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	<title>Etica e tecnologia &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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	<description>Ente non profit per lo studio e la ricerca sui media</description>
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	<title>Etica e tecnologia &#8211; Media Studies &#8211; Insieme per capire</title>
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		<title>Giornalismo e IA: la sfida della complessità</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2024 10:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2024/09/giornalismoia-la-sfida-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Come scriveva Domenico De Masi nel suo libro La felicità negata, riprendendo il concetto di Edgar Morin sulla "sfida della complessità”, il progresso della conoscenza – sia scientifica che umanistica – non è un percorso lineare e ordinato verso una sempre maggiore chiarezza.</p>
<p>È palese che la sfida della complessità sia necessariamente applicabile al processo che è in corso in questo momento nel mondo dell’informazione con l’avvento dell’Intelligenza artificiale. Un processo al quale si tenta di dare risposte semplici, individuare formule risolutive che possano salvaguardare il giornalismo, il suo business e l’informazione giornalistica più in generale.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/">Giornalismo e IA: la sfida della complessità</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2024/09/giornalismoia-la-sfida-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="4193" class="elementor elementor-4193">
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									<p><em>Il testo che segue è stato oggetto della mia relazione  nel corso del convegno presso l&#8217;Università LUMSA a Roma,  in occasione del premio giornalistico &#8220;Alessandra Bisceglia&#8221;, sul  tema del giornalismo e intelligenza artificiale.</em></p>								</div>
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									<p>Come scriveva Domenico De Masi nel suo libro La felicità negata, riprendendo il concetto di Edgar Morin sulla &#8220;sfida della complessità”, il progresso della conoscenza – sia scientifica che umanistica – non è un percorso lineare e ordinato verso una sempre maggiore chiarezza.</p>
<p>È palese che la sfida della complessità sia necessariamente applicabile al processo che è in corso in questo momento nel mondo dell’informazione con l’avvento dell’Intelligenza artificiale. Un processo al quale si tenta di dare risposte semplici, individuare formule risolutive che possano salvaguardare il giornalismo, il suo business e l’informazione giornalistica più in generale. </p>
<p>Purtroppo, non funziona così. </p>
<p>Questo processo si sviluppa su molti piani, economico, giuridico, sociale, tecnologico, perché il percorso su cui ci stiamo avviando (siamo in realtà da tempo in cammino) è rivoluzionario, un “game changer” o, come dicono i sociologi, “un cambio di paradigma”.</p>
<p>Ci sono aspetti che sono potenzialmente positivi nell’uso di queste tecnologie per le redazioni, ma parallelamente i rischi sono rilevanti.</p>
<p>Parto da un esempio concreto.</p>
<p>In quest’ultimo anno gli editori di tutto il mondo hanno stipulato accordi con le aziende di Intelligenza Artificiale, per consentire loro di addestrare i propri modelli su informazioni aggiornate, affidabili e verificate. Condé Nast, the Financial Times, the Associated Press, The Atlantic, Axel Springer, il Corriere della Sera, sono solo alcune di queste testate ed editori che hanno stipulato questi accordi.<br />In cambio agli editori verranno fornite tecnologie di IA, aggiornamento professionale e qualcosa che è stata ritenuta fondamentale: la citazione delle fonti nelle risposte dei BOT delle IA. In questo modo si spera di ottenere un effetto “motore di ricerca” per il quale i bot IA possano trasferire traffico alle pagine dei siti delle testate, dove queste raccolgono i dati dei propri lettori e fanno la pubblicità.</p>
<p>Ed è già qui che si manifesta la complessità: gli editori corrono per arrivare primi in questa competizione tecnologica e per partecipare alla corsa cedono l’unico oggetto di valore che hanno: le informazioni che producono.</p>
<p>Valore, intendiamoci, non nel senso del valore economico di una notizia che da tempo ormai, nell’epoca della copia immediata ed indefinita del digitale, sono delle commodities. Ma è il valore del brand che le produce che conta e che viene ceduto, l’affidabilità e la qualità delle notizie. Valore che gli editori pensano di poter recuperare attraverso i link.</p>
<p>Quindi, nel momento storico in cui la quantità dei lettori e del testo letto è esponenzialmente diminuita, si presuppone che un lettore, dopo aver avuto una risposta esaustiva da un chatbot decida anche di visitare la fonte.</p>
