Tutto sotto controllo. La (iper)complessità tra realtà e rappresentazione

Non è mai operazione semplice (sic), per tante ragioni e ordini di motivi, scrivere/parlare/dibattere di complessità, di sistemi complessi, di pensiero complesso – tentando di coniugare, e far coesistere, rigore metodologico  e obiettivi di divulgazione -, ma proverò a farlo senza avere alcuna pretesa di completezza e/o esaustività che, peraltro, si rivelerebbe, oltre che presuntuosa e inconcludente, anche piuttosto incoerente rispetto alla natura stessa dell’“oggetto” indagato (multidimensionale, ambivalente, non completamente “osservabile”- per non parlare dei cd “livelli” – termine non perfettamente adeguato – di complessità linguistica, descrittiva, comunicativa, computazionale); per non parlare del pensiero, dell’approccio, del metodo, dell’epistemologia/delle epistemologie che questo concetto richiama e intercetta. Proveremo a trattare ed argomentare, pur sinteticamente.

Altra premessa necessaria: tralasciando le consuete e, ormai, rituali premesse relative alla ben nota etimologia della parola (“complesso” come “tessuto insieme”) – sia chiaro: sempre necessarie ma, di per sé, insufficienti anche nel supportare e rafforzare tesi e argomentazioni – svilupperò soltanto alcune considerazioni di tipo teorico ed epistemologiche lasciando da parte, in questa sede, la dimensione fondamentale della ricerca sulla/nella complessità e sui sistemi complessi (adattivi): come noto, dimensione di vitale importanza per testare e ri-definire/ri-orientare la teoria/le teorie[1].

Prima di tutto, non è inutile precisare come non esista dimensione della realtà fenomenica e delle nostre vite/esistenze che non sia “complessa”. Il che non vuol dire “più difficile” o appartenente ad un “ordine di grandezza superiore”: una cellula, un insetto, una foglia, un fiore, una pianta, il cervello (forse, il sistema più complesso in assoluto), un’organizzazione, un sistema sociale, sono organismi complessi, sono complessità e sono caratterizzati dalla complessità, con tutto ciò che questo comporta.

Non è inutile ribadire/riaffermare, fin da subito, come la “complessità”[2] sia dimensione costitutiva, strutturale, connotativa, del reale, del Sociale, della Vita – anche, e soprattutto, nelle sue dimensioni “non osservabili”, emergenti, non (immediatamente) misurabili, men che meno in termini quantitativi – e, più in generale, della realtà fenomenica che tentiamo di indagare, esperire, vivere; una realtà fenomenica in cui “tutto è relazione”, “tutto è interdipendente”, in cui le cd. “proprietà emergenti”  (non manifestandosi fin dall’inizio, si rivelano non immediatamente osservabili e riconoscibili) giocano sempre un ruolo determinante; una realtà fenomenica in cui anche i singoli “oggetti” vanno/andrebbero visti/riconosciuti come “sistemi” e come “relazioni”; una realtà fenomenica in cui le dimensioni/i livelli “micro” e le dimensioni/i livelli “macro” dei fenomeni sono strettamente collegate/i e correlate/i tra di loro e con gli ambienti/ecosistemi di riferimento [si veda, in tal senso, anche la recente “pandemia”, vera e propria emergenza globale e sistemica che ha riaffermato, ancora una volta, e se ancora ce ne fosse bisogno, la radicale interdipendenza e interconnessione di tutti i fenomeni, le dinamiche, i processi]. Come non ricordare, a tal proposito, la celebre metafora (teoria e studi) del “battito d’ali di farfalla”.

