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	<title>Antonio Rossano &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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	<description>Ente non profit per lo studio e la ricerca sui media</description>
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	<title>Antonio Rossano &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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		<title>Giornalismo e IA: la sfida della complessità</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 10:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2024/09/giornalismoia-la-sfida-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Come scriveva Domenico De Masi nel suo libro La felicità negata, riprendendo il concetto di Edgar Morin sulla "sfida della complessità”, il progresso della conoscenza – sia scientifica che umanistica – non è un percorso lineare e ordinato verso una sempre maggiore chiarezza.</p>
<p>È palese che la sfida della complessità sia necessariamente applicabile al processo che è in corso in questo momento nel mondo dell’informazione con l’avvento dell’Intelligenza artificiale. Un processo al quale si tenta di dare risposte semplici, individuare formule risolutive che possano salvaguardare il giornalismo, il suo business e l’informazione giornalistica più in generale.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/">Giornalismo e IA: la sfida della complessità</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2024/09/giornalismoia-la-sfida-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="4193" class="elementor elementor-4193">
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									<p><em>Il testo che segue è stato oggetto della mia relazione  nel corso del convegno presso l&#8217;Università LUMSA a Roma,  in occasione del premio giornalistico &#8220;Alessandra Bisceglia&#8221;, sul  tema del giornalismo e intelligenza artificiale.</em></p>								</div>
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									<p>Come scriveva Domenico De Masi nel suo libro La felicità negata, riprendendo il concetto di Edgar Morin sulla &#8220;sfida della complessità”, il progresso della conoscenza – sia scientifica che umanistica – non è un percorso lineare e ordinato verso una sempre maggiore chiarezza.</p>
<p>È palese che la sfida della complessità sia necessariamente applicabile al processo che è in corso in questo momento nel mondo dell’informazione con l’avvento dell’Intelligenza artificiale. Un processo al quale si tenta di dare risposte semplici, individuare formule risolutive che possano salvaguardare il giornalismo, il suo business e l’informazione giornalistica più in generale. </p>
<p>Purtroppo, non funziona così. </p>
<p>Questo processo si sviluppa su molti piani, economico, giuridico, sociale, tecnologico, perché il percorso su cui ci stiamo avviando (siamo in realtà da tempo in cammino) è rivoluzionario, un “game changer” o, come dicono i sociologi, “un cambio di paradigma”.</p>
<p>Ci sono aspetti che sono potenzialmente positivi nell’uso di queste tecnologie per le redazioni, ma parallelamente i rischi sono rilevanti.</p>
<p>Parto da un esempio concreto.</p>
<p>In quest’ultimo anno gli editori di tutto il mondo hanno stipulato accordi con le aziende di Intelligenza Artificiale, per consentire loro di addestrare i propri modelli su informazioni aggiornate, affidabili e verificate. Condé Nast, the Financial Times, the Associated Press, The Atlantic, Axel Springer, il Corriere della Sera, sono solo alcune di queste testate ed editori che hanno stipulato questi accordi.<br />In cambio agli editori verranno fornite tecnologie di IA, aggiornamento professionale e qualcosa che è stata ritenuta fondamentale: la citazione delle fonti nelle risposte dei BOT delle IA. In questo modo si spera di ottenere un effetto “motore di ricerca” per il quale i bot IA possano trasferire traffico alle pagine dei siti delle testate, dove queste raccolgono i dati dei propri lettori e fanno la pubblicità.</p>
<p>Ed è già qui che si manifesta la complessità: gli editori corrono per arrivare primi in questa competizione tecnologica e per partecipare alla corsa cedono l’unico oggetto di valore che hanno: le informazioni che producono.</p>
<p>Valore, intendiamoci, non nel senso del valore economico di una notizia che da tempo ormai, nell’epoca della copia immediata ed indefinita del digitale, sono delle commodities. Ma è il valore del brand che le produce che conta e che viene ceduto, l’affidabilità e la qualità delle notizie. Valore che gli editori pensano di poter recuperare attraverso i link.</p>
<p>Quindi, nel momento storico in cui la quantità dei lettori e del testo letto è esponenzialmente diminuita, si presuppone che un lettore, dopo aver avuto una risposta esaustiva da un chatbot decida anche di visitare la fonte.</p>
<p>Siamo sicuri che funzionerà proprio così?</p>
<p>Questa corsa frenetica, forse “affrettata” è il termine più corretto, riporta alla mente di chi l’ha vissuta, una analoga competizione, oltre una decina di anni fa, che indusse gli editori ad investire ingenti risorse nella visibilità sui social network, allora principalmente Facebook e Twitter.</p>								</div>
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									<p></p>
<p>Si aprì quindi un ampio dibattito sul tema, tra esperti di giornalismo, giornalisti, accademici, un po’ come adesso con l’intelligenza artificiale. Ricordo in particolare quando, ad ottobre del 2014, lo scomparso David Carr sul New York Times, stigmatizzò la questione, scrivendo:</p>
<p>“<em>Per gli editori, Facebook è un po&#8217; come quel grosso cane che galoppa verso di te nel parco. Il più delle volte, è difficile capire se vuole giocare con te o divorarti</em>”<br /><br />Non ci si era resi conto che in quel modo si cedeva a Zuckerberg ed affini molto più di un link ai propri articoli, si cedeva la gestione della propria immagine, della propria reputazione, dei propri lettori, della propria qualità. <br />Fino a quando questo è servito alle piattaforme.</p>
<p>Sono ormai due anni che il traffico di ritorno dai social (cosiddetto “referral”) verso le testate è crollato in alcuni casi del 90%.</p>
<p>Potremmo quindi dire che il grosso cane, dopo aver giocato, le ha anche divorate.</p>
<p>Oggi le bacheche dei social sono popolate da reel, storie e post di creators che, a loro volta, si affannano a crearsi spazi in quei luoghi.</p>
<p>Domani (domani.. forse oggi) i social network saranno popolati di notizie ed immagini create sinteticamente. Anzi è notizia di questi giorni che è nato un nuovo social, “Social AI”, dove è possibile registrarsi scegliendo la tipologia dei contatti con cui si vuole interagire: amichevoli, critici, colti.</p>
<p>Peccato che tutti i contatti siano dei bot, migliaia di bot, in grado di rispondere e conversare nelle modalità prescelte.</p>
<p>Un vero capolavoro dell’onanismo e dell’asocialità.</p>
<p>E d’altra parte, la complessità di questo rapporto tra l’Intelligenza artificiale e gli editori si palesa nel fatto che altri attori non hanno stipulato accordi di quel tipo ed uno di questi si chiama <em>The New York Times.</em></p>
<p>Poi c’è la complessità nel comprendere dove va a finire il diritto d’autore che riguarda evidentemente anche l’informazione giornalistica.</p>
<p>Mark A. Lemley, professore di diritto presso la Stanford Law School, in un documento dello scorso giugno pubblicato sulla <em>Science and Technology Law Review</em>, afferma che, mentre molti casi di copyright legati all’IA sono già sotto esame nei tribunali ovvero la questione dell’uso equo di dati di addestramento come nel procedimento <em>The New York Times</em> vs OpenAI, queste questioni non rappresentano il vero impatto che la tecnologia IA avrà sulle leggi esistenti.</p>
<p>Il cambiamento della dottrina sarà necessario in seguito alla trasformazione della creatività stessa. Storicamente, il diritto d’autore è servito a proteggere coloro che creano opere originali.</p>
<p>Tuttavia, con l’avvento dell’IA, la creazione si sposta da un’opera fisica o concettuale a un processo di “domanda” o “prompt”, dove l’utente fornisce input o istruzioni che l’IA trasforma in contenuti.</p>
<p>Questa nuova dinamica pone un’enorme pressione sulle dottrine fondamentali del diritto d’autore: per Lemley il ruolo tradizionale del diritto d’autore, ovvero premiare la creatività dell’autore, sarà drasticamente ridotto, poiché l’IA svolge il grosso del lavoro creativo.</p>
<p>Quindi abbiamo già visto due tipologie di complessità; una riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul business model del giornalismo, l’altra il diritto d’autore.</p>
<p>La questione potrebbe essere molto più ampia perché ci sono problemi di autorialità, di norme giuridiche che non riescono ad avere efficacia sovranazionale, a causa delle differenze culturali, politiche e dei diversi interessi economici che esistono nel mondo e che inevitabilmente si riflettono anche in questo campo.</p>
<p>Molto diverso per obiettivi e scenari il nuovo regolamento AI Act dell’Ue rispetto ai sistemi normativi presenti in altri continenti, Cina e Stati Uniti ad esempio.<br />Quindi? Quindi come dicevo all’inizio non esiste una soluzione “ex-ante”, semplice o definitiva.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<p>Come tutti i processi di trasformazione, rivoluzionari come questo, è necessario un tempo utile per la comprensione e la metabolizzazione dei cambiamenti.</p>
<p>L’intelligenza artificiale è una rivoluzione già da tempo presente in tutte le nostre attività, nei nostri smartphone, nei programmi di traduzione e trascrizione, già da tempo nel giornalismo e nelle redazioni italiane.</p>
<p>Diciamo la verità: non è l’automazione che ci preoccupa, che ci spaventa!</p>
<p>È più profondamente la fantasia (o ipotesi plausibile) della sostituzione del pensiero umano con un algoritmo.</p>
<p>L’ipotesi di divenire superflui, soverchi, ridondanti. Legittima come ogni paura ma da sola non serve.</p>
<p>È la stessa paura che gli editori hanno avuto quando Internet ha effettuato la prima rivoluzione digitale, perdendo essi stessi l’occasione di divenire centrali nell’evoluzione dell’ecosistema informativo.</p>
<p>Nelle redazioni, anche in quelle italiane, al web veniva messo chi era considerato meno bravo o inviso al direttore. La carta era il must. Poi, quando ci si è resi conto che tutto era cambiato è iniziata una affannosa e tardiva rincorsa all’online, perdente perché nel frattempo i luoghi della discussione, una volta davanti a un giornale, erano stati occupati dalle multinazionali social.</p>
<p>Possiamo imparare qualcosa da questa lezione? </p>
<p>Forse si, partendo innanzitutto dal guardare al futuro ed all’innovazione con attenzione, anche un pizzico di diffidenza, come quella che si può avere mettendosi al volante di una potente automobile mai guidata prima.</p>
<p>Bisogna conoscerla, imparare ad utilizzarla, fare molti tentativi e capirne i punti di forza e di utilità, come pure le vulnerabilità e i pericoli.</p>
<p><strong>Qual è la differenza tra un articolo scritto da un giornalista e quello scritto da ChatGPT?</strong></p>
<p>È la stessa differenza che esiste tra l’intelligenza umana e quella definita artificiale.</p>
<p></p>								</div>
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									<p>Roger Penrose, matematico e premio Nobel per la fisica, ritiene che, nell’intelligenza, vi sono in gioco tanto la coscienza quanto ciò che la comprensione cosciente dei significati può fare per noi. Queste parole si implicano a vicenda: l’intelligenza richiede comprensione. E la comprensione richiede consapevolezza.</p>
<p>Questo ci porta a dire che un dispositivo, per essere definito “intelligente”, dovrebbe essere capace di comprensione. Ma se anche ammettessimo la comprensione, questo dispositivo, per essere definito “intelligente”, dovrebbe essere dotato di consapevolezza. </p>
<p>E nei sistemi di IA, la comprensione e la consapevolezza è nei programmatori e progettisti che creano i Large Language Models, i modelli alla base di questi sistemi, non nel modello o nell’hardware.</p>
<p>Almeno fino ad ora.</p>
<p>E tornando alla domanda, fatta questa premessa, la risposta è che l’articolo scritto da un giornalista è stato creato con una comprensione cosciente e consapevole, quello scritto da una IA è basato sul sistema di algoritmi del suo modello.</p>
<p>E questa differenza è evidente nella personalizzazione che il giornalista fa nella descrizione del “fatto”, nel suo particolare e specifico punto di vista, mentre l’IA risponde sulla base del suo modello e dei dati con cui è stato addestrato.</p>
<p>Ed il carattere e l’angolazione della descrizione, contenuti in quell’articolo, nascono dal sistema cognitivo del giornalista, dalle sue convinzioni, dalla sua comprensione consapevole della realtà, dalla sua visione del mondo. </p>
<p><strong>E, non dimentichiamolo, dalla ricerca della verità dei fatti.</strong></p>
<p>Per questo motivo, l’unica possibilità di sopravvivenza per il giornalismo ed i giornalisti sarà la loro capacità di comprensione consapevole della realtà.</p>
<p>Quindi, per i giornalisti che intendono attraversare questo ulteriore processo di cambiamento, non c’è altra possibilità che acquisire le competenze per poter utilizzare questi sistemi con consapevolezza e comprensione, liberandosi di tutte quelle attività che possono essere svolte da sistemi sintetici: traduzioni, trascrizioni, montaggi al volo, bollettini, raccolte di dati.<br />Il giornalista che sarà in grado di affrancare la sua professione giornalistica dai vincoli delle routine e della ripetitività avrà il tempo reale dell’analisi, dello studio, della ricerca, dell’inchiesta, della scrittura.</p>
<p>Sono molti ormai i casi di inchieste giornalistiche che sono state portate avanti grazie all’intelligenza artificiale, alla sua capacità di analizzare enormi quantità di dati, di ritrovare in essi schemi e ripetizioni che consentono di formulare le ipotesi da verificare.</p>
<p>Non ultime quest’anno due inchieste che hanno utilizzato il supporto del’IA hanno vinto premi Pulitzer, una di queste proprio dal The New York Times.</p>
<p>Non c’è quindi altra possibilità che accettare il cambiamento dotandosi delle competenze e degli strumenti per comprenderlo e farne parte.</p>
<p>La tecnologia e l’evoluzione non si possono arrestare. </p>