<p>Siamo sicuri che funzionerà proprio così?</p>
<p>Questa corsa frenetica, forse “affrettata” è il termine più corretto, riporta alla mente di chi l’ha vissuta, una analoga competizione, oltre una decina di anni fa, che indusse gli editori ad investire ingenti risorse nella visibilità sui social network, allora principalmente Facebook e Twitter.</p>								</div>
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									<p></p>
<p>Si aprì quindi un ampio dibattito sul tema, tra esperti di giornalismo, giornalisti, accademici, un po’ come adesso con l’intelligenza artificiale. Ricordo in particolare quando, ad ottobre del 2014, lo scomparso David Carr sul New York Times, stigmatizzò la questione, scrivendo:</p>
<p>“<em>Per gli editori, Facebook è un po&#8217; come quel grosso cane che galoppa verso di te nel parco. Il più delle volte, è difficile capire se vuole giocare con te o divorarti</em>”<br /><br />Non ci si era resi conto che in quel modo si cedeva a Zuckerberg ed affini molto più di un link ai propri articoli, si cedeva la gestione della propria immagine, della propria reputazione, dei propri lettori, della propria qualità. <br />Fino a quando questo è servito alle piattaforme.</p>
<p>Sono ormai due anni che il traffico di ritorno dai social (cosiddetto “referral”) verso le testate è crollato in alcuni casi del 90%.</p>
<p>Potremmo quindi dire che il grosso cane, dopo aver giocato, le ha anche divorate.</p>
<p>Oggi le bacheche dei social sono popolate da reel, storie e post di creators che, a loro volta, si affannano a crearsi spazi in quei luoghi.</p>
<p>Domani (domani.. forse oggi) i social network saranno popolati di notizie ed immagini create sinteticamente. Anzi è notizia di questi giorni che è nato un nuovo social, “Social AI”, dove è possibile registrarsi scegliendo la tipologia dei contatti con cui si vuole interagire: amichevoli, critici, colti.</p>
<p>Peccato che tutti i contatti siano dei bot, migliaia di bot, in grado di rispondere e conversare nelle modalità prescelte.</p>
<p>Un vero capolavoro dell’onanismo e dell’asocialità.</p>
<p>E d’altra parte, la complessità di questo rapporto tra l’Intelligenza artificiale e gli editori si palesa nel fatto che altri attori non hanno stipulato accordi di quel tipo ed uno di questi si chiama <em>The New York Times.</em></p>
<p>Poi c’è la complessità nel comprendere dove va a finire il diritto d’autore che riguarda evidentemente anche l’informazione giornalistica.</p>
<p>Mark A. Lemley, professore di diritto presso la Stanford Law School, in un documento dello scorso giugno pubblicato sulla <em>Science and Technology Law Review</em>, afferma che, mentre molti casi di copyright legati all’IA sono già sotto esame nei tribunali ovvero la questione dell’uso equo di dati di addestramento come nel procedimento <em>The New York Times</em> vs OpenAI, queste questioni non rappresentano il vero impatto che la tecnologia IA avrà sulle leggi esistenti.</p>
<p>Il cambiamento della dottrina sarà necessario in seguito alla trasformazione della creatività stessa. Storicamente, il diritto d’autore è servito a proteggere coloro che creano opere originali.</p>
<p>Tuttavia, con l’avvento dell’IA, la creazione si sposta da un’opera fisica o concettuale a un processo di “domanda” o “prompt”, dove l’utente fornisce input o istruzioni che l’IA trasforma in contenuti.</p>
<p>Questa nuova dinamica pone un’enorme pressione sulle dottrine fondamentali del diritto d’autore: per Lemley il ruolo tradizionale del diritto d’autore, ovvero premiare la creatività dell’autore, sarà drasticamente ridotto, poiché l’IA svolge il grosso del lavoro creativo.</p>
<p>Quindi abbiamo già visto due tipologie di complessità; una riguarda l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul business model del giornalismo, l’altra il diritto d’autore.</p>
<p>La questione potrebbe essere molto più ampia perché ci sono problemi di autorialità, di norme giuridiche che non riescono ad avere efficacia sovranazionale, a causa delle differenze culturali, politiche e dei diversi interessi economici che esistono nel mondo e che inevitabilmente si riflettono anche in questo campo.</p>
<p>Molto diverso per obiettivi e scenari il nuovo regolamento AI Act dell’Ue rispetto ai sistemi normativi presenti in altri continenti, Cina e Stati Uniti ad esempio.<br />Quindi? Quindi come dicevo all’inizio non esiste una soluzione “ex-ante”, semplice o definitiva.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<p>Come tutti i processi di trasformazione, rivoluzionari come questo, è necessario un tempo utile per la comprensione e la metabolizzazione dei cambiamenti.</p>