Eppure, nonostante la letteratura scientifica di riferimento, sulla complessità e sui sistemi complessi, sia sterminata e datata, continuiamo ad ignorare molti aspetti ed implicazioni, non soltanto etiche ed epistemologiche. Fondamentale, in tal senso, essere quanto più possibile chiari ed espliciti: la “complessità”, come proverò ad argomentare – seppur con tono divulgativo, in questa sede – non è una “dimensione”, come dire, “esterna” alle nostre vite, alle organizzazioni ed ai sistemi che tentiamo di abitare (1995); e non è una dimensione (ripeto) esterna, magari, riconosciuta e/o percepita (si pensi al ruolo fondamentale delle culture del rischio e dell’emergenza) come più o meno minacciosa/pericolosa/destabilizzante per le nostre vite/ambienti/ecosistemi; insomma, non si tratta di una dimensione, quasi di un’“entità” astratta (a leggere alcuni libri/articoli…) che, di volta in volta, può/potrebbe manifestarsi, costringendoci a rimettere tutto in discussione o, peggio ancora, non si tratta, evidentemente, di un concetto-soluzione da evocare, magari, per gettare fumo negli occhi e/o rassicurare di avere sempre una soluzione (semplice) per qualsiasi problema. Non si tratta, evidentemente, di questo.

Come mi è capitato di ripetere anche recentemente: connotata strutturalmente da proprietà emergenti – “non osservabili”, almeno inizialmente – e caratterizzata da una radicale interdipendenza e interconnessione delle “parti” (“oggetti” che sono sempre “relazioni”) che la costituiscono, è capace di generare e auto-organizzarsi. Irrefrenabilmente dinamica, irreversibile, imprevedibile, eterogenea e dissipativa nelle sue evoluzioni non lineari e caotiche; in grado di tenere insieme tensioni, processi, fenomeni, conflitti, ambivalenze, contraddizioni, paradossi, dimensioni apparentemente inconciliabili. In grado di far coesistere ordine e caos, equilibrio e instabilità. Dialettiche aperte* e ossimori esistenziali, confini che saltano, completamente, a vantaggio di zone ibride e traiettorie indefinite e indefinibili. Impossibile gestirla e controllarla (1995) e, sia chiaro, non si tratta di una questione terminologica e/o di verbi/parole alla moda.

Dunque, stiamo parlando della (iper)complessità che è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole degli organismi viventi e dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: sistemi complessi adattivi, “aperti”, molto ben strutturati, capaci di generare e di auto-organizzarsi, estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente/ecosistema di riferimento, costituiti da “parti” (anche eterogenee) che, nei loro molteplici livelli di connessione/interconnessione/interdipendenza/inter-indipendenza e nelle relative interazioni sistemiche (non lineari), condizionano il comportamento e l’evoluzione, non lineare, dei sistemi stessi e degli ecosistemi di riferimento.

Ma la complessità, oltre a questa “dimensione”, concerne/riguarda/definisce anche un pensare, un pensiero (sistemico), un metodo, un’epistemologia dell’incertezza (Morin, 1973 e sgg.), del dubbio sistemico e sistematico, dell’errore (Dominici, 1995-1996 e sgg.), un approccio, uno sguardo “altro” sul reale e su ciò che definiamo e riconosciamo come realtà. Un pensiero, un sistema di pensiero, mi ripeto, uno sguardo “altro” che intende definire, evidenziare, riconoscere i molteplici livelli di interconnessione, retroazione e interdipendenza tra “oggetti” (che sono sempre “sistemi” e/o “relazioni”), tra i processi e tra i fenomeni del Sociale e del Vitale.

Proprio perché, come ci ha mostrato anche la recente emergenza globale e sistemica,  tutto è relazione, tutto è interdipendente, tutto è inter-indipendente (concetto di Panikkar) – non ci sono livelli di pensiero, analisi e azione che possono esser tenuti separati – e l’unica (forse) possibilità che abbiamo, come esseri umani, di abitare* o provare a governare (?) la ipercomplessità del mutamento in corso, è legata proprio alla nostra/nostre abilità/capacità (istruzione, educazione, formazione, ricerca) – nel lungo periodo – di ricomporre, di riconoscere i legami, le interazioni, le connessioni/le interconnessioni e i livelli di interdipendenza, di tenere insieme “qualcosa” che, per tante ragioni, continuiamo a tenere separato e disgiunto (si veda, in particolare, la tabella delle “false dicotomie” da me proposta alla metà degli anni Novanta).

E, in queste operazioni complesse, di “sintesi complessa”, le tecnologie, i computers, i sistemi di intelligenza artificiale, possono esserci di grande aiuto, anche in termini conoscitivi e non soltanto pratico-applicativi. Ma siamo e saremo sempre noi “umani” a fare la differenza!

