RayBan Stories. Perché avranno successo e perché servono i neurodiritti

I RayBan Stories, frutto della collaborazione di Facebook con Luxottica, saranno un successo perché seducono la nostra mente. Una foggia storica, vincente da decenni, icona nelle nostre menti dell’occhiale da sole per eccellenza. Quando dobbiamo disegnare o pensare all’occhiale da sole arriva subito l’immagine dei RayBan. Tanto basterà, per spianare la strada alla tecnologia e ai secondary uses sui metadati prodotti dall’occhiale già re degli intelligence wereables.

Rayban Stories e privacy

La privacy dei terzi? Esiste il vademecum fornito ad ogni acquirente sul corretto trattamento dei dati: non videoregistrare o fotografare negli ambulatori medici o in fila di fronte a un bancomat o nei luoghi di culto; evitare di condividere le immagini degli altri senza autorizzazione sulla app social abbinata agli occhiali Facebook View. Tutto in regola.

 

Metadati e altre storie

Tutto in regola per il primo utilizzo dei dati ma per il secondo utilizzo o secondary use?

Cosa farà Facebook con i metadati liberati dall’attività dell’utilizzatore degli occhiali?

Metadati come il tempo di registrazione, il numero di scatti, la durata media delle clip possono essere utilizzati – dichiara Facebook – per offrire “prodotti migliori e più personalizzati” ma questo cosa significa?

Appare una formula un po’ troppo generica per il nostro GDPR e comunque il sentore più preoccupante non è tanto la presumibile finalità di marketing ma una finalità assai più grave. La promozione della società della sorveglianza mediante lo studio delle nostre menti e la conseguente offerta seduttiva.

Ciò che deve preoccuparci maggiormente allora non è tanto la privacy dei terzi (che comunque è sacrosanta) ma piuttosto la privacy della mente dell’utilizzatore dell’occhiale. Si noti che l’accesso alla app Facebook View avviene con lo stesso account inerente al profilo registrato sul social network e quindi anche con la medesima Privacy Policy. Si noti altresì che tra le autorizzazioni richieste per la app vi è quella della geolocalizzazione. Salvo errori di comprensione o di informazione della scrivente, si potrebbe concludere che in merito al secondary use I metadati forniti dalla app Facebook View potrebbero essere corroborati da altre meta informazioni acquisite dall’uso del social network.

Così dal riutilizzo dei metadati liberato dall’attività di ciascuno degli utilizzatori, Facebook potrà scoprire che il nostro cervello reagisce con più scatti in una certa situazione piuttosto che in un’altra; che quando siamo in condizioni precarie (impossibilità di usare le mani) i tempi di concentrazione migliorano (tempo di registrazione); che la durata media delle clip degli utenti che si trovano in luoghi caldi (geolocalizzazione) è superiore rispetto a quella degli utenti che si trovano in luoghi freddi o viceversa; e chissà cos’altro.

Una volta scansionate le reazioni del cervello di tanti utenti dei RayBan Stories (fase del neuro-monitoraggio) si potrebbe passare alla fase della “neuro-riprogrammazione”. Poniamo che secondo gli algoritmi predittivi, una certa reazione (tanti scatti o maggiore durata registrazione eseguite dall’utente valutato dall’intelligenza artificiale quale utente più dotato) in una certa situazione possa ipoteticamente produrre una qualità migliore dell’esperienza vissuta in quel determinato momento. Pertanto questa predizione potrebbe suggerire, per il “bene” (???) dell’utente meno dotato, di riprogrammarne (brain writing) la mente tramite tecniche neuro-seduttive affinchè possa anche lui fruire in modo migliorativo della propria esperienza.

In questa storia (di pura fantasia dello scrivente autore) non esiste la tutela della privacy mentale contro l’invasività delle neurotecnologie. Ecco dunque emergere la necessità di lavorare in senso trasversale alla promozione dell’affermazione dei neuroditti come ulteriore baluardo della privacy e delle nostre vite.