<p>L’intelligenza artificiale è una rivoluzione già da tempo presente in tutte le nostre attività, nei nostri smartphone, nei programmi di traduzione e trascrizione, già da tempo nel giornalismo e nelle redazioni italiane.</p>
<p>Diciamo la verità: non è l’automazione che ci preoccupa, che ci spaventa!</p>
<p>È più profondamente la fantasia (o ipotesi plausibile) della sostituzione del pensiero umano con un algoritmo.</p>
<p>L’ipotesi di divenire superflui, soverchi, ridondanti. Legittima come ogni paura ma da sola non serve.</p>
<p>È la stessa paura che gli editori hanno avuto quando Internet ha effettuato la prima rivoluzione digitale, perdendo essi stessi l’occasione di divenire centrali nell’evoluzione dell’ecosistema informativo.</p>
<p>Nelle redazioni, anche in quelle italiane, al web veniva messo chi era considerato meno bravo o inviso al direttore. La carta era il must. Poi, quando ci si è resi conto che tutto era cambiato è iniziata una affannosa e tardiva rincorsa all’online, perdente perché nel frattempo i luoghi della discussione, una volta davanti a un giornale, erano stati occupati dalle multinazionali social.</p>
<p>Possiamo imparare qualcosa da questa lezione? </p>
<p>Forse si, partendo innanzitutto dal guardare al futuro ed all’innovazione con attenzione, anche un pizzico di diffidenza, come quella che si può avere mettendosi al volante di una potente automobile mai guidata prima.</p>
<p>Bisogna conoscerla, imparare ad utilizzarla, fare molti tentativi e capirne i punti di forza e di utilità, come pure le vulnerabilità e i pericoli.</p>
<p><strong>Qual è la differenza tra un articolo scritto da un giornalista e quello scritto da ChatGPT?</strong></p>
<p>È la stessa differenza che esiste tra l’intelligenza umana e quella definita artificiale.</p>
<p></p>								</div>
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									<p>Roger Penrose, matematico e premio Nobel per la fisica, ritiene che, nell’intelligenza, vi sono in gioco tanto la coscienza quanto ciò che la comprensione cosciente dei significati può fare per noi. Queste parole si implicano a vicenda: l’intelligenza richiede comprensione. E la comprensione richiede consapevolezza.</p>
<p>Questo ci porta a dire che un dispositivo, per essere definito “intelligente”, dovrebbe essere capace di comprensione. Ma se anche ammettessimo la comprensione, questo dispositivo, per essere definito “intelligente”, dovrebbe essere dotato di consapevolezza. </p>
<p>E nei sistemi di IA, la comprensione e la consapevolezza è nei programmatori e progettisti che creano i Large Language Models, i modelli alla base di questi sistemi, non nel modello o nell’hardware.</p>
<p>Almeno fino ad ora.</p>
<p>E tornando alla domanda, fatta questa premessa, la risposta è che l’articolo scritto da un giornalista è stato creato con una comprensione cosciente e consapevole, quello scritto da una IA è basato sul sistema di algoritmi del suo modello.</p>
<p>E questa differenza è evidente nella personalizzazione che il giornalista fa nella descrizione del “fatto”, nel suo particolare e specifico punto di vista, mentre l’IA risponde sulla base del suo modello e dei dati con cui è stato addestrato.</p>
<p>Ed il carattere e l’angolazione della descrizione, contenuti in quell’articolo, nascono dal sistema cognitivo del giornalista, dalle sue convinzioni, dalla sua comprensione consapevole della realtà, dalla sua visione del mondo. </p>
<p><strong>E, non dimentichiamolo, dalla ricerca della verità dei fatti.</strong></p>
<p>Per questo motivo, l’unica possibilità di sopravvivenza per il giornalismo ed i giornalisti sarà la loro capacità di comprensione consapevole della realtà.</p>
<p>Quindi, per i giornalisti che intendono attraversare questo ulteriore processo di cambiamento, non c’è altra possibilità che acquisire le competenze per poter utilizzare questi sistemi con consapevolezza e comprensione, liberandosi di tutte quelle attività che possono essere svolte da sistemi sintetici: traduzioni, trascrizioni, montaggi al volo, bollettini, raccolte di dati.<br />Il giornalista che sarà in grado di affrancare la sua professione giornalistica dai vincoli delle routine e della ripetitività avrà il tempo reale dell’analisi, dello studio, della ricerca, dell’inchiesta, della scrittura.</p>
<p>Sono molti ormai i casi di inchieste giornalistiche che sono state portate avanti grazie all’intelligenza artificiale, alla sua capacità di analizzare enormi quantità di dati, di ritrovare in essi schemi e ripetizioni che consentono di formulare le ipotesi da verificare.</p>
<p>Non ultime quest’anno due inchieste che hanno utilizzato il supporto del’IA hanno vinto premi Pulitzer, una di queste proprio dal The New York Times.</p>
<p>Non c’è quindi altra possibilità che accettare il cambiamento dotandosi delle competenze e degli strumenti per comprenderlo e farne parte.</p>