<p>Se, al contrario, editori e giornalisti decidessero di delegare la loro funzione di comprensione consapevole della realtà a questi sistemi allora i nuovi editori e giornalisti saranno le aziende dell’IA.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/">Giornalismo e IA: la sfida della complessità</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Il calo della partecipazione: editori e giornalisti debbono riflettere</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2023/06/27/il-calo-della-partecipazione-editori-e-giornalisti-debbono-riflettere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 07:19:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/06/partecipazione-passiva-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico del Digital News Report sulla partecipazione dei lettori alle notizie" decoding="async" />Giunge alla dodicesima edizione Il Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism che, come ogni anno, offre un'analisi approfondita dello stato dell'informazione nel mondo digitale.<br />
Basato su un'indagine online condotta su 93.000 individui provenienti da 46 Paesi, il rapporto rivela interessanti tendenze riguardanti la fiducia nelle notizie, i cambiamenti nei consumi e il ruolo dei social media come fonte d'informazione.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/06/27/il-calo-della-partecipazione-editori-e-giornalisti-debbono-riflettere/">Il calo della partecipazione: editori e giornalisti debbono riflettere</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/06/partecipazione-passiva-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico del Digital News Report sulla partecipazione dei lettori alle notizie" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3826" class="elementor elementor-3826">
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									<p></p>
<p>Come <a href="https://www.niemanlab.org/2023/06/the-passive-news-consumer-is-on-the-rise/" rel="nofollow noopener" target="_blank">riporta NiemanLab</a>, uno degli ulteriori interessanti aspetti che emergono dal <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2023" rel="nofollow noopener" target="_blank">Rapporto 2023</a> del Reuters Institute, (ne avevamo <a href="https://www.mstudies.it/2023/06/27/nuove-sfide-per-leditoria-digitale-il-digital-news-report-2023/">scritto un sommario qui</a>), è il cambiamento del modo di fruire le notizie da parte dei lettori.</p>
<p>Se negli anni l’avvento dei media digitali ed in particolare dei social media ci ha portati a spostare l’attenzione dalla quantità di visite e di utenti a metriche semanticamente sostanzialmente diverse, quale il tempo di permanenza o misurazioni sull’ “engagement” come il numero dei commenti o delle reazioni sulle varie piattaforme, dal Rapporto del Reuters si riscontrano cali costanti nel tempo della condivisione attiva insieme a un aumento del consumo passivo.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La partecipazione in cifre</h2>				</div>
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									<p></p>
<p>Il Report monitora da diversi anni come le persone condividono o partecipano alla copertura delle notizie durante una settimana media, suddividendo i lettori in tre gruppi principali:</p>
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li style="list-style-type: none;">
<ul>
<li>partecipanti attivi, che pubblicano e commentano notizie;</li>
<li>partecipanti reattivi, che leggono, mettono like o condividono storie di notizie;</li>
<li>consumatori passivi, che utilizzano le notizie ma non partecipano ad esse.</li>
</ul>
</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p>Sempre il Report evidenzia che in media, in 46 mercati, meno di un quarto degli intervistati (22%) partecipano attivamente alle notizie, una diminuzione significativa di 11 punti percentuali rispetto al 2018. Nel frattempo, il numero crescente di utenti delle notizie partecipa in modo reattivo (31%, +6 punti dal 2018) e quasi la metà ora non partecipa affatto (47%, +5 punti). Queste tendenze sono particolarmente consistenti negli Stati Uniti, ad esempio, dove la proporzione di partecipanti attivi (24%) è scesa di 11 punti percentuali dal 2016 e i consumatori passivi costituiscono ora la maggioranza (51%) degli utenti delle notizie.</p>
<p>Nel frattempo, nonostante questi cali costanti di condivisione e commento, una nuova forma di partecipazione alle notizie è cresciuta nel tempo: La condivisione tramite app di messaggistica privata (dal 17% nel 2018 al 22% nel 2023). Questo fenomeno è particolarmente pronunciato nei mercati delle regioni in cui l&#8217;uso complessivo delle app di messaggistica privata è più elevato, come l&#8217;America Latina, il Sud-est asiatico e l&#8217;Europa meridionale, ma si riflette anche in una più ampia diffusione in tutti i mercati di piattaforme come WhatsApp (+9 punti dal 2018) o Telegram (+12 punti).</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Cambia l'utilizzo delle piattaforme per le notizie</h2>				</div>
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									<p></p>
<p>Questi dati sono coincidenti con le già consolidate evidenze di utilizzo delle piattaforme social soprattutto da parte dei giovani per la lettura delle notizie. Già lo scorso anno, <a href="https://www.pewresearch.org/internet/2022/08/10/teens-social-media-and-technology-2022/" rel="nofollow noopener" target="_blank">l’ultimo rapporto del Pew research center</a> evidenziava che solo un terzo degli adolescenti negli Stati Uniti usa il social di Mark Zuckerberg, dopo aver raggiunto la massima diffusione nel 2015, con il 71%, e aver subito un primo calo nel 2018, arrivando solo al 51%.</p>
<p>Le recenti norme tra cui la Direttiva europea sul copyright hanno contribuito a smorzare l’interesse delle piattaforme nei confronti delle notizie ed inoltre alcune fasce della popolazione evitano di condividere pubblicamente le notizie perché percepiscono i dibattiti online, o le notizie in generale, come tossici.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
					</div>
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									<p></p>
<p> </p>
<p>I fruitori di notizie che affermano di avere esperienze negative nell&#8217;interagire online (21%) sono quasi quattro volte più propensi a non partecipare affatto alle notizie di coloro che affermano di avere esperienze positive (6%). Tali percezioni potrebbero peggiorare proprio perchè un gruppo relativamente più piccolo e meno rappresentativo di persone costituisce la maggior parte di ciò che vediamo come partecipazione attiva alle notizie.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Occorre riflettere</h2>				</div>
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									<p></p>
<p>L’ultima considerazione che suggerisce l’articolo su Nieman Lab, da noi condivisa, è che questa mancanza di partecipazione non può non essere seguita da una riflessione approfondita da parte di giornalisti ed editori di ripensare al proprio ruolo di fronte a questo calo di interazione, sul proprio ruolo di filtri e di intermediari nella tutela dell’interesse dei lettori.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
					</div>
		</div>
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		</section>
				</div>
		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/06/27/il-calo-della-partecipazione-editori-e-giornalisti-debbono-riflettere/">Il calo della partecipazione: editori e giornalisti debbono riflettere</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Stanchezza e minor fiducia nell&#8217;informazione: il Digital News Report 2022</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2022/06/23/stanchezza-e-minor-fiducia-nellinformazione-il-digital-news-report-2022/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2022 06:40:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=3344</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/Digital_News-Report_2022-1-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Copertina Digital News Report 2022" decoding="async" />Uno sguardo attento ai paesi del Sud del mondo tra i 46 esaminati che costituiscono oltre metà della popolazione globale e la necessità di comprendere se (ed eventualmente in che modo) la pandemia ha influito sul giornalismo, sul consumo di notizie e sulle previsioni elaborate nelle precedenti edizioni del rapporto. Questi gli obiettivi della decima edizione del Digital News Report (2021), elaborato dal Reuters Institute for the Study of Journalism, che il suo direttore, Rasmus Nielsen, annuncia nella prefazione al documento.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2022/06/23/stanchezza-e-minor-fiducia-nellinformazione-il-digital-news-report-2022/">Stanchezza e minor fiducia nell&#8217;informazione: il Digital News Report 2022</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/Digital_News-Report_2022-1-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Copertina Digital News Report 2022" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3344" class="elementor elementor-3344">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-2e1da03e elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="2e1da03e" data-element_type="section" data-settings="{&quot;background_background&quot;:&quot;classic&quot;}">
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p></p>
<p>Anche quest’anno il Digital News Report del Reuters Institute dell&#8217;università di Oxford, pubblicato lo scorso 15 giugno, ci pone dinnanzi ai profondi cambiamenti che il mondo dell’informazione sta attraversando. Una ricerca che traccia le abitudini e tendenze di fruizione ed il profilo dei “consumatori di notizie” di sei continenti e 46 mercati.</p>
<p>Probabilmente la ricerca più estesa ed approfondita a livello globale dove i campioni sono stati assemblati utilizzando quote rappresentative per età, sesso e regione in ogni mercato anche se, come scrivono gli autori nelle note metodologiche, data la somministrazione online dei questionari “<em>è meglio pensare ai risultati come rappresentativi della popolazione online. Nei mercati dell&#8217;Europa settentrionale e occidentale, dove la penetrazione di Internet è in genere superiore al 95%, le differenze tra la popolazione online e la popolazione nazionale saranno ridotte, ma in Sud Africa (58%) e India (54%), dove la penetrazione di Internet è inferiore, le differenze tra la popolazione online e la popolazione nazionale saranno grandi</em>.” E questo è un dato da non sottovalutare su questioni in cui si sa che il campione potrebbe potenzialmente fare una differenza significativa (ad esempio il pagare le notizie o i podcast).</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La "news avoidance"</h2>				</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p></p>
<p>Dal rapporto emerge un quadro meno ottimista rispetto allo scorso anno (dove incrementi nel consumo di notizie erano ancora conseguenza della pandemia COVID-19) con un calo generalizzato di fiducia verso le informazioni (la fiducia nelle notizie è diminuita in quasi la metà dei paesi del sondaggio ed è aumentata in soli sette) ed in crescita il fenomeno della “stanchezza delle notizie” e quello conseguente della “<i>news avoidance</i>”  ovvero della tendenza ad evitare sistematicamente le informazioni, ahinoi così drammatiche ed angoscianti che da oltre due anni saturano l’ecosistema informativo, dapprima con la pandemia e adesso con la guerra in Ucraina. In generale l&#8217;interesse per le notizie è fortemente diminuito in tutti i mercati, dal 63% nel 2017 al 51% nel 2022.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La carta: una caduta senza fine</h2>				</div>
				</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img decoding="async" width="1024" height="459" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/01-DNR2022-crisi-carta--1024x459.png" class="attachment-large size-large wp-image-3347" alt="grafico sulle ricerche report 2022" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/01-DNR2022-crisi-carta--1024x459.png 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/01-DNR2022-crisi-carta--300x134.png 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/01-DNR2022-crisi-carta--768x344.png 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/01-DNR2022-crisi-carta-.png 1116w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Digital News Report: a confronto le varie fonti di informazione nel decennio 2013-2022</figcaption>
										</figure>
									</div>
				</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p></p>
<p>Continua il crollo della carta stampata che, nel nostro paese, se nel 2013 era fonte primaria di notizie per il 60% del campione, nel 2022 scende ad un ristretto 15% mentre, sempre in Italia, il device di elezione per il consumo di notizie è oggi lo smartphone per il 69% degli intervistati.</p>
<p>D’altra parte tale fenomeno, per quanto riguarda il nostro paese, è sistematicamente rilevato dai rapporti nostrani come quelli di ADS, <a href="https://www.adsnotizie.it/_dati_DMS.asp" rel="nofollow noopener" target="_blank">Accertamenti Diffusione Stampa</a> , così come sintetizzati da Agenzia Garante per le Comunicazioni nei suoi rapporti trimestrali dell&#8217;Osservatorio sulle comunicazioni.</p>
<p><a href="https://www.agcom.it/documents/10179/26662003/Documento+generico+22-04-2022/8a827676-223a-4e23-ae3c-023f19176288?version=1.2" target="_blank" rel="noopener nofollow">Nell’ultimo, 1/2022</a>, di aprile 2022, AGCOM rappresenta che: “<em>Nel settore dell’editoria quotidiana, si conferma l’andamento negativo già rappresentato nei precedenti Osservatori: nel corso dell’intero 2021, è stata venduta una media giornaliera di 1,7 milioni di copie, in flessione del 6,9% rispetto al corrispondente valore 2020 e del 30,9% rispetto ai livelli di vendita del 2017</em>.”</p>
<p></p>								</div>
				</div>
				<div class="elementor-element elementor-element-2ce781c elementor-widget elementor-widget-image" data-id="2ce781c" data-element_type="widget" data-widget_type="image.default">
				<div class="elementor-widget-container">
												<figure class="wp-caption">
										<img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/02-DNR2022-crisi-carta-AGCOM-1024x576.png" class="attachment-large size-large wp-image-3363" alt="grafico sulle vendite di giornale 2022" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/02-DNR2022-crisi-carta-AGCOM-1024x576.png 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/02-DNR2022-crisi-carta-AGCOM-300x169.png 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/02-DNR2022-crisi-carta-AGCOM-768x432.png 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/02-DNR2022-crisi-carta-AGCOM.png 1139w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Autorità Garante Comunicazioni: Osservatorio comunicazioni 1/2022</figcaption>
										</figure>
									</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Abbonamenti digitali: problemi di budget</h2>				</div>
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									<p></p>
<p>Per quanto riguarda gli abbonamenti digitali, in molti mercati, pochi affermatissimi brand nazionali si accaparrano la maggior parte degli abbonamenti ed in alcuni paesi come Stati Uniti ed Australia, c’è addirittura la tendenza a sottoscriverne più di uno. Tuttavia i problemi di ripartizione dei limitati budget familiari tra le varie fonti dell’infotainment tendono a ridurre il potenziale di spesa per le notizie.</p>