Figura 1. : Healing the Fracture: “False Dichotomies” and the urgency of Rethinking Education (Dominici, 1995-2018)

Già, proprio così, lungo, lunghissimo periodo: qualcosa che mal si coniuga con i tempi della Politica (oltre che con le conoscenze/competenze richieste) e dei cd “decisori” (a tutti i livelli della prassi organizzativa e sociale); anche da questo punto di vista, come ribadisco da molti anni, la “cultura della complessità” non può che essere una “cultura della responsabilità” e della prevenzione. Sottolineo, pur sinteticamente, questo aspetto, dal momento che, attualmente, molto spesso, la parola “complessità” viene utilizzata, in maniera, ancora una volta, fuorviante e ingannevole, per indicare processi cognitivi, decisionali e organizzativi di cui è, nella sostanza, praticamente impossibile individuare/riconoscere ruoli e responsabilità. Ma, evidentemente, non è assolutamente così!

Una complessità profondamente ambivalente, quella, appunto, degli organismi sociali, umani e viventi, che, per quanto significativamente articolata, ben organizzata e strutturata, sempre in grado di lasciar coesistere contraddizioni e conflitti, dialettiche e dicotomie apparentemente insanabili, trova/rivela, proprio in queste stesse caratteristiche e nella molteplicità, varietà, differenza ed eterogeneità dei suoi elementi costitutivi, oltre che nei loro comportamenti imprevedibili, anche tutta la sua fragilità. Una fragilità e un’imprevedibilità che sono anche alla base della irrefrenabile dinamicità di ciò che è “complesso”

[sia chiaro: anche una foglia è un sistema complesso. La complessità non riguarda le dimensioni fisiche o gli ordini di grandezza/complicazione di ciò che si analizza].

Il paradigma della civiltà ipertecnologica e iperconnessa, fondato sul presupposto della progressiva marginalizzazione dell’Umano che, da sempre, implica e porta con sé le dimensioni essenziali dell’errore, dell’imprevedibilità e, soprattutto, della responsabilità, sembra poterci restituire anche una serie di rischiose illusioni (razionalità, controllo, misurabilità, prevedibilità, eliminazione dell’errore).Tra soluzionismo tecnologico e datacrazia, tra nuovi riduzionismi e determinismi, all’insegna di una delega in bianco concessa, da tempo, alle tecnologie ed ai grandi interessi dietro, abbiamo controriformato le nostre istituzioni educative e formative nel tentativo, fuorviante e ingannevole, di poter simulare, misurare, prevedere, indirizzare, predeterminare tutto, anche il pensiero, le emozioni, i sentimenti, i comportamenti, le interazioni, le forme della socialità e la stessa vita. Confondendo, talvolta, educazione e indottrinamento, educazione e addestramento, e continuando ad educare e formare “meri esecutori di funzioni e di regole” (Dominici, 1995, 1996-2019 e sgg.), continuiamo a tenere separato qualcosa che è profondamente unito e interdipendente, incapaci di cogliere l’insieme, i legami, le connessioni, la bellezza, l’inatteso, l’imprevedibile, l’ignoto e, soprattutto, la natura sistemica e caotica del loro manifestarsi.

In altri termini, come affermato in tempi non sospetti, continuiamo a tentare d’ingabbiare tutta la complessità dell’umano e del sociale, la vitalità dello spirito e del “non osservabile”, in modelli e formule matematiche, in sequenze infinite di dati e numeri, in molecole, sinapsi, ormoni, reazioni chimiche. La crescita esponenziale delle opportunità di osservare, rappresentare, visualizzare e conoscere la realtà, unita alla realizzazione di strumenti di analisi, rilevazione ed elaborazione sempre più sofisticati e affinati, sembra averci fatto un po’ smarrire sia la consapevolezza del carattere probabilistico e relativistico della conoscenza e dei saperi, che l’importanza delle dimensioni, non soltanto epistemologiche ma esistenziali, del dubbio, dell’incertezza, dell’errore.

