo adesso con la necessità che i bambini non tornino a scuola: questa cosa ricade sulle spalle delle donne che restano e dovranno restare a casa. È un cane che si morde la coda. Le donne stanno a casa più dei loro mariti o dei loro compagni perchè sono donne e perchè hanno stipendi mediamente più bassi e molte statistiche ci dicono che le ragazze già solo un anno dopo dalla laurea percepiscono in media uno stipendio inferiore rispetto ai loro coetanei di una cifra che va dai 250 ai 500 euro netti al mese, a parità di titolo.<br>Quindi è un problema reale, di tutti i paesi cosiddetti sviluppati: lo sviluppo economico non è sempre collegato alla parità di genere.</p>
<p><strong>Il caso di Giovanna Botteri: lei che ne pensa?</strong></p>
<p>Il caso Botteri è uno dei tanti casi di body shaming, di accanimento sul corpo di qualcuno e, nella maggior parte dei casi questo qualcuno è di genere femminile.</p>
<p>Spesso l’attenzione ossessiva, morbosa, da parte di uomini e donne, va sul corpo delle donne, per cui si va a guardare se è bella, se è brutta, come è vestita, come ha i capelli, se è vestita o no.<br>Io vedo un filo rosso che congiunge due casi diversissimi: quello di Giovanna Botteri e quello che riguarda il ritorno dalla prigionia di Silvia Romano: in entrambi i casi, lo sguardo, l’attenzione, l’accanimento di tutti, media inclusi, è andato su come era il loro abbigliamento, come era la loro fisicità.</p>
<p>Nel caso di Giovanna Botteri per evidenziare il fatto che fosse presuntamente trasandata, nel caso di Silvia Romano, quest’attenzione per il vestito; cosa che non ha assolutamente colpito la mia attenzione, commossa dall’abbraccio con la madre, non ho proprio guardato com’era vestita, dopo tanti mesi di prigionia ed un viaggio faticoso, poteva avere addosso qualsiasi cosa. Insomma la questione è sempre l’attenzione al corpo femminile, che sia bello o brutto, curato o non curato, i commenti positivi o negativi, critici o non critici, vanno al corpo.</p>
<p>Ricordo la gaffe di Amadeus nel presentare le sue collaboratrici prima di Sanremo, rispetto alle quali faceva dei complimenti, tutti sulla loro fisicità, sebbene fossero giornaliste, attrici, conduttrici, donne con una professionalità che andava ben oltre la loro fisicità.</p>
<p>Quando in uno studio televisivo l’ospite è una donna normalmente la telecamera parte dalle caviglie, sale dalle gambe e va a finire sul volto. La cosa non succede mai quando l’ospite è un uomo naturalmente, non si parte dalla scarpa stringata con il calzino, non gliene frega niente a nessuno.<br>Giovanna Botteri è uno dei tanti casi di questa attenzione ossessiva per il corpo femminile. Un’ossessione che è fastidiosa ed è discriminatoria quando è presuntamente positiva il complimento più o meno morboso oppure anche gentile è discriminatorio ed è mal riposto quando il tema, il contesto e ciò che è pertinente dovrebbero essere le competenze e la professionalità della persona che hai di fronte.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/">Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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