<p>D’altra parte, come già riportava l’<a href="https://www.osservatori.net/it/ricerche/osservatori-attivi/digital-content" target="_blank" rel="noopener nofollow">Osservatorio Digital Content</a> della School of Management del Politecnico di Milano nel suo rapporto dello scorso autunno, su quasi 3 miliardi di spesa degli italiani per contenuti digitali nel 2021, 1,7mld sono andati per il Gaming, 800 milioni per il video Entertainment e solo 166 milioni fra e-book e news.</p>
<p></p>								</div>
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										<img loading="lazy" decoding="async" width="720" height="405" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/spesa-contenuti-digitali-2018_2021.jpg" class="attachment-large size-large wp-image-3367" alt="la spesa del consumatore italiano di contenuti digitali" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/spesa-contenuti-digitali-2018_2021.jpg 720w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/spesa-contenuti-digitali-2018_2021-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">’Osservatorio Digital Content della School of Management del Politecnico di Milano -  Rapporto 2021</figcaption>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Giovani e informazione</h2>				</div>
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									<p></p>
<p>Un capitolo del DNR è dedicato al consumo delle News tra i giovani che, al fine di meglio comprenderne i comportamenti, vengono suddivisi in due macrocategorie: <em>i nativi sociali</em> (18–24 anni) in gran parte cresciuti nel mondo del web sociale e partecipativo ed <em>i nativi digitali</em> (25–34 anni) che in gran parte sono cresciuti nell&#8217;era dell&#8217;informazione ma prima dell&#8217;ascesa dei social network.</p>
<p>Il rapporto evidenzia come, da quando il Reuters ha avviato il tracciamento delle fonti di informazione, i social abbiano costantemente sostituito i siti Web di notizie come fonte primaria per il pubblico più giovane in generale, con il 39% dei nativi sociali (18-24 anni) in 12 mercati che ora utilizzano i social media come loro principale fonte di notizie.</p>
<p>Inoltre, sempre per i nativi sociali vi è un forte spostamento da Facebook verso le piattaforme “visive” come Instagram, TikTok e Youtube, dove l&#8217;uso di TikTok per le notizie è quintuplicato tra i 18 e i 24 anni in tutti i mercati in soli tre anni, dal 3% nel 2020 al 15% nel 2022.</p>
<p></p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Un problema di pluralismo</h2>				</div>
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										<img loading="lazy" decoding="async" width="752" height="740" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/03-DNR2022-crisi-fiducia.png" class="attachment-large size-large wp-image-3377" alt="i valori dei media in Europa" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/03-DNR2022-crisi-fiducia.png 752w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2022/06/03-DNR2022-crisi-fiducia-300x295.png 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Digital News Report 2022</figcaption>
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									<p></p>
<p>In ultimo, occorre evidenziare, tra le tante analisi e spunti contenuti nel rapporto del Reuters, come il già citato dato relativo alla minor fiducia nei mezzi di informazione possa essere attribuito, almeno in alcuni mercati, <b>ad un deficitario pluralismo</b>: in quei paesi la mancanza di fiducia è strettamente correlata al problema dell&#8217;interferenza di politici, uomini d&#8217;affari o entrambi.</p>
<p></p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il Digital News Report in 2 minuti</h2>				</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2022/06/23/stanchezza-e-minor-fiducia-nellinformazione-il-digital-news-report-2022/">Stanchezza e minor fiducia nell&#8217;informazione: il Digital News Report 2022</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/</link>
					<comments>https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Nov 2021 09:09:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=2967</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />Cambierà il nostro mondo? Saranno le nuove macchine basate sull'IA capaci di pensare, avere una coscienza, elaborare concetti autonomamente ?<br />
Il Metaverso è davvero il luogo nuovo del futuro dove vivremo una realtà plurisensoriale e coinvolgente?<br />
Luciano Floridi affronta, con chiarezza e semplicità disarmanti, due questioni molto discusse, in questo momento, in ambito filosofico e sociologico : l'Intelligenza Artificiale ed il Metaverso di Zuckerberg.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2967" class="elementor elementor-2967">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-abac870 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="abac870" data-element_type="section">
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									<p>Pensare al digitale come parte&nbsp; integrante della nostra vita quotidiana appare oggi un&nbsp; fatto scontato, un dato evidente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-2979 alignleft" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg" alt="" width="513" height="731" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg 513w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" />Non era così dieci anni fa, quando la Commissione Europea finanziò un <a href="https://www.futureworlds.eu/wiki/The_Onlife_Initiative" rel="nofollow noopener" target="_blank">progetto</a> per comprendere e valutare come la transizione digitale influiva sulle aspettative della società e sul suo sviluppo, costituendo un gruppo di lavoro composto da 15 studiosi&nbsp; di materie umanistiche (dalla sociologia alla psicologia ed alla filosofia) e di quelle più legate agli sviluppi della tecnologia come la fisica, l&#8217;informatica, l&#8217;ingegneria.&nbsp;</p>
<p>Il gruppo era coordinato da Luciano Floridi, filosofo, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford.</p>
<p>Il risultato di quel progetto fu l&#8217; &#8220;<b>Onlife Manifesto</b>&#8221; (ebook scaricabile <a href="https://link.springer.com/content/pdf/10.1007%2F978-3-319-04093-6.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">quì</a>), documento che conteneva le valutazioni ed i risultati degli studi in ciascun settore esaminato, considerando l&#8217;impatto delle tecnologie su tutti gli aspetti della vita umana, e la significativa perdita di senso della distinzione tra i concetti di &#8220;reale&#8221; (<i>life</i>) e &#8220;virtuale&#8221; (<i>online</i>), giungendo&nbsp; al nuovo paradigma concettuale dell&#8217; &#8220;o<i>nlife</i>&#8220;.</p>								</div>
				</div>
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												<figure class="wp-caption">
										<img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="635" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920-1024x635.jpg" class="attachment-large size-large wp-image-2986" alt="gruppo di ricercatori" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920-1024x635.jpg 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920-300x186.jpg 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920-768x476.jpg 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920-1536x952.jpg 1536w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/il-gruppo-onlife1920.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">2012 - Il gruppo "Onlife Initiative" del progetto della Commissione Europea</figcaption>
										</figure>
									</div>
				</div>
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									<p>Sembra passato un secolo o forse anche più. Non siamo più in grado di distinguere la nostra vita nelle due forme originarie, separate da confini evidenti e netti.</p><p>Abitiamo in un mondo dove il flusso delle nostre comunicazioni e della nostra vita scorre indistintamente tra le vie delle città ed i bit delle chat e delle piattaforme social.</p><p>Eppure sembrerebbe che una nuova rivoluzione stia per cambiare le nostre vite ed i paradigmi ed i riferimenti della realtà. Rivoluzione determinata dall&#8217;avvento dell&#8217;Intelligenza Artificiale e della annunciata nascita del Metaverso, evoluzione, intrisa di realtà virtuale, di Facebook e annunciata qualche settimana fa dal  suo artefice Mark Zuckerberg.</p>								</div>
				</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p style="text-align: center;">29 ottobre 2021 &#8211; Mark Zuckerberg annuncia il cambio di nome di Facebook in &#8220;Meta&#8221; e la nascita del Metaverso</p>								</div>
				</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p>Se da un lato l&#8217;annuncio di Zuckerberg appare come una plausibile evoluzione anche tecnologica della sua piattaforma, restano invece oscuri i confini ed i significati di questo cambiamento: sarà un mondo diverso? Quali leggi ed algoritmi lo governeranno? Vivremo in una dimensione completamente virtuale?</p><p>Luciano Floridi, il filosofo dell&#8217; &#8220;onlife&#8221;, è la persona più adatta e competente per aiutarci a capire questo nuovo mondo cui andiamo incontro e, per questo, gli abbiamo posto alcune domande.</p>								</div>
				</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</h3>				</div>
				</div>
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									<p><strong>Fino a qualche tempo fa vivevamo in un “mondo reale”, quello di sempre in carne ed ossa… e poi c’era il “mondo virtuale”, Internet e dintorni. Poi è diventato tutto “onlife”. <br />Oggi Zuckerberg ci dice che sta trasformando Facebook in un “metaverso”, un luogo, come ha affermato “dove invece di visualizzare i contenuti, ci sei dentro”. Sarà un mondo dove magari sentiremo profumi creati da una macchina, vedremo panorami virtuali, avremo sensazioni trasferite da sensori… Come lo immagina il filosofo Floridi?</strong></p><p>Sono rimasto sorpreso da quest’idea non perché non fosse già nell’aria. </p><p>Zuckerberg insiste sulla realtà virtuale e sulla realtà aumentata da tantissimo tempo, da quando Facebook ha comprato Oculus, azienda che produce visori per la realtà virtuale. </p><p>Vedo quest’operazione con molto scetticismo, non per la tecnologia, quanto per la strategia che c’è dietro: è una bella copia di quello che abbiamo già, giochi di realtà virtuale, musei da visitare e luoghi dove sperimentare… Chi di noi, con qualche anno in più, non ricorda <i>Second Life?</i> </p><p>Insomma, cose che già conosciamo. Come si direbbe in inglese quasi una sorta di &#8220;<i>soluzione in cerca di problema</i>&#8220;, cose che sappiamo fare ma non ci interessano tanto. Arriva Zuckerberg e cerca ancora una volta di convincerci ad entrare in questo Metaverso, questa realtà tridimensionale dove la “vera realtà” sarà la realtà virtuale e il resto lo possiamo lasciare a casa.</p><p>Anche da un punto di vista tecnologico, quindi, mi lascia perplesso: non perché non vi siano oggi le capacità di realizzare cose di grande effetto, da un punto di vista visivo o acustico, ma perché è una cosa un po’ vecchia, che abbiamo già provato e che non ha avuto molto successo.</p><p>Noi torniamo sempre all’idea che abbiamo cinque sensi ma in realtà l’essere umano ha molti più sensori: ad esempio il senso, legato a quello dell’udito, dell’equilibrio. Ma anche se pensiamo solo al caldo ed al freddo, anche limitandoci ai cinque sensi, la realtà virtuale di cui parla Zuckerberg è una realtà bidimensionale: è visiva ed acustica.</p><p>Al momento non è immaginabile, anche se tecnologicamente fattibile, che ognuno di noi possa avere a casa una “stampante a profumo” e ogni volta che visualizzi un ambiente della realtà virtuale, ne venga fuori il profumo.</p><p>Per sintetizzare, concettualmente, <i>la realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">È l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</h3>				</div>
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									<p><strong>Tutto ciò che è vissuto dal nostro corpo è per noi realtà, sia esso biologico o elettronico… o esiste una differenza? Di significato, di valore, di scopo…</strong></p><p>Cosa è reale per noi, è una domanda che ci affascina da sempre.</p><p>Un famoso filosofo diceva “la pietra esiste perché posso prenderla a calci”. C’è qualcosa di vero in questo e cioè il fatto che posso interagire con la pietra. Immaginiamo di andare nella cucina virtuale e prendere un bicchiere: non lo puoi afferrare, non lo puoi riempire d’acqua, perché è un ologramma, sarebbe solo un esperimento visivo.</p><p>È la nostra capacità di interazione con qualcosa, ad esempio il bottone rosso con cui posso interrompere questa videochiamata, che determina il senso di realtà di quel qualcosa per noi. La capacità di reazione con quello che si fa o non si fa che determina la nostra percezione di realtà. Anche afferrando l’ologramma di quel bicchiere nella nostra cucina virtuale con un guanto elettronico, la realtà fisica è insuperabile rispetto all’interattività che, anche in uno strutturalmente ineccepibile contesto 3D, io potrei esperire un domani.</p><p>Vorrei tuttavia anche parlare bene di tutto questo, immaginiamo i contesti bellici: magari meglio non esserci lì, non interagire con la pericolosità di una mina, oppure in contesti dove è necessaria la massima attenzione, un contesto medico o l’ingegnere che deve imparare il funzionamento di un motore, osservandone da vicino il meccanismo senza rischi. </p><p>Tutto questo non ha certo aspettato Zuckerberg, esiste da decenni, basti pensare a come si addestrano oggi i piloti da caccia delle forze armate italiane: lo fanno in modalità virtuale.</p><p>Per concludere, ritornando alla domanda, direi che <i>è l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</h3>				</div>
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									<p><strong>Vivremo in mondi virtuali come immensi depositi di umanità perché il mondo attuale è già troppo piccolo e poco ospitale per 10 miliardi di persone?  </strong></p><p>Purtroppo è un grande rischio, una possibilità soprattutto per chi riesce ad ottenere questa tecnologia a costi molto bassi in contesti in cui la vita è veramente misera.</p><p>Non quindi per le persone che hanno grandi possibilità economiche, perché quelle potranno sempre andare in Costa Smeralda e non per chi non ha nessun mezzo, perché quelle non avranno la possibilità di acquistare il computer che serve per andare nella realtà virtuale.</p><p>Ma lo sarà per tutta quella fascia di mezzo in cui la vita è spiacevole: magari hai un brutto posto di lavoro, vivi in pochi metri quadrati, hai una vita fallimentare, non sei nessuno, pochi soldi. Pochi ma abbastanza per acquisire la tecnologia ed essere abile ed avere dei ruoli in questa realtà virtuale: quella è la fascia, ampia, di persone più a rischio per quello che in inglese si definisce “<i>escapism</i>” ovvero la fuga dalla realtà, da quella di tutti i giorni, quella di cui parlavamo prima della pietra da prendere a calci verso una realtà virtuale dove il mondo si adatta a te, tu non ti scontri con il virtuale, <i>il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</i>.</p><p>Questo mondo che si plasma intorno a te, che non ti insegna la brutalità dei fatti ma che in realtà accomoda tutto un po’ come una sirena, è un rischio molto serio.</p><p>Lo vediamo già in alcuni contesti di <em>addiction</em> (dipendenza) cioè di eccessivo attaccamento di tipo ludico dove ragazze e ragazzi trovano lì qualcosa che non riescono a trovare più nella realtà di tutti i giorni.</p><p>Questo è un rischio serio.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Ci vuole la legislazione adatta. E sta arrivando</h3>				</div>
