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Giovanna Cosenza: la parità di genere? Un miraggio, anche per i media

Scena di un film in Bianco e nero

Nonostante le molte battaglie, come il #MeToo o il #TimesUp, nel 2020 la parità di genere nei media è ancora un obiettivo lontano. A dirlo, questa volta, è WAN-IFRA, organizzazione mondiale di editori e giornali, in una guida appena pubblicata destinata proprio alle aziende editoriali.
La situazione italiana non è migliore; per Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna sono necessari supporti normativi.

Foto: USA – 1947 – La Fuga – Humphrey Bogart e Lauren Bacall

La guida

“Le donne, nel mondo delle News, si battono per un’industria dei media in cui donne e uomini siano uguali. Uguali nel modo in cui sono ritratti nei contenuti delle notizie ed uguali nei loro ruoli e trattamenti professionali.
Hanno lavorato per raggiungere questo obiettivo per quasi un decennio, durante il quale i problemi di uguaglianza, sicurezza e rispetto tra uomini e donne, sono entrati con grande impeto nella coscienza pubblica attraverso movimenti come #MeToo e #TimesUp.
Questo slancio è stato sostenuto da individui coraggiosi che si sono fatti avanti e dal lavoro ostinato dei giornalisti di tutto il mondo che continuano a trattare l’argomento, raccontando le ingiustizie e indicando gli autori delle disuguaglianze.
Paradossalmente, l’industria dei media ha svolto un ruolo diretto nel perpetuare la disuguaglianza escludendo le voci, le storie e le opinioni delle donne nei contenuti e usando un linguaggio che stereotipa le donne. Mentre le donne rappresentano più della metà della popolazione mondiale, sono in media viste, ascoltate e lette dai media solo il 25% delle volte.”

Con queste parole si apre l’introduzione alla “Guida alla parità di genere nei Media”, elaborata e redatta da WAN-IFRA, organizzazione mondiale che raggruppa tra i suoi associati oltre 18000 pubblicazioni, giornali e riviste cartacee, 15000 siti online ed oltre 3000 aziende editoriali in 120 paesi.
L’obiettivo del documento è quello di definire una serie di punti importanti, linee guida, per le aziende editoriali, per meglio bilanciare l’equilibrio tra i generi nelle loro organizzazioni e nei contenuti prodotti.

La situazione italiana

Solo pochi giorni fa, in Italia, il caso della giornalista Giovanna Botteri, oggetto di improprie valutazioni e, nella sostanza, un vero e proprio “body shaming” da parte della trasmissione “Striscia la Notizia”, che ha scatenato molte discussioni in rete, in molti casi sfociate in polemiche sterili o inutili prese di posizione “a favore” o “contro” la trasmissione di Canale 5.
In queste discussioni si è spesso persa di vista la questione reale, ovvero il fatto che , ancora una volta, la presunta inadeguatezza veniva imputata ad una donna.

Il parere di Giovanna Cosenza

Giovanna Cosenza, professoressa ordinaria di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna, tra i suoi studi si occupa dei meccanismi della comunicazione, dei segni e dei linguaggi e, da anni, si occupa di parità di genere e rappresentazione della donna, raccogliendo molte di queste osservazioni nel suo blog. Le abbiamo posto alcune domande, cercando di fare il punto della situazione sulla parità di genere nei media e nel contesto italiano.


Secondo WAN-IFRA sarebbero proprio i media il primo luogo di discriminazione per le donne, sia all’interno delle organizzazioni, come trattamenti economici, posizioni dirigenziali, etc..e sia per il linguaggio e negli atteggiamenti utilizzati nel rappresentare le donne. 
Professoressa Cosenza, com’è la situazione per chi i media li studia e li analizza?

La situazione dei media italiani per chi li studia e li analizza è ovviamente a dominanza maschile.

Ricordo che la scrittrice Michela Murgia nel 2018, per un certo periodo, usò Twitter per segnalare quanti articoli firmati da donne e quanti articoli firmati da uomini comparissero sulle due principali testate giornalistiche italiane, Repubblica e il Corriere della sera.
E la maggioranza maschile era asfissiante, non semplicemente dominante: a volte c’erano soltanto firme maschili. Non mi sembra che, nel frattempo, la situazione sia cambiata .
Anche se guardiamo le presenze femminili nei Talk Show sono esigue, Gli invitati di genere maschile sono spesso in maggioranza, ma parlo di maggioranze fra l’80 ed il 90%, di uomini che poi sono sempre più o meno gli stessi, la stessa “compagnia di giro” come si suol dire e le presenze femminili sia come opinioniste che come giornaliste, scienziate, imprenditrici sono sempre molte in meno.