Nell’aspirazione illusoria di poter estendere, non soltanto al Sociale, ma anche alla dimensione del Vitale, un controllo e una razionalità totali, cerchiamo di rappresentare e visualizzare anche ciò che non è visualizzabile: da sempre, ci spaventa molto la sola idea che qualcosa possa sfuggire al nostro “sguardo” e al nostro controllo. Ed è proprio questo atteggiamento che ci condanna all’impreparazione ed all’eterna attesa del cigno nero (antica metafora e classica razionalizzazione a posteriori), poco consapevoli di come proprio l’emergenza – e la capacità di auto-organizzazione – sia elemento connaturato ai sistemi complessi, al Sociale, alla Vita.

L’Umano e il Vitale – e i sistemi complessi – non sono riducibili né semplificabili, né tanto meno misurabili, prevedibili, gestibili fino in fondo. E così, al contrario, invece di separare e scomporre in parti, dovremmo provare ad osservare e a riconoscere la complessità, a ricomporre ciò che ci appare separato (educazione e formazione), a riconoscere ed evidenziare le connessioni e le relazioni sistemiche (conoscenza), la vitalità dello spirito, quell’essenziale che, con Il Piccolo Principe, è, appunto, ‘invisibile agli occhi’. Continuiamo ad alimentare fratture che non conducono alla conoscenza, bensì a quel senso di rassicurazione rispetto all’incertezza della vita e all’indeterminatezza del reale. È tempo di provare a risanarle nella consapevolezza della propria incompletezza e dell’urgenza di imparare ad abitare l’ipercomplessità, il caos e l’emergente emergenza. Per vedere e riconoscere gli “oggetti come sistemi” (1995 e sgg.), perché anche gli “oggetti” sono “relazioni”.

La complessità, da qualche tempo, è ormai divenuta anche l’ennesimo concetto/tema/problema/parola-etichetta “alla moda”, di cui tutti, veramente tutti – e mi riferisco non soltanto alla politica, ai media e al discorso pubblico – parlano spesso banalizzandola e svuotandone il pensiero, l’approccio, lo “sguardo sul reale/sulla realtà”, perfino lo stesso significato. Anche tra chi studia e fa ricerca perché – ripeto da anni – non si può essere ‘esperti di tutto’.

Il fatto che tutti ne parlino/ne scrivano e se ne occupino, con più o meno rigore metodologico e/o (soprattutto) facendo/non facendo ricerca, presenta dei risvolti positivi in termini di potenziale/possibile cambiamento del clima culturale (concetto noto non soltanto nella Communication Research), su questioni di vitale importanza; ma, allo stesso tempo, può/potrebbe anche determinare effetti negativi e controproducenti, soprattutto nel restituire la sensazione/la percezione (illusoria) che si tratti di obiettivi, concetti, idee, visioni, metodologie, approcci, ormai conseguiti e (quasi) unanimemente riconosciuti.

Altro punto (molto leggero): continuiamo ad assistere ad un florilegio, non soltanto di definizioni (non tutte basate su attività di studio e ricerca), ma anche nell’utilizzo di verbi che accompagnano il concetto. Altro elemento, estremamente, indicativo delle tendenze di cui sopra.

C’è chi, non soltanto la vuole/la vorrebbe, di più “è certo di”, poterla “controllare/gestire” (questione che, noi umani, ci portiamo dietro da sempre e non smetteremo mai di farlo); chi la vuole/la vorrebbe “misurare” in tutte le sue dimensioni, anche con metodi rigorosi; e, già a questo livello di analisi, come la mettiamo con le “proprietà emergenti” e la capacità di auto-organizzazione? Si tratta di dimensioni sulle quali, proprio le cd. scienze esatte hanno detto moltissimo, negli anni.

Chi, invece, la vorrebbe “abbracciare”, chi “navigare”, chi vuole/vorrebbe “esercitarsi/allenarsi/addestrarsi” alla complessità. Chi, addirittura, ritiene di poterla “evitare” o di potersi “nascondere” da essa; ancora, chi pensa, e/o ha la certezza (le ‘ben note’ soluzioni semplici a problemi complessi → riduzionismi, determinismi e, oggi più che mai, “soluzionismo tecnologico”), di poterla addirittura “eliminare” o, comunque, “vincere” (tra i tanti, estremamente significativo l’utilizzo di questi due ultimi verbi).