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									<p><strong>Ovviamente tutto questo sarà il frutto di sistemi tecnologici sempre più avanzati e basati sull’intelligenza artificiale. Esisteranno nuove regole che dovranno normare il rapporto tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale? </strong></p><p>In Europa oggi è in arrivo la legislazione che riguarda il contesto dell’intelligenza artificiale e quello che riguarda il riconoscimento facciale. Basta leggere la proposta di legislazione sull’intelligenza artificiale della Commissione europea che vieta molti usi del riconoscimento facciale, ad esempio quelli fatti per ragioni commerciali.</p><p>Quando Facebook dice “non useremo il riconoscimento facciale nel Metaverso” ad esempio, sta facendo un’operazione molto semplice, ovvero non fare qualcosa che la legge comunque impedirà di fare e, al contempo, che non serve: in una realtà 3D in cui so qualunque cosa di te, a che serve il riconoscimento facciale?</p><p>Attenzione quindi al fatto che l’intelligenza artificiale, che viene via via sempre più legiferata e controllata normativamente, può spostarsi su settori tecnologici non ancora mappati dalla legge che sarebbe anche una manovra economico-giuridica un po’ astuta.</p><p>Credo che questo sia un settore a rischio, ma anche un po’ neutrale. </p><p>È come l’elettricità: noi siamo dipendenti da esse in modo totale, immaginiamo cosa può accadere quando c’è un blackout in città e non funziona più nulla. Elettricità anche pericolosa: se metti due dita nella spina, rischi la vita. Ma è anche una tecnologia positiva che usiamo a buon fine.</p><p>Quindi ci sono dei rischi ma abbiamo messo i salvavita. Con quest’analogia, alla domanda se dipenderemo sempre più dall’intelligenza artificiale, io direi di sì.</p><p>Con il “machine learning” si avrà una strumentazione sempre più potente per far girare qualsiasi cosa: un giorno di questi anche la lavastoviglie avrà imparato come fare i piatti.</p><p>Questa nostra dipendenza ha dei pericoli? Assolutamente sì. Allora servono dei “salvavita”, elementi che, quando c’è qualche rischio eccessivo, salta il fusibile, si stacca la spina, non si arriva alle conseguenze più gravi. Questo è quello che la nuova legislazione sta per fare.</p><p>Questa dipendenza dovrebbe essere strettamente regolamentata per assicurare tutta la parte “buona”, che è quella che serve a gestire la complessità con strumenti sempre più complessi ma, al contempo, eliminare al massimo i rischi di tecnologie potentissime che, usate male, troppo poco o in maniera esagerata, nel contesto sbagliato, possono fare danni.</p><p>Per riassumere vedrei l’IA come una enorme capacità di risolvere problemi che, nelle mani giuste, con le condizioni giuste, può fare molto bene.</p><p><i>Ci vuole, ancora una</i> <i>volta, la legislazione adatta. E sta arrivando</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il resto lo lasciamo ad Hollywood</h3>				</div>
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									<p><strong>Oggi si parla di intelligenza artificiale, di machine learning e della possibiltà per le macchine di “pensare”, primi germi di una potenziale coscienza. Mi sembra che lei, anche nel suo libro “Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine” non sia di quest’avviso&#8230;</strong></p><p>No, proprio no. Siamo a volte un po’ preda di cattiva pubblicistica e di ottimo marketing, ovvero il fatto che queste aziende debbano sovrastimare, anche in maniera fuorviante, le capacità degli attrezzi che andiamo costruendo.</p><p>La realtà è invece diversa: via via che andiamo a trovare aree sempre più ampie dove l’intelligenza artificiale può fare la differenza, il limite è la nostra intelligenza nell’individuare dove e come adattare queste strumentazioni e a quali problemi.</p><p>Che si parli anche soltanto vagamente in senso metaforico, di <i>pensiero</i>, <i>creare</i>, <i>coscienza</i>, <i>consapevolezza</i> è una sciocchezza, come se parlassi con il frigorifero: sarebbe un po’ strano&#8230;</p><p>Pensiamo, ad esempio, alle suole delle scarpe: sono alcuni anni che stanno avendo una rivoluzione fondamentale, con l’inserimento di sensori che puoi collegare ad una app sul tuo smartphone e, sviluppate inizialmente per ragioni sportive, oggi hanno applicazioni nel contesto del benessere e della salute, straordinarie.</p><p>Immaginiamo, ad esempio, se la suola della scarpa, all’improvviso, cambia posizione: se tutte e due le suole non sono più in orizzontale, quella persona è caduta e l’applicazione comanda un allarme perché forse la nonna non è più in piedi.</p><p>Questo è l’intelligenza artificiale. Questo è il mondo in cui viviamo e questo è il tipo di mondo che dobbiamo capire e capire i problemi che l’IA sta generando. <i>Il resto lo lasciamo ad Hollywood</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Questo è il futuro che vediamo ed è già in arrivo</h3>				</div>
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									<p><strong>E queste nuove norme potranno essere opache ed incomprensibili come gli algoritmi che oggi governano le principali piattaforme tecnologiche?</strong></p><p>Le norme ci permettono di capire, da un punto di vista contestuale, quando usare o meno certi algoritmi, certe soluzioni oppure no.</p><p>Questi algoritmi hanno una loro opacità ma, anche quì, bisogna capire esattamente di cosa si sta parlando: non è che non sappiamo cosa facciano ma un algoritmo, che risolve un problema, è composto da tantissimi nodi connessi tra di loro e siccome gli equilibri tra questi nodi che permettono poi l’apprendimento, nel caso del machine learning, sono molto sensibili ad ogni mutamento, è molto difficile poter determinare cosa fa ogni nodo in ogni momento.</p><p>Per fare un esempio è un po’ come il traffico: spiegare perché diecimila persone sono ferme nel traffico, è impossibile per ciascun singolo individuo ma, macroscopicamente possiamo affermare che, essendo lunedì, le 8 del mattino, piove e le scuole sono aperte, c’è traffico.</p><p>Non potremo sapere in maniera granulare perché ciascuna persona si è messa in movimento per generare il traffico, ma questo non vuol dire che in generale non sappiamo perché si sia generato il traffico.</p><p>Questo è il modo giusto di parlare dell’opacità degli algoritmi, altrimenti sembra che stiamo parlando di Harry Potter di magia, con la bacchetta&#8230;</p><p><strong>Quale potere sarà nelle mani di pochissime persone che gestiranno aziende che governano il mondo in cui vivremo?</strong></p><p>Enorme. In altri contesti dicevo che gli abbiamo dato le chiavi di casa e quindi adesso, se vuoi entrare in casa, devi chiedere a loro. In altre parole controllano veramente questo mondo “<i>onlife</i>” dove si mescola ormai tutto, reale e virtuale e c’è una parte di questo mescolare che è in completo controllo di queste aziende.</p><p>La legislazione arriva a volte un po’ tardi, ma arriva. La potenza del legislatore è tale da poter chiudere oggi queste aziende, ma noi la usiamo con molta cautela. Si guardi ad esempio cosa è accaduto con il nucleare dopo l’incidente in Giappone: in Germania il settore del nucleare ha chiuso da un giorno all’altro, in virtù di quel potere.</p><p>Quindi la risposta alla domanda è: sì, hanno un potere enorme ma, come sta avvenendo sia negli USA con l’amministrazione Biden che in Europa, si sta arrivando ad una legislazione che limiterà o indirizzerà questo potere in maniera non pericolosa.</p><p><em>Questo è il futuro che vediamo. Ed è già in arrivo.</em></p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Il lento spegnersi dei giornali</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/08/07/il-lento-spegnersi-dei-giornali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 10:12:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/08/Osservatorio-comunicazioni-2_2020-1100-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico distribuzione dei quotidiani 2020" decoding="async" />Da tempo immemore ormai, i giornali sono in profonda crisi. </p>
<p>Per dare solo un’idea della dimensione attuale di questa situazione, basti pensare che in Italia, dal 2016 ad oggi, le copie cartacee dei quotidiani vendute sono diminuite di quasi 1 milione di unità (che sui 2,4 milioni del 2016 è il –44%) e, paradossalmente, anche la vendita di quelle digitali è diminuita notevolmente, passando da 217mila a poco più di 156mila (-28%).</p>
<p>La letteratura sulla materia è ormai enciclopedica, le analisi più o meno scientifiche, accademiche e consulenziali, che tentano di inquadrare la situazione, sono migliaia.</p>
<p>Eppure, nonostante questa enorme e profonda presunta conoscenza del problema, il problema, con la dinamica di un tumore metastatico, continua a crescere, a divorare e distruggere grandi porzioni di quello che potremmo immaginare come un organismo vivente malato, il “corpo dell’informazione”.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/08/07/il-lento-spegnersi-dei-giornali/">Il lento spegnersi dei giornali</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/08/Osservatorio-comunicazioni-2_2020-1100-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Grafico distribuzione dei quotidiani 2020" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="814" class="elementor elementor-814">
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									<p></p>
<p><i>Da tempo immemore ormai, i giornali sono in profonda crisi.&nbsp;</i></p>
<p><i>Per dare solo un’idea della dimensione attuale di questa situazione, basti pensare che in Italia, dal 2016 ad oggi, le copie cartacee dei quotidiani vendute sono diminuite di quasi 1 milione di unità (che sui 2,4 milioni del 2016 è il &#8211;<b>44%</b>) e, paradossalmente, anche la vendita di quelle digitali è diminuita notevolmente, passando da 217mila a poco più di 156mila (<b>-28%</b>).</i></p>
<p></p>
<p></p>
<p><i>La letteratura sulla materia è ormai enciclopedica, le analisi più o meno scientifiche, accademiche e consulenziali, che tentano di inquadrare la situazione, sono migliaia.</i></p>
<p></p>
<p></p>
<p><i>Eppure, nonostante questa enorme e profonda presunta conoscenza del problema, il problema, con la dinamica di un tumore metastatico, continua a crescere, a divorare e distruggere grandi porzioni di quello che potremmo immaginare come un organismo vivente malato, il “corpo dell’informazione”.</i></p>
<p></p>								</div>
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									<p>Qualche giorno fa, Tony Haile, CEO prima di Chartbeat ed ora di Scroll, due aziende che si occupano di informazione e relativo marketing (quindi una voce autorevole e competente sulla materia) <a href="https://www.cjr.org/analysis/nytimes-subscriptions-local-publishers-compete.php" rel="nofollow noopener" target="_blank">ha pubblicato un articolo</a> sul <i>Columbia Journalism Review</i> dal pretenzioso titolo “<b>It is possible to compete with the New York Times. Here’s how</b>.” (“È possibile competere con il New York Times . Ecco come.”)</p>
<p>Per chi non lo sapesse, il <i>The New York Times</i>, oltre ad essere considerato una delle più autorevoli testate giornalistiche a livello globale è, probabilmente il giornale più “in salute” al momento, con i suoi <b>6 milioni di abbonati digitali</b>, in corsa per girare la boa dei dieci milioni, nel giro di pochi anni. (Si ricorda, come sopra indicato, che l’insieme delle copie cartacee e digitali di tutti i quotidiani italiani superano di poco <b>1,5 milioni</b> di unità).</p>
<p>Una grande azienda che vende un “prodotto” che tira, pensano in molti, senza però cogliere le vere ragioni di quel successo. Il NYT prima di essere un “prodotto” rappresenta un modello di interpretazione dell’attività giornalistica con precise caratteristiche di lealtà, accuratezza e trasparenza che portano il lettore in una dimensione distaccata dal rumore di fondo dei flussi informativi commerciali, restituendo alle sue informazioni il valore dell’<b>autorevolezza, della credibilità, della fiducia</b>.</p>
<p>E il modello “The New York Times” è diventato, impropriamente, il punto di riferimento delle speranze (e delle ambizioni) di editori piccoli e grandi, del globo terracqueo. Nell’articolo su CJR, Haile, ovviamente riferendosi ad una realtà nordamericana (in parte analogicamente esportabile in altri paesi occidentali), afferma che è possibile competere con il NYT, proponendo la creazione di reti tra testate locali e l’unico grande competitor del NYT, il <i>Washington Post</i>, da qualche anno nel portafogli delle aziende di proprietà di Jeff Bezos.</p>
<p>L’ìdea è che ciascuna parte, il giornalone di Bezos e le testate locali, possano trovare un accordo sulla distribuzione degli utili, vendendo dei bundle: ad esempio il giornale di Seattle + Wapo, ad un costo mensile prestabilito e le cui entrate vengano ripartite sulla base di criteri che nel post vengono dettagliatamente ipotizzati.</p>
<p><b>Questo consentirebbe alle testate locali di concentrare le proprie energie su quello che meglio sanno fare, ovvero la cronaca locale, ed associarsi nella distribuzione ad un brand nazionale importante</b>. Senza entrare nel merito tecnico di queste sinergie, si ricorda che Washington Post possiede anche una piattaforma (Arc Publishing) che ospita già diverse testate locali nordamericane importanti tra cui <em>Los Angeles Time</em> ed <em>Alaska Dispatch</em>.</p>
<p>Ritorna però, a nostro avviso, il solito problema del pesce piccolo che nuota vicino al pesce grande: fino a quando sarà possibile restare di fianco alla balena bianca senza esserne divorati?</p>
<p>Ed in ogni caso il modello <i>The New York Times</i> è quello di un giornale che ha un pubblico “nazionale” potenziale molto ampio con una popolazione USA di 300 milioni di abitanti ed un “resto del mondo” a parlare lingua inglese che <a href="https://www.ethnologue.com/guides/ethnologue200" rel="nofollow noopener" target="_blank">supera il miliardo</a> di individui, cosa che non si verifica chiaramente per altre lingue come ad esempio, l’italiano o il tedesco.</p>