L’Ordine dei Giornalisti italiano non ha mai avuto, in quasi 60 anni di storia, un presidente donna, così come molte delle aziende editoriali e di comunicazione continuano ad avere poche donne nei CdA, raramente ai vertici. Come si cambia tutto questo?

Guardando all’esperienza dei paesi del nord Europa non mi resta che citare le famose (o famigerate) quote rosa che naturalmente destano sempre molte polemiche anche all’interno delle varie parti dei movimenti femministi e non sono ben accette neanche dalle stesse donne perché vengono paragonate alle riserve dei panda o cose del genere. Lo stesso nome “quote rosa” è discutibile ovviamente perché questo rosa associato al femminile è quasi un simbolo cromatico della discriminazione.

Tuttavia proprio l’esperienza di quei paesi insegna che, imponendo quote rosa nei consigli di amministrazione e nei vari organi di rappresentanza politica, certamente forzando, sì costringe il sistema a numeri paritari.

Questo poi non vuol dire sempre scegliere le donne migliori o quelle più competenti per un certo ruolo…

Però viene da dire che lo stesso accade nelle scelte che riguardano gli uomini; vogliamo mettere in dubbio il fatto che in tante posizioni le figure apicali non siano esattamente quelle più competenti ma stiano lì per altre ragioni?
Accade per gli uomini accadrà anche per le donne, ma almeno la moltiplicazione delle figure femminili può forse, come spesso accade per le figure maschili, permettere anche l’ingresso di donne competenti, invece che filgli di, parenti di… La cosiddetta parentopoli è un problema italiano ma riguarda anche gli uomini.

Quale obiettivo si raggiungerebbe con un'”imposizione dall’alto” ?

Vedere cosa succede con più figure femminili in posizioni di potere politico, mediatico, aziendale può nel tempo favorire la convinzione, che fa così fatica a diffondersi e sedimentarsi, che le donne possono accedere a posizioni di potere e può, un po’ alla volta, cambiare la stessa mentalità delle donne che su questo si trovano spesso molto incerte, molto insicure. Come se non dovessero o non potessero non fossero all’altezza o non fosse cosa loro, autoconfinandosi loro stesse, le donne, a partire dalle ragazze (l’esperienza dell’Università mi dice questo continuamente), in ruoli più tradizionalmente femminili, che sono poi i ruoli della cura, dell’assistenza, della collaborazione piuttosto che i ruoli da dirigente, i ruoli apicali.

Il potere si sposa poco in Italia con la cultura femminile e questa convinzione in qualche modo bisogna cominciare a sradicarla. Aspettare i cambiamenti culturali richiede decenni, se non secoli.

L’imposizione per legge anche a me di principio non piace però credo che sia l’unica soluzione. Un male minore che si applica per un certo periodo finchè non c’è un riequilibrio della presenza femminile e poi si elimina nella speranza che poi la società vada per conto proprio.
Se andiamo a guardare a quello che è successo in Italia con la legge che ha imposto le quote rosa nei Consigli di amministrazione delle aziende abbiamo visto che dopo una sua prima applicazione molto stretta, l’anno dopo è stata disattesa.

Il #MeToo ha avuto grande clamore mediatico, anche per la notorietà di chi ha denunciato. Adesso sembra che tutto si sia fermato o, addirittura tornato come prima. Che succede?

L’emancipazione femminile o, come si dice adesso “l’empowerment”ed in questo caso l’uso della lingua inglese è legittimato proprio dal #metoo, ha dei momenti di avanzata, dei momenti di rallentamento, di fermo o di regressione.

In Italia vedo solo il fermo, la stasi o la regressione. Anche negli stati Uniti il #metoo si è come acquietato , sebbene gli USA siano un territorio molto vasto con differenze sostanziali tra le metropoli, gli agglomerati urbani e le periferie dove il maschilismo in certi casi è anche peggiore che da noi.

Quella femminile è una sottomissione culturale più che secolare e quindi fa fatica a cambiare, anche se il fenomeno riguarda la metà del mondo perchè, occorre ricordarlo, le donne sono più del 50% della popolazione mondiale. Nell’intera storia dell’umanità il fenomeno è quindi molto recente e ci vuole tempo e questi avanzamenti, soste e regressioni sono comprensibili viste in una prospettiva di lungo periodo.

La situazione dell’Italia è particolarmente sofferente. Il sessismo italiano è particolarmente resistente. Nel Gender Gap Report, il ranking, la classifica stilata ogni anno dal World Economic Forum, che non è un organizzazione ne veterofemminista ne post femminista, su 153 paesi considerati, l’Italia è alla vergognosa posizione del 76 posto.

