Impresa

TikTok bussa al castello di Re Mark

La tecnica ormai è consolidata: dare vita a una piattaforma social dalle caratteristiche accattivanti, farla evolvere in moda, creare un effetto-risucchio dei download e delle iscrizioni, costruirsi un database poderoso e dagli ampi margini d’intervento – garantiti da veloci, troppo veloci, procedure di accettazione della privacy -, quindi alla prima occasione cambiare pelle e innestare una nuova marcia forti dei numeri e delle informazioni messi in cassaforte.
Anni fa, non secoli, era il 2012, debutta Vine: in 6 secondi consentiva di produrre e lanciare video su propria piattaforma che dalla BBC furono definiti “ipnotizzanti”. L’anno dopo viene acquistata da Twitter. Chiude i battenti nel 2017, i suoi utenti risucchiati nel frattempo da Instagram e Youtube.

Il libro va, con l’aiutino. Ma in Italia si legge poco

Gli italiani leggono poco, la loro propensione di spesa verso i prodotti stampati è in calo, la pubblicità su stampa, di conseguenza continua a perdere terreno rispetto al mercato pubblicitario complessivo. Ma gli incentivi alla lettura stanno funzionando: ne è prova il settore librario, unico che presenta dati in crescita, spinto dal “bonus 18” che per l’80% è stato destinato dai giovani fruitori all’acquisto di volumi in carta, per il quale all’orizzonte c’è l’estensione agli abbonamenti a giornali e riviste.

Il CEO made in Italy? È poco social

Sono 3 su 20 i CEO italiani di società quotate in Borsa che adoperano attivamente i social network; di questa frazione, poco più della metà, il 53%, sono attivi in Linkedin come canale principale; il 5%, vale a dire una quota marginale, si avvale di Twitter. Ma è il dato riassuntivo a lasciare, probabilmente, più perplessi: 44 (il 21%) su 221 (tale è l’insieme dei CEO verificati) sono presenti con una propria pagina su Wikipedia, 6 su 10 hanno una biografia sul sito della propria azienda. Si parla di top manager, soggetti che dovrebbero avere una cultura e un’inclinazione consolidata verso la comunicazione.