<p>Ma come dicevamo, restando nel limitato ambito dell’analisi commerciale, le ragioni del suo successo, più che alla disponibilità di un pubblico sono legate alla <b>qualità del prodotto</b>.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">È colpa del business model? Del mercato?<br>Forse anche no.</h2>				</div>
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									<p>Siamo sicuri che il criterio giusto per comprendere il fenomeno della crisi dei giornali sia quello del “mercato”? Certo i problemi generati dalla globalizzazione e dalla disponibilità delle informazioni nel mondo digitale ed in ultimo la grave crisi economica del COVID-19 non possono non essere cause / sintomi importanti della malattia.</p>
<p>Ma se pensassimo che la cura della malattia dipenda solo dal medico o dalla clinica, non vedremmo il problema nella sua interezza, rischieremmo di concentrarci sull’anamnesi solo di alcuni sintomi: prima di tutto c’è un malato e c’è una malattia, grave e complessa, che ha radici profonde e, nel nostro paese, in parte genetiche.</p>
<p>I numeri della crisi sono drammatici e sono anche il risultato di una serie di fenomeni che, nell’arco degli ultimi 25 anni, hanno caratterizzato il nostro paese.  Una deriva culturale, che ci ha visto precipitare agli ultimi posti nell’Unione Europea per livelli di istruzione e di alfabetizzazione, cosa che, in misura minore, è accaduta anche in altri paesi occidentali.</p>
<p>Ci ritroviamo di fronte ad un mondo dell’informazione che ha perso la consapevolezza della propria “mission” ed identità.</p>
<p><b>Manca, nel nostro paese un giornalismo libero e capace di costruire narrazioni che non siano governate da interessi specifici</b>.</p>
<p>La percezione di questo problema, è evidente nella disaffezione del lettore che non ritiene più i brand giornalistici credibili, in quanto troppo legati a dinamiche di condizionamento sia esso politico che economico. Il <a href="http://www.digitalnewsreport.org/survey/2020/overview-key-findings-2020/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Digital News Report 2020</a> del Reuters Institute di Oxford, evidenzia come la fiducia nei “News Media” continui a crollare a livello globale con meno di 4 lettori su dieci che manifestano una fiducia costante nelle informazioni che leggono.</p>
<p>La sovrapposizione della sfiducia all’altro problema evidenziato, quello dell’abbassamento del livello culturale del pubblico, crea un abbinamento pericoloso nel momento in cui i social media e la rete divengono territori dell&#8217;incertezza e dell’approssimazione, dove dilagano fenomeni quali le fake news, le filter bubble ed in generale i vari bias cognitivi. </p>
<p>In questo scenario di reale necessità di fiducia in un giornalismo attendibile, l&#8217;assenza di autorevolezza e di credibilità da parte dei media giornalistici, crea un distacco profondo tra il lettore e l’informazione. È un lutto, una mancanza, un vuoto che viene compensato con il rumore. </p>
<p>Tanto rumore e basta.</p>
<p>La questione, la malattia, ancor prima di essere il modello di business o la scelta strategica-industriale è ancora più alla base, una questione di ridefinizione della missione e dell’identità del giornalista e del giornalismo.</p>
<p>La dimensione dell’informazione staccata dalla sua funzione sociale, individuata come un prodotto da banco alla ricerca di consenso e di &#8220;clienti&#8221;, piuttosto che come un elemento fondante della narrazione e dell’identità collettiva, è la causa primaria di questo fallimento.</p>
<p><b>Luca De Biase</b>, <a href="https://blog.debiase.com/2020/08/02/abbiamo-un-futuro/" rel="nofollow noopener" target="_blank">in un recente articolo sul suo blog</a>, scrive:</p>
<p>“Se l’ambiente mediatico attraverso il quale ci facciamo un’idea della realtà è totalmente dominato dalla competizione per l’attrazione di attenzione, non c’è narrazione ma soltanto una ripetizione di opinioni chiuse nel cerchio terribile della ricerca immediata di consenso: opinioni che non si confrontano con la realtà ma che cercano di circoscrivere una realtà a uso e consumo di chi le esprime. Se non c’è una storia ma soltanto una continua ripetizione, allora non c’è passato e dunque non c’è futuro.”</p>
<p>La credibilità, la fiducia, sono i primi elementi che muovono il lettore verso l’informazione che sceglie di leggere. Tradendo questa aspettativa di base, tutto ciò che viene dopo, le analisi economiche e strategiche, appaiono inadeguate, incapaci di risolvere il problema.</p>
<p>Tornando ad un linguaggio commerciale, se il prodotto non interessa, perchè svalutato o inflazionato, perchè non risponde alle aspettative del mercato, perchè è difettoso ed evidentemente contraffatto, allora non potrà esserci alcuna strategia di vendita, modello di business o sinergia che possano evitare il fallimento.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La deriva italiana</h2>				</div>
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									<p>Ed è su questo punto che emerge l’inadeguatezza dell’industria editoriale e della politica.<br />Non è difficile comprendere come un sistema normativo come quello italiano, relativo alle concentrazioni ed ai rapporti tra politica ed editoria, sebbene sia stato più volte oggetto di revisione, soprattutto in ambito radiotelevisivo, appaia oggi inappropriato ed incapace di garantire il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione.</p>
<p>Sempre secondo <b>il report del Reuters</b>, in Italia la fiducia nelle fonti giornalistiche è particolarmente bassa e &#8220;questo perdurante trend è principalmente dovuto alla natura partigiana del giornalismo italiano ed alla forte influenza della politica e degli interessi economici sulle aziende editoriali.&#8221;</p>
<p>E ancor di più, l’incapacità degli attori di comprendere la necessità di compensare le inadeguatezze normative con una coscienza ed una deontologia appropriate, sono il vero cancro che sta divorando la credibilità dell&#8217;’informazione.</p>
<p>È questa inadeguatezza la tara genetica che si manifesta nella forma della malattia <b>i cui sintomi sono economici ed industriali</b>. Si è consentita una informazione degradata, testate con collegamenti evidenti a parti politiche, seppure non inquadrabili in maniera trasparente nel sistema dell’informazione di parte (i cosiddetti “organi ufficiali di partito”) o suscettibili di qualsivoglia influenza economica. </p>
<p>Fiducia e credibilità svendute al miglior offerente.</p>
<p>Questa gestione editoriale di interessi di parte, mal camuffata e molto rumorosa, ha generato nei lettori la percezione di una informazione falsa e truffaldina, sempre condizionata da specifici indirizzi e da obiettivi terzi che poco hanno a che vedere con una attività giornalistica trasparente e corretta.</p>
<p>Gestione agita con la convinzione, presuntuosa ed illusoria, che il lettore fosse incapace di comprendere (o anche solo di percepire) queste dinamiche e, quindi, di poterlo condizionare e manipolare a piacimento.</p>
<p>Se parliamo di bias cognitivi, di distorsioni e di polarizzazioni nel giornalismo, sappiamo allora dove queste hanno, in parte, tratto origine. E, se questi sono i motivi principali, alcuni dei motivi principali che hanno allontanato i lettori dalle notizie, allora bisogna iniziare a curare la malattia da questo punto.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/08/07/il-lento-spegnersi-dei-giornali/">Il lento spegnersi dei giornali</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 16:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
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		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/2020/05/24/problemi-etici-dellintelligenza-artificiale-copy/</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/bogartbacall-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Scena di un film in Bianco e nero" decoding="async" />Nonostante le molte battaglie, come il #MeToo o il #TimesUp, nel 2020 la parità di genere nei media è ancora un obiettivo lontano. A dirlo, questa volta, è WAN-IFRA, organizzazione mondiale di editori e giornali, in una guida appena pubblicata destinata proprio alle aziende editoriali.<br />
La situazione italiana non è migliore; per Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna sono necessari supporti normativi.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/">Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/bogartbacall-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Scena di un film in Bianco e nero" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="768" class="elementor elementor-768">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-abac870 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="abac870" data-element_type="section">
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									<p><em>Nonostante le molte battaglie, come il #MeToo o il #TimesUp, nel 2020 la parità di genere nei media è ancora un obiettivo lontano. A dirlo, questa volta, è WAN-IFRA, organizzazione mondiale di editori e giornali, in una guida appena pubblicata destinata proprio alle aziende editoriali.<br>La situazione italiana non è migliore; per&nbsp;<strong>Giovanna Cosenza</strong>, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna sono necessari supporti normativi.</em></p>								</div>
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									<p>Foto: USA &#8211; 1947 &#8211; La Fuga &#8211; Humphrey Bogart e Lauren Bacall</p>								</div>
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									<p><strong>La guida</strong></p>
<p><i>“Le donne, nel mondo delle News, si battono per un&#8217;industria dei media in cui donne e uomini siano uguali. Uguali nel modo in cui sono ritratti nei contenuti delle notizie ed uguali nei loro ruoli e trattamenti professionali.<br>Hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo per quasi un decennio, durante il quale i problemi di uguaglianza, sicurezza e rispetto tra uomini e donne, sono entrati con grande impeto nella coscienza pubblica attraverso movimenti come #MeToo e #TimesUp.<br>Questo slancio è stato sostenuto da individui coraggiosi che si sono fatti avanti e dal lavoro ostinato dei giornalisti di tutto il mondo che continuano a trattare l&#8217;argomento, raccontando le ingiustizie e indicando gli autori delle disuguaglianze.<br>Paradossalmente, l&#8217;industria dei media ha svolto un ruolo diretto nel perpetuare la disuguaglianza escludendo le voci, le storie e le opinioni delle donne nei contenuti e usando un linguaggio che stereotipa le donne. Mentre le donne rappresentano più della metà della popolazione mondiale, sono in media viste, ascoltate e lette dai media solo il 25% delle volte.”</i></p>
<p>Con queste parole si apre l’introduzione alla “<a href="http://womeninnews.org/ckfinder/userfiles/files/Gender%20Balance%20Guidebook_FINAL_RGB%20(1).pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">Guida alla parità di genere nei Media</a>”, elaborata e redatta da WAN-IFRA, organizzazione mondiale che raggruppa tra i suoi associati oltre 18000 pubblicazioni, giornali e riviste cartacee, 15000 siti online ed oltre 3000 aziende editoriali in 120 paesi.<br>L’obiettivo del documento è quello di definire una serie di punti importanti, linee guida, per le aziende editoriali, per meglio bilanciare l’equilibrio tra i generi nelle loro organizzazioni e nei contenuti prodotti.</p>
<p><strong>La situazione italiana</strong></p>
<p>Solo pochi giorni fa, in Italia, il caso della giornalista Giovanna Botteri, oggetto di improprie valutazioni e, nella sostanza, un vero e proprio “body shaming” da parte della trasmissione “Striscia la Notizia”, che ha scatenato molte discussioni in rete, in molti casi sfociate in polemiche sterili o inutili prese di posizione “a favore” o “contro” la trasmissione di Canale 5.<br>In queste discussioni si è spesso persa di vista la questione reale, ovvero il fatto che , ancora una volta, la presunta inadeguatezza veniva imputata ad una donna.</p>
<p><b>Il parere di Giovanna Cosenza</b></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-774 alignleft" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-300x225.jpeg 300w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-1024x768.jpeg 1024w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-768x576.jpeg 768w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/05/WhatsApp-Image-2020-05-24-at-18.03.23.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna, tra i suoi studi si occupa dei meccanismi della comunicazione, dei segni e dei linguaggi e, da anni, si occupa di parità di genere e rappresentazione della donna, raccogliendo molte di queste osservazioni nel suo&nbsp;<a href="https://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener nofollow">blog</a>. Le abbiamo posto alcune domande, cercando di fare il punto della situazione sulla parità di genere nei media e nel contesto italiano.</p>
<p><br></p>
<p><strong>Secondo WAN-IFRA sarebbero proprio i media il primo luogo di discriminazione per le donne, sia all’interno delle organizzazioni, come trattamenti economici, posizioni dirigenziali, etc..e sia per il linguaggio e negli atteggiamenti utilizzati nel rappresentare le donne.&nbsp;<br></strong><strong>Professoressa Cosenza, com’è la situazione per chi i media li studia e li analizza?</strong></p>
<p>La situazione dei media italiani per chi li studia e li analizza è ovviamente a dominanza maschile.</p>
<p>Ricordo che la scrittrice Michela Murgia nel 2018, per un certo periodo, usò Twitter per segnalare quanti articoli firmati da donne e quanti articoli firmati da uomini comparissero sulle due principali testate giornalistiche italiane, <i>Repubblica</i> e il <i>Corriere della sera</i>.<br>E la maggioranza maschile era asfissiante, non semplicemente dominante: a volte c&#8217;erano soltanto firme maschili. Non mi sembra che, nel frattempo, la situazione sia cambiata .<br>Anche se guardiamo le presenze femminili nei Talk Show sono esigue, Gli invitati di genere maschile sono spesso in maggioranza, ma parlo di maggioranze fra l’80 ed il 90%, di uomini che poi sono sempre più o meno gli stessi, la stessa “compagnia di giro” come si suol dire e le presenze femminili sia come opinioniste che come giornaliste, scienziate, imprenditrici sono sempre molte in meno.</p>
<p><strong>L’Ordine dei Giornalisti italiano non ha mai avuto, in quasi 60 anni di storia, un presidente donna, così come molte delle aziende editoriali e di comunicazione continuano ad avere poche donne nei CdA, raramente ai vertici. Come si cambia tutto questo?</strong></p>