Come se la complessità fosse, non soltanto un qualcosa di “esterno” rispetto a noi e a qualsiasi “osservatore”, ma fosse anche un oggetto/una caratteristica/un fenomeno/un processo, dal carattere temporaneo, transitorio e provvisorio, che, di volta in volta, può manifestarsi o scomparire.

E, fatto/elemento ancor più significativo, soprattutto, per chi svolge attività di ricerca, a vari livelli, e in vari campi/settori disciplinari, c’è anche chi la vorrebbe “osservare” come fosse un “osservatore esterno” e, magari, anche “neutrale”. Ma si potrebbero fare molti altri esempi.

La scelta del verbo, talvolta, è casuale, dettata soltanto dal voler produrre suggestioni, immagini e metafore, talvolta anche efficaci. O, più semplicemente, dal non voler citare studi e ricerche di altri studiose/i (logiche di sfrenata competizione e concorrenza, oltre che invidie varie, non mancano mai!).

In altri casi, va sottolineato, la scelta del verbo-azione è indicativa della visione/concezione/campo disciplinare/approccio, pensiero etc.

Spesso, la parola “complessità” viene utilizzata anche come sinonimo di “complicazione”, di “difficoltà” e di “più difficile” (appunto); in ogni caso, di un livello di azione e/o pensiero non realizzabile/i. Evocando il mio amico Edgar Morin, la parola complessità è divenuta, da “parola-problema”, una “parola-soluzione”.

Eppure, come noto, soprattutto per chi studia e fa ricerca (non soltanto in questi settori e relativamente a questi temi), la letteratura scientifica sulla complessità e i sistemi complessi è assolutamente sterminata, a dir poco sterminata, oltre che in buona parte ‘datata’; e si è lavorato moltissimo, negli anni, anche per provare a formulare una o più definizioni operative, in virtù e in conseguenza degli approcci e dei diversi campi disciplinari (vedi riferimenti bibliografici: ne ho inseriti una selezione).

Nella consapevolezza, che dovrebbe essere ormai consolidata (ma non è così), del dover fare i conti anche con la difficoltà di descrivere la complessità e, nello specifico, i sistemi complessi, pur rappresentandoli, per esempio, come “reti”. Una difficoltà descrittiva, legata a numerosi fattori e variabili da considerarsi (diversità ed eterogeneità dei nodi della rete/del sistema, diversità delle forme – sussistenza e sopravvivenza di ambienti/ecosistemi -,  diversità ed eterogeneità delle relazioni, variabilità dei nodi/delle unità, variabilità delle relazioni tra i nodi/tra le unità/tra gli elementi costitutivi, integrazione delle proprietà dei nodi/delle parti/degli elementi costitutivi, dinamiche caotiche, principio della gerarchia – sottosistemi interdipendenti, inter-indipendenza delle parti/unità etc. etc.), alla loro relazione sistemica, che si traduce in difficoltà predittiva. Perché la complessità e i sistemi complessi esibiscono, sempre, costantemente, “proprietà emergenti” e forme variabili.

Dicevo: una letteratura sterminata, oltre che multidisciplinare: contributi fondamentali sono arrivati, nel tempo, da tutti i campi disciplinari e di ricerca: dalla biologia alla fisica, dalla cibernetica alla filosofia, dall’economia alla sociologia, dalla chimica alla matematica, dalle scienze dell’educazione alla psicologia, dalla medicina agli studi organizzativi, per arrivare a tutte le scienze sociali, umane e della vita.