<p>La tecnologia e l’evoluzione non si possono arrestare. </p>
<p>Se, al contrario, editori e giornalisti decidessero di delegare la loro funzione di comprensione consapevole della realtà a questi sistemi allora i nuovi editori e giornalisti saranno le aziende dell’IA.</p>								</div>
				</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2024/09/27/la-sfida-della-complessita/">Giornalismo e IA: la sfida della complessità</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<item>
		<title>Le norme europee per l&#8217;AI nello scenario globale</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2023/10/20/le-norme-europee-per-lai-nello-scenario-globale/</link>
					<comments>https://www.mstudies.it/2023/10/20/le-norme-europee-per-lai-nello-scenario-globale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matilde Pavese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Oct 2023 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/10/AI-world-map-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Globalizzazione, mondo interconnesso, “questione di click”: sono le parole chiave per un qualunque dibattito sul giornalismo di oggi. Da sempre il concetto di informazione è legato indissolubilmente alle tecnologie di cui possiamo disporre e sarebbe dunque ormai banale raccontare quanto veloci viaggino le notizie, grazie alla diffusione del web: è “questione di click”, appunto. Ma che succede se le notizie che vorremmo conoscere accadono in un paese diverso dal nostro? In passato non c’era altro modo di raccontare l’estero senza viaggiare, dettare pezzi al telefono, escogitare modi per far arrivare il proprio racconto dall’altra parte del mondo. Se oggi, invece, per reperire informazioni, basta accendere il computer, ha senso ancora la figura del corrispondente dall’estero?</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/10/20/le-norme-europee-per-lai-nello-scenario-globale/">Le norme europee per l&#8217;AI nello scenario globale</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/10/AI-world-map-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="3977" class="elementor elementor-3977">
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Cos’è l’AI ACT?</span></h4>
<p>L’AI ACT è un regolamento europeo che punta a normare il campo dell’intelligenza artificiale, non solo dei sistemi di <a href="https://www.treccani.it/vocabolario/neo-intelligenza-artificiale-generativa_%28Neologismi%29/" rel="nofollow noopener" target="_blank">tipo generativo</a> ma anche dei <a href="https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/verso-lai-act-i-nodi-da-sciogliere-nel-trilogue/" rel="nofollow noopener" target="_blank">foundation models</a>, ovvero i modelli di base di questi sistemi.</p>
<p><a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A52021PC0206" rel="nofollow noopener" target="_blank">La proposta di legge</a> di questo regolamento è stata approvata dal Parlamento europeo il 4 giugno 2023, con la rilevante maggioranza di 499 voti favorevoli contro i 28 contrari e 93 astenuti e la sua entrata in vigore è prevista tra il 2024 e il 2025. La maggioranza ottenuta in Parlamento ha aperto la strada per il <em>trilogue</em>, ed è stato uno degli ultimi step di votazioni che si sono tenute nelle singole istituzioni europee regolarmente.</p>
<p>Il regolamento dovrà quindi seguire il consueto iter di triangolazione (trilogue) con le altre istituzioni europee, il <a href="https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/search-all-eu-institutions-and-bodies/european-council_it" rel="nofollow noopener" target="_blank">Consiglio</a>, la <a href="https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/search-all-eu-institutions-and-bodies/european-commission_it" rel="nofollow noopener" target="_blank">Commissione</a> e il <a href="https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/search-all-eu-institutions-and-bodies/european-parliament_it" rel="nofollow noopener" target="_blank">Parlamento</a> dell’Unione: per l’entrata in vigore, infatti, è necessaria una negoziazione tra le tre istituzioni europee per ottenere una versione finale e completa del testo normativo. Inoltre, la regolamentazione dovrà superare eventuali opposizioni e pareri sfavorevoli di alcuni stati, come la Germania e la Francia, i quali sostengono che con l’approvazione di una norma che regola uniformemente i sistemi di IA, si vada ad annullare la competitività dell’industria europea, mentre l’obiettivo dell’UE è quello di salvaguardare il mercato unico, eliminando la concorrenza interna e facendo dei sistemi di IA un’opportunità per l’economia europea, per fare dell’Europa un leader globale nel campo delle normative tecnologiche.</p>								</div>
				</div>