<p>Guardando all&#8217;esperienza dei paesi del nord Europa non mi resta che citare le famose (o famigerate) quote rosa che naturalmente destano sempre molte polemiche anche all&#8217;interno delle varie parti dei movimenti femministi e non sono ben accette neanche dalle stesse donne perché vengono paragonate alle riserve dei panda o cose del genere. Lo stesso nome “quote rosa” è discutibile ovviamente perché questo rosa associato al femminile è quasi un simbolo cromatico della discriminazione.</p>
<p>Tuttavia proprio l&#8217;esperienza di quei paesi insegna che, imponendo quote rosa nei consigli di amministrazione e nei vari organi di rappresentanza politica, certamente forzando, sì costringe il sistema a numeri paritari.</p>
<p><b>Questo poi non vuol dire sempre scegliere le donne migliori o quelle più competenti per un certo ruolo&#8230;</b></p>
<p>Però viene da dire che lo stesso accade nelle scelte che riguardano gli uomini; vogliamo mettere in dubbio il fatto che in tante posizioni le figure apicali non siano esattamente quelle più competenti ma stiano lì per altre ragioni?<br>Accade per gli uomini accadrà anche per le donne, ma almeno la moltiplicazione delle figure femminili può forse, come spesso accade per le figure maschili, permettere anche l&#8217;ingresso di donne competenti, invece che filgli di, parenti di… La cosiddetta parentopoli è un problema italiano ma riguarda anche gli uomini.</p>
<p><b>Quale obiettivo si raggiungerebbe con un'&#8221;imposizione dall&#8217;alto&#8221; ?</b></p>
<p>Vedere cosa succede con più figure femminili in posizioni di potere politico, mediatico, aziendale può nel tempo favorire la convinzione, che fa così fatica a diffondersi e sedimentarsi, che le donne possono accedere a posizioni di potere e può, un po&#8217; alla volta, cambiare la stessa mentalità delle donne che su questo si trovano spesso molto incerte, molto insicure. Come se non dovessero o non potessero non fossero all’altezza o non fosse cosa loro, autoconfinandosi loro stesse, le donne, a partire dalle ragazze (l’esperienza dell’Università mi dice questo continuamente), in ruoli più tradizionalmente femminili, che sono poi i ruoli della cura, dell’assistenza, della collaborazione piuttosto che i ruoli da dirigente, i ruoli apicali.</p>
<p>Il potere si sposa poco in Italia con la cultura femminile e questa convinzione in qualche modo bisogna cominciare a sradicarla. Aspettare i cambiamenti culturali richiede decenni, se non secoli.</p>
<p>L’imposizione per legge anche a me di principio non piace però credo che sia l’unica soluzione. Un male minore che si applica per un certo periodo finchè non c’è un riequilibrio della presenza femminile e poi si elimina nella speranza che poi la società vada per conto proprio.<br>Se andiamo a guardare a quello che è successo in Italia con la legge che ha imposto le quote rosa nei Consigli di amministrazione delle aziende abbiamo visto che dopo una sua prima applicazione molto stretta, l’anno dopo è stata disattesa.</p>
<p><strong>Il #MeToo ha avuto grande clamore mediatico, anche per la notorietà di chi ha denunciato. Adesso sembra che tutto si sia fermato o, addirittura tornato come prima. Che succede?</strong></p>
<p>L’emancipazione femminile o, come si dice adesso “l’empowerment”ed in questo caso l’uso della lingua inglese è legittimato proprio dal #metoo, ha dei momenti di avanzata, dei momenti di rallentamento, di fermo o di regressione.</p>
<p>In Italia vedo solo il fermo, la stasi o la regressione. Anche negli stati Uniti il #metoo si è come acquietato , sebbene gli USA siano un territorio molto vasto con differenze sostanziali tra le metropoli, gli agglomerati urbani e le periferie dove il maschilismo in certi casi è anche peggiore che da noi.</p>
<p>Quella femminile è una sottomissione culturale più che secolare e quindi fa fatica a cambiare, anche se il fenomeno riguarda la metà del mondo perchè, occorre ricordarlo, le donne sono più del 50% della popolazione mondiale. Nell&#8217;intera storia dell’umanità il fenomeno è quindi molto recente e ci vuole tempo e questi avanzamenti, soste e regressioni sono comprensibili viste in una prospettiva di lungo periodo.</p>
<p>La situazione dell’Italia è particolarmente sofferente. Il sessismo italiano è particolarmente resistente. Nel&nbsp;<a href="http://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2020.pdf" target="_blank" rel="noopener nofollow">Gender Gap Report</a>, il ranking, la classifica stilata ogni anno dal World Economic Forum, che non è un organizzazione ne veterofemminista ne post femminista, su 153 paesi considerati, l’Italia è alla vergognosa posizione del 76 posto.</p>
<p>Siamo calati di 6 posti rispetto all’anno scorso, ma dal 2006 ad oggi siamo stati anche all’84. Davanti a noi non ci sono solo paesi come Svezia, Islanda, Norvegia, Danimarca, che si giocano sempre le prime 4-5 posizioni, ma ci sono paesi che non ci aspetteremmo rispetto agli stereotipi che abbiamo. Paesi africani come il Ruanda, il Burundi, l’Argentina, sono messi meglio di noi per la parità di genere.</p>
<p>Il Gender Gap Report misura 4 punti fondamentali: la rappresentanza politica, l’accesso al mondo del lavoro ovvero occupazione e disoccupazione e livelli retributivi, l’educazione, ovvero l’accesso alla scolarità e all’università e lo stato di salute. In Italia lo stato di salute non è un problema, le statistiche ci dicono che le donne vivono mediamente più degli uomini ed anche l’accesso all’educazione non è un problema, tutte le statistiche ci dicono che abbiamo più laureate che laureati e che la media di voti con cui si laureano è più alta per le ragazze che per i ragazzi.</p>
<p><b>Dov’è che siamo messi male quindi?&nbsp;</b></p>
<p>Nella rappresentanza politica ma soprattutto nel lavoro: le donne hanno pagato tantissimo la crisi economica del 2008 e pagheranno ancor di più questa crisi economica legata al coronavirus.<br>Basta vedere cosa sta accadendo adesso con la necessità che i bambini non tornino a scuola: questa cosa ricade sulle spalle delle donne che restano e dovranno restare a casa. È un cane che si morde la coda. Le donne stanno a casa più dei loro mariti o dei loro compagni perchè sono donne e perchè hanno stipendi mediamente più bassi e molte statistiche ci dicono che le ragazze già solo un anno dopo dalla laurea percepiscono in media uno stipendio inferiore rispetto ai loro coetanei di una cifra che va dai 250 ai 500 euro netti al mese, a parità di titolo.<br>Quindi è un problema reale, di tutti i paesi cosiddetti sviluppati: lo sviluppo economico non è sempre collegato alla parità di genere.</p>
<p><strong>Il caso di Giovanna Botteri: lei che ne pensa?</strong></p>
<p>Il caso Botteri è uno dei tanti casi di body shaming, di accanimento sul corpo di qualcuno e, nella maggior parte dei casi questo qualcuno è di genere femminile.</p>
<p>Spesso l’attenzione ossessiva, morbosa, da parte di uomini e donne, va sul corpo delle donne, per cui si va a guardare se è bella, se è brutta, come è vestita, come ha i capelli, se è vestita o no.<br>Io vedo un filo rosso che congiunge due casi diversissimi: quello di Giovanna Botteri e quello che riguarda il ritorno dalla prigionia di Silvia Romano: in entrambi i casi, lo sguardo, l’attenzione, l’accanimento di tutti, media inclusi, è andato su come era il loro abbigliamento, come era la loro fisicità.</p>
<p>Nel caso di Giovanna Botteri per evidenziare il fatto che fosse presuntamente trasandata, nel caso di Silvia Romano, quest’attenzione per il vestito; cosa che non ha assolutamente colpito la mia attenzione, commossa dall’abbraccio con la madre, non ho proprio guardato com’era vestita, dopo tanti mesi di prigionia ed un viaggio faticoso, poteva avere addosso qualsiasi cosa. Insomma la questione è sempre l’attenzione al corpo femminile, che sia bello o brutto, curato o non curato, i commenti positivi o negativi, critici o non critici, vanno al corpo.</p>
<p>Ricordo la gaffe di Amadeus nel presentare le sue collaboratrici prima di Sanremo, rispetto alle quali faceva dei complimenti, tutti sulla loro fisicità, sebbene fossero giornaliste, attrici, conduttrici, donne con una professionalità che andava ben oltre la loro fisicità.</p>
<p>Quando in uno studio televisivo l’ospite è una donna normalmente la telecamera parte dalle caviglie, sale dalle gambe e va a finire sul volto. La cosa non succede mai quando l’ospite è un uomo naturalmente, non si parte dalla scarpa stringata con il calzino, non gliene frega niente a nessuno.<br>Giovanna Botteri è uno dei tanti casi di questa attenzione ossessiva per il corpo femminile. Un’ossessione che è fastidiosa ed è discriminatoria quando è presuntamente positiva il complimento più o meno morboso oppure anche gentile è discriminatorio ed è mal riposto quando il tema, il contesto e ciò che è pertinente dovrebbero essere le competenze e la professionalità della persona che hai di fronte.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/05/24/la-parita-di-genere-un-miraggio-anche-per-i-media/">Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Problemi etici dell&#8217;Intelligenza Artificiale</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/02/19/problemi-etici-dellintelligenza-artificiale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 07:04:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/02/intelligenza-artificiale-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Uomo robot" decoding="async" />L’intelligenza artificiale crea discriminazione di genere o di razza? Crea disparità tra i Nord ed i Sud del mondo? In che modo individuare principi e regole etiche applicabili su ampia scala a queste nuove tecnologie?</p>
<p>A queste ed altre domande tenta di rispondere il rapporto annuale sullo stato dell’Intelligenza Artificiale dell’istituto AI Now, ente di ricerca della New York University. Pubblicato lo scorso dicembre, il rapporto intende fotografare i vari aspetti e le criticità che le nuove tecnologie di IA pongono nel loro impatto con la società.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/02/19/problemi-etici-dellintelligenza-artificiale/">Problemi etici dell&#8217;Intelligenza Artificiale</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/02/intelligenza-artificiale-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Uomo robot" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="743" class="elementor elementor-743">
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									<p><em>L’intelligenza artificiale crea discriminazione di genere o di razza? Crea disparità tra i Nord ed i Sud del mondo? In che modo individuare principi e regole etiche applicabili su ampia scala a queste nuove tecnologie?</em></p>								</div>
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									<p>A queste ed altre domande tenta di rispondere il <a href="https://ainowinstitute.org/AI_Now_2019_Report.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">rapporto annuale</a> sullo stato dell’Intelligenza Artificiale dell’istituto AI Now, ente di ricerca della New York University. Pubblicato lo scorso dicembre, il rapporto intende fotografare i vari aspetti e le criticità che le nuove tecnologie di IA pongono nel loro impatto con la società.</p>
<p><strong>Le barriere che non ci sono</strong></p>
<p>Il rapporto ricorda come in &#8220;<em><a href="https://www.nature.com/articles/s42256-019-0114-4" rel="nofollow noopener" target="_blank">Principles Alone Cannot Guarantee Ethical AI</a></em>&#8220;, il filosofo ed etico Brent Mittelstadt affermi che, a differenza della medicina, l&#8217;IA non ha una struttura o norme di governance professionale &nbsp;formale e nessuna definizione e obiettivi concordati per il settore. Soprattutto, a differenza della medicina, l&#8217;etica dell&#8217;intelligenza artificiale non ha supervisione esterna o protocolli standard per applicare barriere etiche.</p>
<p>Un esempio riportato è il finanziamento da parte di <i>Microsoft</i> a una società israeliana di sorveglianza a mezzo di riconoscimento facciale chiamata <i>AnyVision</i> che ha come obiettivo l’individuazione dei palestinesi in Cisgiordania. <i>AnyVision</i> facilita la sorveglianza, consentendo alle autorità israeliane di identificare i palestinesi e tenere traccia dei loro movimenti nello spazio pubblico. Dati i documentati abusi dei diritti umani in Cisgiordania, insieme alle implicazioni sulle libertà civili associate al riconoscimento facciale in contesti di polizia, &nbsp;questo caso d&#8217;uso contraddice direttamente i principi dichiarati da Microsoft su &#8220;sorveglianza legale&#8221; e &#8220;non -discriminazione &#8220;, insieme alla promessa dell&#8217;azienda di non&#8221; implementare la tecnologia di riconoscimento facciale in scenari che possano mettere a rischio le libertà &#8220;.&nbsp;</p>
<p>Ancora più sconcertante, ricorda il rapporto, è che <i>AnyVision</i> ha confermato ai giornalisti che la tecnologia di riconoscimento facciale utilizzata era stata verificata&nbsp; da&nbsp;<i>Microsoft i</i>n relazione alle proprie norme etiche . Dopo le proteste pubbliche, <i>Microsoft</i> ha riconosciuto che potrebbe esserci un problema e ha assunto l&#8217;ex procuratore generale Eric Holder per indagare sull&#8217;allineamento tra le azioni di <i>AnyVision</i> ed i propri principi etici.</p>
<p><strong>La difficoltà di definire regole</strong></p>
<p>I problemi etici, soprattutto nelle applicazioni aziendali dell&#8217;IA, sono evidenziati in più d&#8217;uno dei capitoli della relazione. Il problema, secondo i ricercatori della New York University, è la creazione di sistemi regolamentari omogenei e coordinati.</p>
<p>&#8220;Ora ci sono così tante dichiarazioni di politica etica che alcuni gruppi hanno iniziato ad aggregarle in studi indipendenti di etica AI – recita il rapporto &#8211;&nbsp; tentando di riassumere e consolidare un campione rappresentativo di dichiarazioni di principi al fine di identificare i principali temi e produrre affermazioni normative condivise sullo stato dell&#8217;etica AI. Nonostante l&#8217;aumento del contenuto etico dell&#8217;IA e le relative meta-analisi, i principi etici e le dichiarazioni raramente si concentrano su come l&#8217;etica dell&#8217;IA può essere implementata e sulla loro efficacia. Allo stesso modo, tali dichiarazioni etiche sull&#8217;AI ignorano ampiamente le domande su come, dove e da chi tali linee guida possano essere rese operative.”</p>
<p><strong>La questione dell’ “Affect recognition” </strong></p>
<p>Uno dei problemi etici principali che sono emersi nel corso del 2019, nel campo dell’Intelligenza Artificiale, è connesso al riconoscimento emozionale, un sottoinsieme delle tecnologie di &nbsp;riconoscimento facciale che afferma di &#8220;leggere&#8221; le nostre emozioni interiori interpretando le microespressioni sul nostro viso.</p>