Siamo calati di 6 posti rispetto all’anno scorso, ma dal 2006 ad oggi siamo stati anche all’84. Davanti a noi non ci sono solo paesi come Svezia, Islanda, Norvegia, Danimarca, che si giocano sempre le prime 4-5 posizioni, ma ci sono paesi che non ci aspetteremmo rispetto agli stereotipi che abbiamo. Paesi africani come il Ruanda, il Burundi, l’Argentina, sono messi meglio di noi per la parità di genere.

Il Gender Gap Report misura 4 punti fondamentali: la rappresentanza politica, l’accesso al mondo del lavoro ovvero occupazione e disoccupazione e livelli retributivi, l’educazione, ovvero l’accesso alla scolarità e all’università e lo stato di salute. In Italia lo stato di salute non è un problema, le statistiche ci dicono che le donne vivono mediamente più degli uomini ed anche l’accesso all’educazione non è un problema, tutte le statistiche ci dicono che abbiamo più laureate che laureati e che la media di voti con cui si laureano è più alta per le ragazze che per i ragazzi.

Dov’è che siamo messi male quindi? 

Nella rappresentanza politica ma soprattutto nel lavoro: le donne hanno pagato tantissimo la crisi economica del 2008 e pagheranno ancor di più questa crisi economica legata al coronavirus.
Basta vedere cosa sta accadendo adesso con la necessità che i bambini non tornino a scuola: questa cosa ricade sulle spalle delle donne che restano e dovranno restare a casa. È un cane che si morde la coda. Le donne stanno a casa più dei loro mariti o dei loro compagni perchè sono donne e perchè hanno stipendi mediamente più bassi e molte statistiche ci dicono che le ragazze già solo un anno dopo dalla laurea percepiscono in media uno stipendio inferiore rispetto ai loro coetanei di una cifra che va dai 250 ai 500 euro netti al mese, a parità di titolo.
Quindi è un problema reale, di tutti i paesi cosiddetti sviluppati: lo sviluppo economico non è sempre collegato alla parità di genere.

Il caso di Giovanna Botteri: lei che ne pensa?

Il caso Botteri è uno dei tanti casi di body shaming, di accanimento sul corpo di qualcuno e, nella maggior parte dei casi questo qualcuno è di genere femminile.

Spesso l’attenzione ossessiva, morbosa, da parte di uomini e donne, va sul corpo delle donne, per cui si va a guardare se è bella, se è brutta, come è vestita, come ha i capelli, se è vestita o no.
Io vedo un filo rosso che congiunge due casi diversissimi: quello di Giovanna Botteri e quello che riguarda il ritorno dalla prigionia di Silvia Romano: in entrambi i casi, lo sguardo, l’attenzione, l’accanimento di tutti, media inclusi, è andato su come era il loro abbigliamento, come era la loro fisicità.

Nel caso di Giovanna Botteri per evidenziare il fatto che fosse presuntamente trasandata, nel caso di Silvia Romano, quest’attenzione per il vestito; cosa che non ha assolutamente colpito la mia attenzione, commossa dall’abbraccio con la madre, non ho proprio guardato com’era vestita, dopo tanti mesi di prigionia ed un viaggio faticoso, poteva avere addosso qualsiasi cosa. Insomma la questione è sempre l’attenzione al corpo femminile, che sia bello o brutto, curato o non curato, i commenti positivi o negativi, critici o non critici, vanno al corpo.

Ricordo la gaffe di Amadeus nel presentare le sue collaboratrici prima di Sanremo, rispetto alle quali faceva dei complimenti, tutti sulla loro fisicità, sebbene fossero giornaliste, attrici, conduttrici, donne con una professionalità che andava ben oltre la loro fisicità.

Quando in uno studio televisivo l’ospite è una donna normalmente la telecamera parte dalle caviglie, sale dalle gambe e va a finire sul volto. La cosa non succede mai quando l’ospite è un uomo naturalmente, non si parte dalla scarpa stringata con il calzino, non gliene frega niente a nessuno.
Giovanna Botteri è uno dei tanti casi di questa attenzione ossessiva per il corpo femminile. Un’ossessione che è fastidiosa ed è discriminatoria quando è presuntamente positiva il complimento più o meno morboso oppure anche gentile è discriminatorio ed è mal riposto quando il tema, il contesto e ciò che è pertinente dovrebbero essere le competenze e la professionalità della persona che hai di fronte.