Coronavirus, un vaccino per l’informazione​

Il coronavirus, più che per il numero di persone colpite e di decessi, potrebbe entrare negli annali come l’epidemia che cambiò i social network.

Per la prima volta in questa circostanza Facebook ha vestito i panni di editore globale ed ha annunciato la rimozione delle false notizie sul virus e sulle possibili cure. Pari manovra riguarda Instagram, che fa sempre capo al gruppo di Mark Zuckerberg. L’annuncio è stato dato il 30 gennaio in forma ufficiale e con termini inequivocabili in una news dal titolo “Keeping People Safe and Informed About the Coronavirus. Interventi simili finora avevano riguardato situazioni circoscritte, come la rimozione in Italia della citofonata di Salvini, o delle notizie fuorvianti sul vaccino antipolio in Pakistan, su richiesta governativa.

L’intervento è stato annunciato nel giorno in cui l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dichiarato l’emergenza globale per il coronavirus. Una data spartiacque a livello mediatico, com’è ovvio che fosse. Ma con differenze significative che riguardano proprio il nostro Paese.

I media italiani e il coronavirus. L’epidemia conquista evidenza sulle testate, nei siti e blog nazionali solo dopo l’appuntamento elettorale di domenica 26 gennaio. Corrispondentemente, l’analisi comparata delle tendenze di ricerca in Googletrends fa rilevare attenzione molto limitata in Italia (curva rossa nel grafico) dal 25 al 27 gennaio, giorni in cui invece a livello globale (curva blu) e soprattutto negli USA (curva verde) si registrano picchi di interesse. Una delle notizie che riscalda la platea italiana, evidentemente poco sensibile a quanto già è argomento di discussione all’estero, è quella dell’”ospedale in 10 giorni” in costruzione a Wuhan, epicentro dell’epidemia (si registra il picco il 26 gennaio alle ore 13), manovra evidentemente orientata a costruire un’immagine di efficienza per arginare il tracollo anche mediatico derivante dalla crisi sanitaria, sulla scorta di quanto il governo cinese già realizzò all’epoca della Sars, nel 2003, quando i giorni per costruire l’ospedale furono sette.

L’attenzione all’epidemia nel nostro Paese, però, non decolla fino al 30 gennaio. Si scatena a ruota dei titoli dei principali quotidiani, che trovano specchio nei tg e nelle radio e riverbero in rete, con esplosione delle condivisioni, recitando: “Cina, chiuso per virus” (Repubblica); “Virus, italiani in quarantena” (Corriere della Sera e Messaggero); “La grande fuga dal virus cinese. Aerei a terra, fabbriche ferme” (La Stampa); “Virus, anche a scuola è psicosi” (Il Tempo); “Gli italiani via dalla città infetta” (La Nazione).

Un’attenzione tardiva, rafforzata dalla dichiarazione dell’OMS, a sua volta “virale”, forse più del fenomeno che inquadra, che porta a un picco il 31 gennaio con i primi due casi in Italia: “Virus, colpita l’Italia” titola La Repubblica, con la maggior parte delle testate allineate. Poi l’interesse scende, ha un primo rimbalzo, quindi continua la discesa, e a ruota delle notizie esaurisce i tre quarti del potenziale nel giro di 24 ore. Da un lato, c’è l’azione di “debunking” esercitata sui social, dall’altro il moltiplicarsi di approfondimenti, lanciati dal ministero della Salute  e che prendono piede indistintamente su tutti i media. Anche le prime pagine, nel giro di una sola giornata, aggiustano il tiro: “Italia, scudo contro il virus” rassicura Repubblica, mentre chi riporta la posizione del governo lo fa più per innescare polemica, dalle diverse angolazioni, che non nel merito degli interventi contro l’epidemia. Sta di fatto che l’attenzione il 2 febbraio torna ai livelli di cinque giorni prima, nuovamente meno che dimezzata rispetto agli USA e al dato globale.

Dal buio ai progressi della ricerca. Sul flusso delle notizie e conseguente allarme incidono gli aggiornamenti sul versante della scienza. Ormai la struttura del coronavirus, o, meglio, della sua mutazione 2019-nCoV che ha indotto l’epidemia, è stata individuata in laboratorio, al Campus Biomedico di Roma, grazie a un’equipe di cui fa parte un giovane ricercatore salernitano: esistono i presupposti per la formulazione del vaccino in grado di disinnescare le conseguenze di un virus che, ad ogni modo, produce in prima battuta effetti analoghi a quelli di un’influenza, anche se non sono note fino in fondo le complicazioni alle quali può portare e che finora hanno determinato 11.953 casi in tutto il mondo (fonte: bollettino OMS dell’1 febbraio, ore 19.50) di cui 2.128 nelle ultime 24 ore (2.102 solo in Cina). Nel gigante asiatico, secondo l’Oms, i contagi confermati ammontano a 11.821, con 258 morti.