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									<p></p>
<h4><span style="color: #00a2dd;">Gli obiettivi dell&#8217;AI ACT</span></h4>
<p>Tra gli obiettivi del Regolamento vi è quello di garantire sistemi più sicuri e trasparenti per gli individui, le aziende e per la società. Tra l’altro, all’interno dello stesso AI ACT, sono contenute procedure ed indicazioni per la sua applicazione da parte delle aziende produttrici di questi sistemi.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<h4><span style="color: #00a2dd;">Cosa prevede l&#8217;AI ACT?</span></h4>
<p>L’AI ACT prevede una categorizzazione di tutti i sistemi di Intelligenza Artificiale in base al <a href="https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/approccio-basato-sul-rischio-come-e-applicato-nelle-normative-ue-sul-digitale/" rel="nofollow noopener" target="_blank">risk-based approach</a>, un approccio che valuta il concreto rischio delle attività collegate all’utilizzo di tali sistemi.</p>
<p>Secondo questo modello, i sistemi di AI sono classificati in quattro categorie di rischio:</p>
<ul>
<li>Rischio inaccettabile;</li>
<li>Rischio elevato;</li>
<li>Rischio limitato;</li>
<li>Rischio minimo o nullo.</li>
</ul>
<p>Tale categorizzazione è ben definita all’interno del regolamento e non è suscettibile di valutazione da parte degli utenti.</p>
<p>I sistemi di Intelligenza Artificiale che potrebbero compromettere la personalità di individui o potrebbero manipolare gruppi di individui vulnerabili, sono definiti a <strong>rischio inaccettabile</strong> e sono vietati dall’Unione Europea. Tra questi rientrano, ad esempio, sistemi di intelligenza artificiale che permettono di definire un sistema di categorizzazione sociale da parte dei governi: il <a href="https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/il-social-credit-system-cinese-un-esempio-di-big-data-al-servizio-del-potere/" rel="nofollow noopener" target="_blank">social scoring</a>. Attraverso questo sistema, gli individui sono controllati e valutati in base alle loro azioni, il che può influire sulla personalità, che potrebbe essere fortemente condizionata dalla necessità di acquisire più punti sociali.</p>
<p>Alcune eccezioni potrebbero essere ammesse: per esempio, i sistemi di identificazione biometrica a distanza potrebbero essere consentiti per perseguire reati gravi e solo con l’autorizzazione del tribunale.</p>
<p>Ad <a href="https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/privacy/intelligenza-artificiale-ad-alto-rischio-ambiti-e-aspetti-su-cui-vigilare/" rel="nofollow noopener" target="_blank"><strong>alto rischio</strong></a> invece sono considerati tutti i sistemi di intelligenza artificiale che possono minacciare la sicurezza degli individui o violarne i diritti fondamentali.  In questi rientrano tutti i sistemi di AI utilizzati nel campo delle infrastrutture che possono costituire un rischio per l’ambiente e di conseguenza creare situazioni di pericolo per gli individui.  Da regolamento, per questa categoria di sistemi di AI è prevista la sospensione temporanea dal mercato, la modifica e la verifica di conformità dei prodotti alla legge e successivamente la reintegrazione sul mercato. In questa categoria rientrano Sistemi di AI utilizzati: in campo sanitario, come robot che assistono determinate prestazioni; in procedure di assunzione, i software di selezione dei curriculum vitae; nell’ambito della gestione delle migrazioni e dell’asilo, i sistemi di AI che vengono utilizzati per verificare l’autenticità dei documenti.</p>
<p>È consentito il libero utilizzo dei sistemi di AI definiti a <strong>rischio limitato o a rischio minimo o nullo</strong>.</p>
<p>Sono considerati a rischio limitato o a rischio minimo o nullo i sistemi di AI generativa, come chat GPT, Bard che presuppongono un input umano per generare contenuti di qualsiasi tipo ma che non possono mettere a rischio la vita degli individui o violare diritti fondamentali; il rischio più alto nel loro utilizzo è la generazione di contenuti non veritieri e per questo oggetto di altre valutazioni di tipo giuridico da parte di altre autorità come quelle per la tutela dei dati personali.</p>
<p>Il regolamento, inoltre, vieta l’utilizzo di <a href="https://www.agendadigitale.eu/documenti/giustizia-digitale/biometria-nelle-indagini-come-si-usa-e-il-ruolo-dellintelligenza-artificiale/" rel="nofollow noopener" target="_blank">analisi biometriche</a> in contesti educativi e lavorativi. Tale utilizzo, infatti, vìola i diritti fondamentali dell’individuo poiché identifica persone sulla base di una o più caratteristiche fisiologiche e comportamentali, confrontandole con dati precedentemente acquisiti e presenti nel database del sistema tramite degli algoritmi e rilevati tramite dei sensori di acquisizione dei dati in input.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Le indicazioni per le aziende</span></h4>