Ciò nonostante – come già detto – si continua a confondere, anche tra i cosiddetti esperti (?) e, talvolta, le/gli studiose/i, il “complesso” con (banalmente) “ciò che è difficile, più difficile”, il complesso con il complicato, magari anche “più grande” nelle dimensioni e nelle estensioni, così come si continua ad associare la complessità alla genericità delle argomentazioni, all’assenza di precisione e/o di rigore metodologico e analitico nelle questioni trattate; allo stesso modo, si continuano a confondere i “sistemi complessi” con i “sistemi complicati” (ne ho parlato, fin dalla metà degli anni Novanta, proponendo la definizione di “errore degli errori”); e, problema non irrilevante, si continua a contrapporre, alla complessità, la semplificazione…

Ma, come ripeto da oltre vent’anni, “l’opposto della complessità è il riduzionismo, non la semplificazione” (cit.); allo stesso modo, tuttavia, si continua a considerare la “semplificazione” un valore assoluto e non lo è…

Infatti, come abbiamo potuto verificare anche in questi ultimi anni, e nel corso della pandemia, non tutto è semplificabile (o scomponibile nei suoi elementi costitutivi): l’educazione, la comunicazione, il rischio, l’emergenza, la loro gestione, la Politica, la democrazia, la stessa Vita – solo per fare alcuni esempi – non sono semplificabili, tantomeno riducibili e/o riconducibili a formule matematiche e/o infinite sequenze di dati, pur sempre utili e strategiche. Tutto ciò non esclude anzi, quasi paradossalmente, rafforza da sempre l’aspirazione degli esseri umani a tentare controllare in maniera totale e semplificare, quanto più possibile, ogni cosa.

Abbiamo molti limiti, siamo vulnerabili e segnati da un’incompletezza originaria (ontologica, esistenziale) che ci segna ma che, allo stesso tempo, ci spinge ad essere creativi ed usare l’immaginazione.

Ormai – mi ripeto – anche la complessità è divenuta l’ennesimo “tema alla moda”, la parola chiave, l’etichetta da inserire in qualsiasi testo e/o discorso, ovunque. E non possiamo che impegnarci per un cambiamento culturale e sistemico che non potrà che verificarsi nel lungo, lunghissimo periodo. Ma servono, svolte radicali, alla radice, e non scorciatoie.

Anche perché – sia chiaro – su tali temi e questioni, si può lavorare (si lavora!) e ‘fare’ ricerca scientifica in maniera seria e rigorosa, oltre che (necessariamente) multi/inter/trans-disciplinare[3].

Come già accennato, pur non avendo alcuna pretesa di esaustività e/o completezza, ci sarebbe, ancora, da dire/scrivere moltissimo, ma debbo già scusarmi per la lunghezza del testo e, questa volta, fermarmi.

Note

[1] Quello della “teoria/delle teorie” è livello fondamentale al pari della pratica/ricerca. Livello fondamentale, sottovalutato/svalutato come quelli del “pensare”, del “pensiero”, del “sistema di pensiero”. Rinvio ad un saggio abbastanza recente, qui per LSDI “Potenza e pratica della Teoria” 

[2] numerose le dimensioni correlate da considerarsi e funzionali ad una sua definizione, mai esaustiva e completa, per evidenti ragioni: indica (e definisce) l’interdipendenza, l’interconnessione, l’inter-indipendenza di parti/unità/elementi/attori/processi/dinamiche/interazioni; indica e definisce i livelli di connessione, la pluralità e l’eterogeneità, la varietà, talvolta l’irregolarità e l’imprevedibilità dei comportamenti e delle azioni, di parti/unità/elementi/attori/processi coinvolti; ma, indica e definisce anche l’irrefrenabile dinamicità dei sistemi e della Vita, la relazione sistemica tra le parti e tra le parti e il “tutto”, la costante e continua “emergente emergenza” – così l’ho definita – che, ancora una volta, caratterizza i sistemi caotici, i sistemi complessi, tutti gli aggregati organici e le forme di vita/del Sociale etc. Tuttavia, come proverò ad argomentare, la “complessità” è/indica/definisce anche un “approccio” (multi/inter/trans-disciplinare), un “pensiero sistemico”, un “metodo”, uno “sguardo sul reale/sulla realtà”, una “epistemologia dell’interdipendenza”* e, per molti studiosi, anche un “paradigma” ed una “Scienza” in via di costituzione

[3] multi/inter/trans-disciplinarità: altra enorme criticità che segna le nostre istituzioni educative e formative, fondate su logiche di separazione e reclusione dei saperi (cit.) che, di fatto, ostacolano apertamente certi presupposti, fondamentali per la conoscenza e la stessa ricerca.