<p>Il problema principale è, secondo il report, non solo che può codificare i pregiudizi, ma anche che manca di qualsiasi solida base scientifica che possa confermarne risultati accurati o anche validi: dubbi confermati dal più grande <a href="https://journals.sagepub.com/eprint/SAUES8UM69EN8TSMUGF9/full" rel="nofollow noopener" target="_blank">metastudio</a> realizzato, fino ad oggi, sull&#8217;argomento. I critici hanno anche notato le somiglianze tra la logica del riconoscimento degli affetti, in cui il valore personale e il carattere sono presumibilmente distinguibili dalle caratteristiche fisiche, e la scienza della razza e la fisiognomica, che era solita sostenere che le differenze biologiche giustificassero la disuguaglianza sociale.</p>
<p>“Nonostante quindi la mancanza di fondamento scientifico – continua lo studio &#8211; &nbsp;il riconoscimento emozionale, abilitato dall&#8217;intelligenza artificiale, continua ad essere distribuito su larga scala in tutti gli ambienti, dalle aule delle scuole alle interviste di lavoro, informando le determinazioni sensibili su chi è &#8220;produttivo&#8221; o chi è un &#8220;buon lavoratore&#8221;, spesso all&#8217;insaputa delle persone.”</p>								</div>
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									<p>Autore immagine: sujins (pixabay.com) &#8211; <a href="https://creativecommons.org/share-your-work/public-domain/cc0/" rel="nofollow noopener" target="_blank">licenza CC0</a></p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/02/19/problemi-etici-dellintelligenza-artificiale/">Problemi etici dell&#8217;Intelligenza Artificiale</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>La verità ne vale la pena</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/02/10/la-verita-ne-vale-la-pena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 07:31:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/02/TruthcanchangeLR-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Stanotte, durante la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards, da noi meglio conosciuti come “Oscar”, tra un grande regista, una diva sul red carpet e la consegna delle statuette, per 30 secondi gli spettatori hanno potuto vedere l’ultimo spot del The New York Times, su uno dei progetti editoriali di maggior successo della testata statunitense, il ”The 1619 Project”.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/02/10/la-verita-ne-vale-la-pena/">La verità ne vale la pena</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/02/TruthcanchangeLR-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="679" class="elementor elementor-679">
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									<p>Stanotte, durante la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards, da noi meglio conosciuti come “Oscar”, tra un grande regista, una diva sul red carpet e la consegna delle statuette, per 30 secondi gli spettatori hanno potuto vedere <b>l’ultimo spot del The New York Times</b>, su uno dei progetti editoriali di maggior successo della testata statunitense, il ”<b>The 1619 Project</b>”.<br />Il progetto, lanciato nel settembre del 2019, ha l’obiettivo di raccontare la nascita degli attuali Stati Uniti a partire dalle sue più remote origini quando, nell’Agosto del 1619, un&#8217; imbarcazione con 20 schiavi africani a bordo approdò sulle coste della Virginia. Non è solo &#8220;una storia&#8221;, bensì il tentativo di riscrivere &#8220;la storia&#8221; di un paese in cui, secoli dopo la sua nascita, le divisioni tra le varie etnie che ne compongono la popolazione costituiscono ancora un importante fondamento di diseguaglianza ed uno dei maggiori problemi di quella democrazia.</p><p>Il messaggio pubblicitario costerà al NYT 2,6 milioni di dollari ed è parte di una &#8220;brand campaign&#8221; avviata nel 2017 dal titolo &#8220;<b>The Trust is worth it</b>&#8221; (La verità ne vale la pena &#8211; ndr) <a href="https://www.nytimes.com/subscription/truth/the-truth-is-worth-it" target="_blank" rel="noopener nofollow">che ha preso in esame</a> molteplici aspetti della vita politica, sociale ed economica degli Stati Uniti. Per poter capire il senso di quest&#8217;azione di marketing della prestigiosa testata americana, dobbiamo considerare il contesto in cui si insersce, caratterizzato da quasi dieci anni di continui e progressivi successi, premi e riconoscimenti, trainati da quello che orgogliosamente giornalisti ed editori della testata amano chiamare &#8220;Il giornalismo di qualità del Times&#8221;.</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">I risultati del quarto trimestre 2019</h2>				</div>
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									<p>Lo scorso 6 febbraio, <b>Mark Thompson</b>, presidente ed amministratore delegato della The New York Times Company, nel commentare&nbsp;<a href="https://investors.nytco.com/press/press-releases/press-release-details/2020/The-New-York-Times-Company-Reports-2019-Fourth-Quarter-and-Full-Year-Results-and-Announces-Dividend-Increase/default.aspx" target="_blank" rel="nofollow noopener">i risultati</a>&nbsp;dell&#8217;ultimo trimestre 2019, ha dichiarato: “Il 2019 è stato un anno da record per il business delle sottoscrizioni digitali del New York Times, il migliore da quando la società le ha lanciate quasi nove anni fa. Questo successo è una testimonianza dello straordinario lavoro dei giornalisti del Times in tutto il mondo e anche del modo radicalmente diverso di condurre operazioni digitali presso l&#8217;azienda, con team interdisciplinari che godono di una notevole autonomia e accesso all&#8217;apprendimento automatico, ingegneria e capacità di verifica necessarie per far progredire la nostra attività.”</p>
<p>&#8220;Di conseguenza,” &#8211; ha proseguito Thompson &#8211; “stiamo assistendo ad un&#8217;accelerazione della nostra crescita digitale. Come abbiamo detto poche settimane fa, nel 2019, abbiamo aggiunto oltre un milione di nuovi abbonamenti netti solo digitali totali e alla fine dell&#8217;anno abbiamo 5.251.000 abbonamenti totali tra i nostri prodotti di stampa e digitali. Nel quarto trimestre, abbiamo aggiunto un totale di 342.000 nuovi abbonamenti netti solo digitali, di cui 232.000 al nostro prodotto principale di notizie (la testata “The New York Times” ndr) e l&#8217;equilibrio tra Cooking e Cruciverba (altri prodotti editoriali di successo del gruppo -ndr), con Cooking in particolare che sta concludendo in modo spettacolare un anno forte con 68.000 nuovi abbonamenti. I 232.000 nuovi abbonamenti solo digitali alla testata rappresentano il 35 percento in più rispetto al quarto trimestre 2018 e il 134 percento in più rispetto al quarto trimestre 2017.”</p>
<p>Ma questi risultati che Media Studies aveva già&nbsp;<a href="https://www.mstudies.it/2019/11/15/gli-obiettivi-globali-del-new-york-times/" target="_blank">preannunciato</a>, commentando quelli del trimestre precedente, sono solo il prodotto di una efficenza economica o di management che ha saputo ben sfruttare una particolare congiuntura del momento, un mercato lasciato libero da molti competitors falliti o incapaci? Qual è il motore di questo successo?</p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il giornalismo di qualità del "Times"</h2>				</div>
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									<p>Sono ormai molti anni che le analisi di commentatori ed esperti di giornalismo e comunicazione puntano il dito alla prestigosa testata americana, indicandola come un modello da perseguire, cercando di comprendere i suoi più reconditi aspetti organizzativi, le tecnologie utilizzate, i meccanismi di interazione fra i vari team che letteralmente &#8220;costruiscono &#8221; il giornale ogni giorno, dalla redazione, ai social media team, agli esperti di User Experience, ai data scientist, ai fotografi, agli inviati.</p>
<p>Come si è avuto più volte modo di analizzare e rappresentare, in vari luoghi dell&#8217;informazione, è innegabile l&#8217;impegno organizzativo e di continuo aggiornamento metodologico e tecnologico profuso dall&#8217;azienda ma, la locomotrice di questo treno che corre ormai irrefrenabile e veloce nel mondo dell&#8217;informazione, non sembra essere un fattore riconducibile ad una qualche forma di determinismo tecnologico o di marketing o gestionale o, almeno non soltanto a ciascuno di questi fattori anche se considerati ne loro insieme.</p>
<p>La certezza da porre alla base di un&#8217;analisi anche economica del funzionamento di questo successo, deve partire dal prodotto che tale successo testimonia, quello che è universalmente riconosciuto come un giornalismo basato sulla &#8220;qualità&#8221;, su una insistente e costante ricerca della &#8220;verità&#8221; ( o di qualcosa che non sia banalmente falso), sulla trasparenza dei processi redazionali, della composizione dell&#8217;assett proprietario, dei finanziatori e sostenitori della testata.</p>
<p></p>								</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default">The Truth Can Change How We See the World</h2>				</div>
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									<p>&#8220;The Truth Can Change How We See the World&#8221; è quindi il titolo di questo spot che annuncia al mondo come la realtà, la verità, &#8220;the truth&#8221; possa essere raccontata finalmente da una nuova angolazione, storica e realistica, prendendo spunto dai fatti pittosto che dalla necessità di conciliare una narrazione con una visione polarizzata della società: &#8220;Cosa c&#8217;entra un ingorgo con la segregazione razziale? Perché gli Stati Uniti non hanno l&#8217;assistenza sanitaria universale? Cos&#8217;è la musica americana? Il giornalismo indipendente pone domande, scava più a fondo e ci aiuta a ripensare gli aspetti della vita che pensavamo di aver capito. E così facendo, coinvolge i lettori in conversazioni significative che ci avvicinano alla verità.&#8221;<br>Questi, <a href="https://www.nytco.com/press/new-york-times-ad-the-truth-can-change-how-we-see-the-world-to-premiere-during-the-oscars/" target="_blank" rel="noopener nofollow">come spiega</a> lo stesso New York Times, sono il fulcro e gli obiettivi&nbsp; della prossima ondata di annunci pubblicitari della campagna&nbsp; &#8220;The Truth Is Worth It&#8221; e del &#8220;The 1619 Project&#8221;.<br>L&#8217;azione di marketing del New York Times non è solo il lancio di una storia, ma il consolidamento di una esperienza di narrazione nuova , moderna e tecnologicamente adeguata ai tempi, che si esprime in forme narrative come il Long Form Journalism, non nuovo&nbsp; in assoluto, ma che il NYT ha il merito di rilanciare, a partire dal 2012, con l&#8217;incredibile racconto di una valanga, <a href="http://www.nytimes.com/projects/2012/snow-fall/index.html#/?part=tunnel-creek" rel="nofollow noopener" target="_blank">Snow Fal</a>l,&nbsp; che mostra al mondo il potenziale di coinvolgimento e di approfondimento dei media digitali, irraggiungibile sui tradizionali media cartacei.</p>
<p>Sembra che i risultati del <i>Times</i>, ci costringano, finalmente, a prendere atto del fatto che il giornalismo ha dinanzi a sè grandi prospettive, laddove non si tema la tecnologia, anche quella più spinta come l&#8217;Intelligenza Artificiale, peraltro già in uso con diversi tools e software all&#8217;interno di molte redazioni e laddove si intenda fare del giornalismo un servizio per la società, più che un prodotto da (s)vendere in un mercato dei click o della pubblicità. Al giornalismo, per il <i>Times</i>, bisogna riconoscere la sua funzione sociale, riprendere il suo ruolo di cane da guardia della democrazia, in un percorso difficile ed avventuroso di ricerca della verità.&nbsp;</p>								</div>
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Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
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		<title>Gli algoritmi, i sociologi e l’approccio multidisciplinare.</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2020/01/25/gli-algoritmi-i-sociologi-e-lapproccio-multidisciplinare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2020 09:34:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Media, piattaforme, comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmi]]></category>
		<category><![CDATA[multidisciplinarietà]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/01/AIS-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Associazione Italiana di Sociologia" decoding="async" />Si è svolto lo scorso 23 gennaio a Napoli, nell’Aula Magna dell’Università Federico II, il Convegno dal titolo “’Algoritmo: Sociologia e Informatica”. Il Convegno costituiva anche la prima sessione, plenaria, del XII Congresso dell’Associazione Italiana di Sociologia.</p>
<p>Il Congresso è stato introdotto dai saluti del Sindaco, Luigi De Magistris e chiuso dall’intervento del Governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca e si è svolto in una sala strapiena di sociologi ed esperti provenienti da molte città italiane.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/01/25/gli-algoritmi-i-sociologi-e-lapproccio-multidisciplinare/">Gli algoritmi, i sociologi e l’approccio multidisciplinare.</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2020/01/AIS-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Associazione Italiana di Sociologia" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="617" class="elementor elementor-617">