<p>L’AI ACT oltre a regolamentare, dà delle direttive anche alle imprese produttrici di questi sistemi. Queste ultime dovranno attenersi a determinate regole:</p>
<ul>
<li>i loro sistemi dovranno essere sicuri, questo presuppone una documentazione tecnica sempre disponibile.</li>
<li>I prodotti dovranno essere valutati secondo i parametri previsti dal regolamento ed avere un <a href="https://europa.eu/youreurope/business/product-requirements/labels-markings/ce-marking/index_it.htm#:~:text=Il%20marchio%20CE%20attesta%20che,all&#039;interno%20dell&#039;UE." rel="nofollow noopener" target="_blank">bollino CE</a> di conformità; successivamente i prodotti saranno monitorati nel post-vendita per individuarne eventuali criticità.</li>
<li>Le aziende dovranno conservare e rendere facilmente accessibile tutta la documentazione prodotta per le valutazioni di conformità alle autorità nazionali che saranno incaricate delle attività di vigilanza.</li>
<li>I sistemi dovranno essere sottoposti a una supervisione umana, per non essere vittime del <a href="https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/web-scraping-cose-perche-si-usa-e-come-difendersi-da-intrusioni-indesiderate/" rel="nofollow noopener" target="_blank">web scraping</a>, una tecnica di profilazione dei dati di cui molto spesso l’AI ne fa uso per raccogliere informazioni dal web. A tal proposito la norma prevede che l’azienda dovrà fornire una sintesi pubblica di questi dati e specificare la natura dei dati prodotti.</li>
</ul>
<p>Alle aziende verrà dato un lasso di tempo dall’entrata in vigore della norma per conformare i loro prodotti alla legge.</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Gli Stati Uniti</span></h4>
<p>Il Governo americano non ha messo a punto nessun tipo di regolamentazione in campo dei sistemi di AI; nonostante questo sono emersi diversi punti di vista riguardo tale tema.  Le posizioni più note sono quella dei senatori Blumenthal e Hawley che hanno difatti elaborato uno schema di proposta normativa e quella del senatore Chuck Schumer che ha avviato un procedimento consultivo.</p>
<p><a href="https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/niente-immunita-per-le-aziende-dellia-generativa-la-proposta-usa-per-regole-piu-stringenti/" rel="nofollow noopener" target="_blank">La proposta di Blumenthal e Hawley</a> si presenta come un punto iniziale fondamentale per la creazione di una regolamentazione vera e propria sull’intelligenza artificiale, poiché contempla un quadro normativo basato sulla proposta di alcune specifiche scelte strategiche, ovvero:</p>
<ul>
<li>la creazione di un’Autorità di vigilanza indipendente, che avrà il compito di vigilare e monitorare gli sviluppi tecnologici e gli impatti economici dell’AI. Tutte le aziende produttrici di sistemi di Ai dovranno registrarsi presso questo organismo.</li>
<li>la non applicazione ai sistemi Intelligenza Artificiale della <a href="https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/niente-immunita-per-le-aziende-dellia-generativa-la-proposta-usa-per-regole-piu-stringenti/" rel="nofollow noopener" target="_blank">sezione 230</a>, un paragrafo di una legge varata nel 1996 che regolamenta la pubblicazione dei contenuti online e aveva lo scopo di tutelare i proprietari dei siti web e piattaforme dalla responsabilità di quanto veniva pubblicato dagli utenti terzi sulle loro pagine. Non applicando la legge ai sistemi di AI, questi sono considerate responsabili dei contenuti stessi e sottoposti alle norme.</li>
<li>Controllo dell’esportazione e dell’importazione di sistemi di intelligenza artificiale avanzati verso Cina e Russia o altri Paesi coinvolti in violazioni di diritti umani.</li>
</ul>
<p>Il <a href="https://www.unite.ai/it/i-senatori-iniziarono-a-farsi-coinvolgere-in-AI/" rel="nofollow noopener" target="_blank">senatore Chuck Schumer</a> avrebbe intenzione di richiedere una legislazione completa sui sistemi di AI, ma nel frattempo ha tenuto un forum con tutti i top manager delle aziende del settore in cui sono scaturiti diversi punti di vista: da una parte alcuni ritenevano che ci fosse bisogno di un freno regolatore per i sistemi di Intelligenza artificiali, altri ritenevano che l’intelligenza artificiale necessiti di una supervisione umana.</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">La Cina</span></h4>
<p>La Cina nel campo dello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale ha come obiettivo di far diventare Pechino un first mover advantage, cioè entrare nel mercato dei sistemi di AI con innovazioni rilevanti rispetto alla concorrenza di Stati Uniti ed Europa.</p>