Tra i vari progetti di ricerca-azione internazionali su tali questioni, e che partono da tale approccio/epistemologia, segnalo quelli portati avanti con la World Academy of Art and Science (WAAS) http://worldacademy.org/ e UN Office at Geneva e, tra gli europei, questo (2020-1-SE01-KA203-077872) finanziato dalla Commissione Europea (tre anni) “CoSy Thinking” https://cosy.pixel-online.org/index.php (Complex Systems Thinking)

 

Augurandomi possano interessarvi condivido i links a quattro pubblicazioni, di cui una divulgativa (la voce saggio per Treccani, pubblicata nel 2018).

  1. La complessità della complessità e l’errore degli errori
    #Treccani
  1. Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era
  2. For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in European Journal of Future Research
  3. Educating for the Future in the Age of Obsolescence 
  4. Fake News and Post-Truths?The “real” issue is how democracy is faring lately
    An approach and research since 1995
    #PeerReviewed

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Segnalo e condivo volentieri l’articolo del mio amico e collega Mauro Magatti, sul Corriere della Sera del 20 agosto 2021. Titolo dell’articolo: “Vaccini. Dobbiamo accettare la complessità per vincerla” (suggerisco, come sempre, di non fermarsi al titolo o all’immagine che lo accompagna).

Concordo con la sua riflessione relativa alla “complessità” (evocato, in maniera corretta, Edgar Morin), soprattutto alla dimensione complessa delle questioni, e (relativa) al pensiero, allo “sguardo” sul reale/sulla realtà, all’approccio, che sono richiesti, necessari. Ma anche alla dimensione (strategica) della responsabilità, strettamente correlata.

Proprio con riferimento alla responsabilità, la mia ‘proposta’, in tal senso, qui in una conversazione con l’HuffPost (2017): “La cultura della complessità come cultura della responsabilità” (cit.)

Sinceramente, invece, mi convince poco – per numerose ragioni espresse in studi e pubblicazioni (negli anni) – ma ne dibatteremo, anche quest’anno, nelle attività seminariali e laboratoriali, non soltanto con Mauro Magatti – l’idea/la visione che la complessità si possa “vincere” (ripeto, per tanti motivi; ma vale per tanti altri verbi-azione, molto utilizzati), anche se credo si sia trattato di titolo giornalistico, magari scelto dalla redazione.

Capitò anche a me, anni fa, con un’importante testata giornalistica nazionale (Il Sole 24 Ore), con la quale collaboro, che mi chiese di scrivere un articolo proprio sulla complessità. Il titolo dell’articolo da me proposto era “Educare alla cultura della complessità”, ma il contributo fu pubblicato, nella versione cartacea, con un altro titolo “Educare alla gestione della complessità”. Questioni culturali e di pensiero/mentalità profonde, e non semplicemente la scelta di una parola/concetto differente. Talvolta/spesso il dibattito, un po’ a tutti i livelli, sembra ridursi a questo. Un problema esclusivamente di parole, neologismi, più o meno indovinati, una questione soprattutto nominalistica. Dimensioni importanti che, chiaramente, non possono esaurire le questioni evocate.

Continueremo a tornarci. Anche nelle prossime settimane: approfitto per ricordarlo, dopo un anno molto difficile e dopo averla annunciata già in passato – andrà in stampa la nuova monografia scientifica, con la prefazione di Edgar Morin, e con il seguente titolo: “Oltre il cigno nero. Per una cultura della complessità e dell’errore nel tempo dell’imprevedibilità”. Un titolo, parole, concetti, che, negli anni, ho utilizzato in numerosi congressi, nazionali e internazionali; un approccio, un’epistemologia e un metodo di ricerca su cui lavoro ormai da venticinque anni. Perché, come ripeto spesso, non si può essere esperti di tutto. A presto!

[Come molti sanno, la mia settima monografia era pronta da un anno e, per tante ragioni, anche di salute, ho dovuto, come si dice “rimetterci le mani” – non riesco a non essere rigoroso nelle “cose” che propongo e gli accadimenti di questo lungo anno hanno sconvolto tutto e tutti. Non potevo non tenerne conto]

Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i!

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