L’infezione dell’economia. Il freno al dilagare delle fake news (varie e fantasiose, quanto non dimostrate, origini del coronavirus, qui una selezione) mira a limitare anche gli effetti negativi economici, da cui è colpita innanzitutto la Cina: le stime degli economisti indicano in 2 punti in meno per il Pil cinese nel trimestre in corso la prima conseguenza del blocco determinato dall’epidemia coronavirus, con 62 miliardi di dollari di mancata crescita (dati forniti dalla CNN). Nel 2003 l’epidemia Sars, che pure prese origine dalla Cina, determinò danni economici per complessivi 40 milioni di dollari, ma va osservato che da allora l’impatto cinese sull’economia globale è quadruplicato, fino a raggiungere oggi il 17% circa: è il principale mercato per le nuove auto e i semiconduttori, spende più di ogni altro Paese nel turismo internazionale, è leader nell’esportazione di abiti e prodotti tessili, le sue industrie producono la maggioranza dei computer e praticamente la totalità degli iPhone (dalle stime del prof. Warwick McKibbin, dell’Australian National University).

Un esempio di quanto rischia l’economia italiana, di riflesso: gli acquisti di lusso esentasse nel 2019 hanno visto i turisti cinesi al primo posto con il 28% del totale e 462 milioni di euro spesi (fonte: Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del Centro Studi Italia-Cina, intervistato da Linkiesta). E il 2020 dovrebbe essere l’anno del turismo e della cultura Italia-Cina. Ma anche numerosi altri sono i fattori di interdipendenza delle economie, che vedono ormai nella Cina il polmone manifatturiero globale, con il rischio di ricadute sull’economia mondiale superiori a quelle che colpiranno il singolo Paese.

Le epidemie parallele e l’intervento di Facebook. Un contesto così complicato, in cui la comunicazione oggi è in grado di far circolare notizie tramite Internet con diffusione virale, ha posto dunque il mondo intero davanti a due epidemie parallele, entrambe globali e dagli effetti potenzialmente devastanti. Le autorità sanitarie mondiali e quelle dei singoli stati fanno la loro parte. Il versante mediatico, da cui possono derivare danni anche più grandi, sembra aver catalizzato le energie per affrontare finalmente, frontalmente e sotto il profilo globale la questione social network, il tessuto cellulare informatico nel quale la cattiva informazione va a riprodurre lo schema diffusionale della malattia. Ecco un estratto di quanto scrive Kang-Xing Jin, responsabile del settore Salute di Facebook:

(…) Quando un’informazione viene considerata falsa dal network globale di fact-checkers nostri partner, ne limitiamo la diffusione in Facebook e Instagram, mostrando alle persone informazioni accurate provenienti da questi partner. Mandiamo anche notifiche a chi ha già condiviso o sta provando a condividere tali contenuti, per informarli che sono stati oggetto di verifica.

Cominceremo anche a rimuovere contenuti con rivendicazioni fasulle o teorie cospiratorie che sono state segnalate da primarie organizzazioni mondiali della tutela della salute e dalle autorità sanitarie locali, che potrebbero provocare danno alle persone che vi prestano fede. Stiamo operando così in estensione della nostra politica già esistente di rimuovere contenuti che potrebbero causare danni fisici. Ci concentriamo su annunci configurati per scoraggiare l’applicazione di trattamenti o prendere precauzioni appropriate. Incluse false cure o metodi preventivi – come bere candeggina per curare il coronavirus – o annunci che provocano confusione sulle risorse sanitarie disponibili. Altrettanto, bloccheremo o limiteremo hashtag adoperati per diffondere mistificazioni informative in Instagram e stiamo procedendo a un’operazione di pulizia per scovare e rimuovere la maggior parte possibile di questi contenuti (…)”.

La storia recente ha già registrato eventi eclatanti che hanno indotto l’effetto di ripulire il web da fenomeni tossici e odiosi. E’ avvenuto ad esempio, purtroppo drammaticamente, contro il “revenge porn”: ricordiamo la vicenda della giovane donna che si tolse la vita, vittima di gogna mediatica a seguito di una inaccettabile violazione della sua privacy in rete.

Per far nascere un’azione globale contro le fake news occorreva una grande paura, di dimensioni planetarie, che portasse a elaborare un vaccino capace di intervenire su una comunità gigantesca, di circa 2,5 miliardi di persone, quella degli iscritti di Facebook.

E’ presto per dirlo con certezza. Ma potrebbe essere un virus di quelli che colpiscono il corpo umano, stavolta ad aver spinto l’informazione in rete sulla strada verso l’immunità.1