<p>La Cina come l’Unione Europea ha messo a punto una regolamentazione nel campo della IA, il cui approccio è l’opposto di quello adottato in Europa attraverso l’AI ACT. IL regolamento cinese punta a regolare e <a href="https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/opposte-visioni-sullia-la-cina-mira-al-controllo-degli-algoritmi-la-ue-a-creare-fiducia/" rel="nofollow noopener" target="_blank">modificare gli algoritmi</a> ed a rendere competitivi i propri sistemi; l’AI ACT tende invece a fornire linee guida per l’utilizzo di questa nuova tecnologia garantendo trasparenza, sicurezza e privacy per l’individuo, dando la possibilità di utilizzare i sistemi di AI nel rispetto dei diritti civili.</p>
<p>Il governo cinese vuole obbligare le Big Tech del Paese a fornirgli informazioni sulle tecnologie che alimentano le loro piattaforme, soprattutto laddove si tratti di algoritmi capaci di condizionare scelte e opinioni. Infatti, il governo ha incaricato le autorità di vigilanza di arginare gli effetti negativi degli algoritmi, come la diffusione di informazioni dannose, la violazione della privacy degli utenti. Il regolamento richiede anche l’uso di algoritmi per promuovere contenuti che spingono  l’opinione pubblica a favore del Partito Comunista.</p>
<p>Il tredici luglio 2023 la Cyberspace Administration of China, il principale sistema di controllo e censura di Internet del Paese, ha pubblicato <a href="https://www.pwccn.com/en/tmt/interim-measures-for-generative-ai-services-implemented-aug2023.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">le linee guida</a> per regolamentare il settore dei sistemi di intelligenza artificiale generativa. Il quindici agosto 2023 sono entrate in vigore le misure provvisorie per la gestione dei servizi di questi sistemi. </p>
<p>L’obiettivo di queste norme è quello di incoraggiare all’uso dell’AI generativa in diversi settori generando contenuti di alta qualità, sostenendo istituti di formazione e imprese che contribuiscono allo sviluppo e all’innovazione dei sistemi di IA. I principali obblighi in esse previsti, a cui i fornitori devono sottostare, sono:</p>
<ul>
<li>sottoporre i propri prodotti a revisioni di sicurezza e registrare i propri algoritmi presso i registri del governo.</li>
<li>Gli algoritmi dei Sistemi di AI devono essere conformi al regolamento relativo alla gestione delle raccomandazioni sugli algoritmi dei servizi di informazione su Internet, emanato in Cina nel 2022.</li>
</ul>
<p>La regolamentazione cinese prevede un diritto di proprietà intellettuale ed etica commerciale per evitare il monopolio o la concorrenza sleale  interna elaborando i dati in maniera lecita.</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Una questione di Governance globale</span></h4>
<p>Le questioni analizzate in precedenza, rilevando i diversi approcci normativi da parte delle principali economie globali, si riverberano e vengono esaminate nel documento “<em><a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4588040" rel="nofollow noopener" target="_blank">Global AI governance: barriers and pathways forwardʺ</a></em> a cura di Huw Roberts, Emmie Hine, Mariarosaria Taddeo e Luciano Floridi, di cui trattiamo in questo capitolo.</p>
<p>Come riportato nel testo citato “[…] poiché questi sistemi possono essere applicati a vari compiti, c’è stata una rapida adozione sia da parte dei singoli consumatori che delle aziende. ChatGPT di OpenAI, una chatbot basato sui modelli base GPT-3.5 e GPT-4 dell&#8217;azienda, è diventata l&#8217;applicazione Internet consumer in più rapida crescita di sempre (Marcus &amp; Reuel, 2023) […]”.</p>
<p>Questa rapida evoluzione tecnologica e commerciale pone gli studiosi, i giuristi e gli esperti di altre discipline di fronte alla necessità di individuare criteri che possano trascendere i diversi interessi nazionali “[…] senza un’unica autorità sovrana, in modo che possa essere intrapresa un’azione cooperativa per massimizzare i benefici e mitigare i rischi dell’IA (Finkelstein, 1995; Weiss, 2000) […]”.</p>
<p>Gli esperti descrivono i presupposti per istituire una governance globale sull’AI e analizzano i problemi di cooperazione tra i vari Stati coinvolti che ostacolano la realizzazione di una autorità globale “[…]Le proposte su come potrebbe apparire un nuovo organismo internazionale per l’intelligenza artificiale in genere si ispirano a organismi esistenti come il Gruppo internazionale sui cambiamenti climatici (IPCC) e le Agenzie internazionali per l’energia atomica (AIEA).(Bak-Coleman et al., 2023; Chowdhury, 2023; Ho et al., 2023; Marcus &amp; Reuel, 2023; Samson, 2023) […]”.   </p>