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									<p class="MsoNormal">Si è svolto lo scorso 23 gennaio a Napoli, nell’Aula Magna dell’Università Federico II, il Convegno dal titolo “’Algoritmo: Sociologia e Informatica”. Il Convegno costituiva anche la prima sessione, plenaria, del <b>XII Congresso dell’Associazione Italiana di Sociologia</b>.</p><p class="MsoNormal">Il Congresso è stato introdotto dai saluti del Sindaco, Luigi De Magistris e chiuso dall’intervento del Governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca e si è svolto in una sala strapiena di sociologi ed esperti provenienti da molte città italiane.</p><p class="MsoNormal">L’argomento oggetto del convegno, ovvero la funzione degli algoritmi nella società digitale appare essere, in questo momento, la questione più rilevante all’attenzione degli scienziati di varie discipline, dagli informatici, agli statistici, ai sociologi. Ed è proprio questo aspetto multidisciplinare che è stato posto al centro del dibattito e delle analisi.</p><p class="MsoNormal">I quattro relatori (vi sono poi stati una serie di interventi programmati) erano <b>Davide Bennato</b>, professore associato di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi all’Università di Catania, <b>Walter Quattrociocchi</b>, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università di Venezia, <b>Giovanni Boccia Artieri</b>, professore ordinario di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi all’Università di Urbino ed <b>Antonio Pescapè</b>,  professore di sistemi di elaborazione delle informazioni  presso il Dipartimento di Ingegneria elettrica e delle Tecnologie dell&#8217;Informazioni dell’Università Federico II di Napoli.</p><p class="MsoNormal">Gli esperti hanno evidenziato, ciascuno per le proprie competenze e settore di studio, le maggiori criticità che emergono dall’analisi e ricerca sui sistemi digitali basati sugli algoritmi: problematiche inerenti la correttezza metodologica di studio, il coinvolgimento di più discipline nell’analisi dei dati e nell’interpretazione dei risultati, la necessità, nel mare magnum dei flussi digitali, di non perdere di vista l’oggetto principale al centro dell’azione degli algoritmi: l’uomo, la sua emotività, i suoi comportamenti, le sue relazioni.</p><p class="MsoNormal">Il prof. <b>Bennato</b>, sottolineando come ormai gli algoritmi rappresentino un nuovo strato per l’analisi dei fenomeni sociali, ha evidenziato la necessità di individuare ed osservare i principi etici della ricerca sociale che, nella sua corsa sfrenata per non rimanere indietro  all’evoluzione tecnologica e tecnocratica della società, rischia di divenire essa stessa un fenomeno critico quando, per potersi svolgere, utilizza quegli stessi dati ed algoritmi di profilazione che sono oggetto di studio e di valutazione.</p><p class="MsoNormal"><b>Walter Quattrociocchi</b>, ben conosciuto per aver riportato in italia e nel mondo, all’attenzione degli studiosi delle scienze sociali e della comunicazione, fenomeni quali la filter-bubble, il bias di conferma, le polarizzazioni, ha evidenziato quanto questi fenomeni siano potenti sull’agire umano e pressoché insensibili a strumenti tradizionali e razionali di verifica e controllo come, ad esempio, il fact checking. Di fronte alla convinzione polarizzata dell’individuo, dice Quattrociocchi, l’evidenza scientifica è quasi irrilevante, come si è ampiamente dimostrato nella storia recente in fenomeni quali le questioni dei vaccini, le scie chimiche, la polarizzazione politica.</p><p class="MsoNormal">Il Prof. <b>Boccia Artieri</b> ha ampiamente illustrato le problematiche metodologiche che si pongono nell’analisi dei dati ed alla loro provenienza: questi, spesso estratti o forniti dai social network come Facebook, possono contenere distorsioni ed alterazioni capaci di invalidare la qualità della ricerca. Per Boccia Artieri, siamo in un mondo dove gli algoritmi influenzano ormai ogni nostra scelta, a partire da quelle di acquisto, sempre più spesso relazionate alle preferenze espresse attraverso un like od un commento. Per questo le questioni metodologiche e l’interdisciplinarietà, ovvero la collaborazione attiva con scienziati di diverse competenze, sono punti fondamentali per poter comprendere i fenomeni sociali in corso.</p><p class="MsoNormal"><b>Antonio Pescapè</b>, evidenziando con simpatia ed ironia la sua “diversità scientifica” di ingegnere informatico, ha sottolineato quanto sia necessario proprio l’integrazione fra le varie discipline, la perdita di un approccio tradizionale lento e la necessità, anche dal punto di vista della formazione, di nuove metodologie di analisi e studio dinamiche ed al passo con i tempi. Per Pescapè anche “la cassetta degli attrezzi” dell’ingegnere deve essere aggiornata ed arricchita, partendo proprio dalla comprensione dei fenomeni sociali che gli algoritmi intendono governare.</p><p class="MsoNormal">In sintesi un evento sicuramente positivo che ha bene svolto la sua funzione introduttiva al Congresso dell’Associazione Italiana di Sociologia e di rappresentazione delle tematiche oggetto dei lavori, concluso con   l’ironia e la sagacia del Governatore De Luca che, dal suo punto di vista di politico, ha evidenziato la necessità, in questa società digitale, della formazione culturale e politica degli amministratori e dei politici che oggi, sempre più spesso senza alcuna competenza, governano enti, istituzioni e formazioni politiche.</p><p> </p><p class="MsoNormal">Sembrerebbe un’ovvietà, nel XXI secolo, che lo studio di un fenomeno sociale possa essere il risultato dell’unione e degli sforzi di molte competenze e settori scientifici diversi eppure, il mondo accademico e della ricerca appare, a tutt’oggi, frazionato e diviso. Sarà questione nostrana o &#8220;costituzionale&#8221;, amministrativa o politica ma ben venga allora questo convegno che ha voluto portare, come uno dei suoi contributi rilevanti, la semplice idea che “l’unione fa la forza” consentendo, anche ad un ecosistema digitale così complesso ed articolato, di poter essere compreso ed analizzato.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2020/01/25/gli-algoritmi-i-sociologi-e-lapproccio-multidisciplinare/">Gli algoritmi, i sociologi e l’approccio multidisciplinare.</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Giornalismo e democrazia in Europa: il nuovo rapporto del Reuters Institute</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2019/11/28/giornalismo-e-democrazia-in-europa-il-nuovo-rapporto-del-reuters-institute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 17:52:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Commissione europea]]></category>
		<category><![CDATA[Rasmus Kleis Nielsen]]></category>
		<category><![CDATA[reuters institute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/WhatCanBeDone-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Copertina del Report di reutures Istitute 2019" decoding="async" />Il giornalismo come baluardo della democrazia e la politica (europea) in difesa del giornalismo: a suggerirlo è l’ultimo rapporto pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, lo scorso 25 novembre, dal titolo “What Can Be Done? Digital Media Policy Options for Strengthening European Democracy”.</p>
<p>D’altra parte,  della necessaria correlazione tra le due tematiche ne avevamo già parlato, in relazione agli USA, nel precedente articolo sulle problematiche relative all’informazione , evidenziando come in quel paese la chiusura di quasi 1.800 giornali locali,  dal 2004 ad oggi, abbia lasciato le città americane – a volte intere contee – senza una significativa fonte di notizie locali, rappresentando, questo fenomeno, un serio pericolo per la democrazia.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/28/giornalismo-e-democrazia-in-europa-il-nuovo-rapporto-del-reuters-institute/">Giornalismo e democrazia in Europa: il nuovo rapporto del Reuters Institute</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/11/WhatCanBeDone-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Copertina del Report di reutures Istitute 2019" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="567" class="elementor elementor-567">
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									<p>Il giornalismo come baluardo della democrazia e la politica (europea) in difesa del giornalismo: a suggerirlo è l’ultimo <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/sites/default/files/2019-11/What_Can_Be_Done_FINAL.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">rapporto</a> pubblicato dal <strong>Reuters Institute for the Study of Journalism</strong> dell’Università di Oxford, lo scorso 25 novembre, dal titolo “What Can Be Done? Digital Media Policy Options for Strengthening European Democracy”.</p><p>D&#8217;altra parte,  della necessaria correlazione tra le due tematiche ne avevamo già parlato, in relazione agli USA, nel <a href="https://www.mstudies.it/2019/11/22/usa-quando-muore-linformazione-locale-muore-la-democrazia/">precedente articolo</a> sulle problematiche relative all’informazione , evidenziando come in quel paese la chiusura di quasi 1.800 giornali locali,  dal 2004 ad oggi, abbia lasciato le città americane – a volte intere contee – senza una significativa fonte di notizie locali, rappresentando, questo fenomeno, un serio pericolo per la democrazia.</p><p>Lo studio del Reuters è curato da <strong>Rasmus Kleis Nielsen</strong>,  direttore dell’Istituto, in collaborazione con <strong>Robert Gorwa</strong>, ricercatore della stessa università e <strong>Madelaine de Cock Buning</strong>, docente di Politiche Digitali all’European University Institute’s School of Transnational Governance.</p><p>Il rapporto, <strong>indirizzato alla nuova Commissione Europea di Ursula Von der Leyen</strong>, analizza ed individua una serie di punti chiave e di policy per lo sviluppo del giornalismo professionale indipendente in Europa, elaborando anche alcune concrete proposte volte ad indirizzare una politica dei media europea in quello che viene definito “un momento critico”:</p><p>“<em>Il giornalismo professionale indipendente svolge un ruolo importante nella democrazia, ma deve affrontare una serie di importanti sfide che minacciano quel ruolo e, per estensione, minacciano la democrazia europea. Se il giornalismo viene indebolito, i cittadini europei saranno meno in grado di svolgere un ruolo attivo e informato nel processo politico e le democrazie europee meno resistenti alle minacce interne ed esterne</em>”  scrivono gli autori nell’introduzione al rapporto e, continuando: “<em>Per fare davvero la differenza, i responsabili politici devono andare oltre la tendenza ad affrontare indirettamente le questioni che riguardano il giornalismo professionale indipendente o attraverso passaggi frammentati e frammentari e prendere in considerazione l&#8217;adozione di un approccio più olistico focalizzato sulla creazione di un ambiente in cui il giornalismo professionale indipendente possa avere successo.</em>”</p><p>Secondo il rapporto del Reuters, <strong>tre </strong>(tre “F” ndr)<strong> sono le condizioni preliminari affinché si possa giungere a creare un ambiente più favorevole per il giornalismo</strong>:</p><p><strong>Freedom</strong> (libertà): Date le minacce accertate alla libera espressione e alla libertà dei media in alcuni Stati membri dell&#8217;Unione europea, è chiaro che questi problemi devono essere affrontati prima in questi paesi prima che qualsiasi altra misura possa trovare un successo a lungo termine. In particolare i primi passi dovranno essere mossi riguardo alla protezione della libera espressione, della libertà dei media, della protezione dei giornalisti e della reale indipendenza per i media di servizio pubblico.</p><p><strong>Funding</strong> (finanziamenti):  senza fondi il giornalismo professionale indipendente scomparirà. I ricavi, anche nel settore pubblicitario, si stanno spostando da offline ad online con grande beneficio però di aziende statunitensi come Google e Facebook: in media, le entrate dell&#8217;industria europea dei quotidiani sono diminuite di circa 2,5 milioni di euro ogni giorno del mandato della Commissione Juncker, da 39 miliardi di euro nel 2015 a circa 33 miliardi di euro per il 2019. Dato il rapido declino dei media tradizionali, i capitali per salvare il giornalismo dovranno provenire da una combinazione di un nuovo mercato digitale dei media e da varie forme di supporto pubblico  che possa riguardare sia le aziende di informazione non-profit che il servizio pubblico. Questo perché, se in passato gli investimenti nel settore dei media sono stati per gran parte di carattere privato, vi è un significativo rischio di un crollo di queste attività di informazione, <strong>in special modo per quelle locali e di nicchia</strong>.</p><p><strong>Future</strong> (futuro): senza futuro per il giornalismo professionale indipendente, è a rischio la democrazia europea. Forgiare quel futuro è principalmente un compito per la professione e l&#8217;industria stessa ma anche i responsabili politici possono svolgere un ruolo. Tra le opzioni che sono state esaminate, tre spiccano: (a) assicurarsi che tutti gli attori attivi nel mercato digitale competano su un piano di parità; (b) fornire finanziamenti pubblici per l&#8217;innovazione nel giornalismo e nei mezzi di informazione per favorire la transizione e (c) assicurare un più responsabile, comprensibile, e trasparente ambiente delle piattaforme attraverso la promozione di meccanismi di supervisione da parte dei vari stakeholder, progetti di alfabetizzazione mediatica e accesso ai dati per la ricerca indipendente.</p><p>Il rapporto prende in esame l’attuale ecosistema mediatico, caratterizzato da una fruizione delle informazioni   sempre più veloce, grazia alla banda larga, e diffusa a causa della pervasività e quantità di mezzi disponibili, dallo smartphone agli altoparlanti intelligenti ed alle piattaforme come motori di ricerca, social media ed applicazioni di messaggistica.</p><p>Si afferma chiaramente che è necessario un cambio di paradigma alla base di ogni presente e futura &#8220;visione&#8221; del giornalismo: &#8220;<em>essere orientati  al digitale, al mobile ed a quel futuro dominato dalle piattaforme che le persone stanno evidentmente scegliendo, non verso la difesa di un passato dominato dalla televisione e dalla carta stampata</em>&#8220;.</p><p>D&#8217;altra parte, a questo proposito, occorre riportare quanto suggerisce <strong>Mario Tedeschini Lalli</strong>, nella sua recente <a href="https://medium.com/@tedeschini/copyright-illusioni-e-realt%C3%A0-nel-giornalismo-italiano-53a7aef35012" rel="nofollow noopener" target="_blank">analisi su Medium</a>, in relazione ad una certa ostinazione degli editori italiani ad arroccarsi nella difesa di vecchi schemi e modelli di business:</p><p>&#8220;<em>La nostalgia può fare brutti scherzi, specie se si applica a inesistenti età dell’oro. Può creare la convinzione che il prodotto stampato (“Andate in edicola!”) sia quello sul quale occorra concentrarsi, nonostante che ogni possibile statistica storica e attuale dimostri che esso è destinato ad esaurirsi, con maggiore o minore velocità.</em><br /><em>«E allora, che facciamo?». Non c’è una risposta sola, non esiste e non esisterà un modello di affari che semplicemente si sostituisca a quello che conoscevamo per il giornali. Da tempo si discutono e si sperimentano diversi modelli e, specialmente, diverse logiche per far sopravvivere il giornalismo professionale nell’era dell’abbondanza informativa. Per la maggior parte implicano un differente rapporto tra il giornalista, la redazione e i cittadini, tale che i cittadini riconoscano nel loro interesse sostenere il prodotto di una certa redazione. Non solo acquistarne i “contenuti” in esclusiva.&#8221;</em></p><p>In questo ecosistema così complesso e veloce uno dei problemi più significativi, evidenziati nel documento del Reuters, è la disinformazione, da intendersi come un complesso miscuglio di manipolazione, cattiva informazione, scarsa trasparenza degli algoritmi. Per questo sono necessari strumenti di controllo e di verifica indipendenti dalle influenze della politica e delle aziende. </p><p>Ed è anche su questo aspetto che si giocherà in futuro l’autonomia e l’indipendenza del giornalismo e, quindi, della democrazia europea.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2019/11/28/giornalismo-e-democrazia-in-europa-il-nuovo-rapporto-del-reuters-institute/">Giornalismo e democrazia in Europa: il nuovo rapporto del Reuters Institute</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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