<p>Nel documento vengono descritti tutti i presupposti per la creazione di un’istituzione globale rilevando che esistono già iniziative intergovernative che pongono le basi per una vera e propria normativa globale sui sistemi di AI, come la raccomandazione AI dell&#8217;UNESCO che delinea dei principi che sono simili a quelli dell’OCSE. I paesi dell’OCSE e del G20 rappresentano la gran parte dello sviluppo mondiale dell’IA, per cui hanno già concordato alcuni principi etici, escludendo, di fatto, in questa fase, i paesi al di fuori di tali organismi.</p>
<p> Parallelamente a iniziative intergovernative esistono iniziative da parte dei privati che puntano a una cooperazione che ha come obbiettivo principale il trarre profitto per le loro aziende: “[…] La Partnership on AI (PAI) è stata fondata nel 2016 come organizzazione senza scopo di lucro composta da aziende “Big Tech”, che finanziano prevalentemente l’organizzazione e da parti interessate della società civile e del mondo accademico. […]</p>
<p>La natura innovativa dei sistemi di AI che è portatrice di problematiche nuove, diverse ed in continuo sviluppo, non può prendere spunto da governance globali già esistenti, come quelle che si occupano di clima e di armi nucleari.</p>
<p>Gli esperti categorizzano i di problemi di cooperazione su AI in problemi di primo e di secondo livello.  </p>
<p>“[…]I problemi di cooperazione di primo ordine derivano dall’anarchia internazionale, con il sistema privo di un’autorità sovrana per far rispettare gli accordi tra gli attori statali. In questo contesto di incertezza, gli stati si percepiscono minacciati da altri attori statali, creando una condizione di insicurezza. Ciò porta gli Stati ad aumentare le proprie capacità di contrastare le minacce percepite (Cerny, 2000). […]”</p>
<p>Infatti, come abbiamo evidenziato in precedenza, l’Europa vede i sistemi di intelligenza artificiale come un’opportunità per affermarsi nel mercato, la Cina attribuisce ai sistemi di intelligenza artificiale una duplice funzione militare-civile.  Queste diverse concezioni di utilizzo dell’Ai hanno portato ad un forte competizione tra leader globali, in particolare gli statunitensi che hanno assunto posizioni aggressive nei confronti della Cina “[…] introducendo controlli sulle esportazioni di semiconduttori che cercano di ostacolare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Cina (Schulz, 2022), promuovendo al contempo la produzione interna di semiconduttori (The White House, 2023). […]”</p>
<p>I problemi di coordinamento di secondo ordine hanno una diversa natura: sono causati da una disfunzione istituzionale. In seguito alla Seconda Guerra mondiale sono nate numerose istituzioni a livello globale che si sono occupate di problemi che prima erano di competenza statale, portando a un forte coordinamento tra stati. Ma il successo dell’istituzionalizzazione ha portato delle difficoltà nella cooperazione globale.          “[…] Sebbene siano emerse nuove istituzioni internazionali per affrontare nuovi problemi politici, ciò ha probabilmente esacerbato la frammentazione istituzionale e la sovrapposizione dei mandati, limitando l’efficacia dei regimi (Hale et al., 2013)[…]” . I problemi di coordinamento di secondo ordine hanno avuto delle ripercussioni sulla creazione di una governance globale dell’AI; infatti, ad oggi la capacità di regolare e sviluppare regolamenti in campo dell’AI è circoscritta all’UE, USA e Cina e basterebbe un accordo tra di essi per creare una governance globale. Il che è molto complicato, visto che il tema dell’AI abbraccia molte tematiche politiche che non permettono un accordo internazionale. “[…] La frammentarietà del panorama internazionale dell’AI pone ulteriori problemi di cooperazione, in quanto consente a Paesi e aziende di seguire politiche e standard diversi per l’IA (Cihon et al., 2020) […]”</p>
<p>In termini di fattibilità, per creare una governance globale c’è bisogno innanzitutto dì un forte coordinamento tra organismi internazionali, poi concordare le competenze dei vari enti e gli obiettivi da perseguire.</p>
<p>“[…]Per un lavoro di governance dell’IA ad alto valore, le istituzioni devono essere inclusive e responsabili. In caso contrario, la legittimità del lavoro potrebbe essere messa in discussione e i risultati potrebbero essere indesiderabili (Keohane &amp; Victor, 2011) […]”</p>
<p>In conclusione, nel documento di riferimento, gli esperti offrono raccomandazioni per rafforzare i regimi globali esistenti, facendo il paragone con la governance globale del clima che ha portato con sé numerosi fallimenti rilevando che da questa esperienza bisognerebbe trarre insegnamenti, e l’organo consultivo di alto livello delle Nazioni Unite sull’AI dovrebbe spostare il focus della discussione verso il rafforzamento di regimi già esistenti.</p>								</div>
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		</section>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/10/1695759978392-150x150.webp" width="100" height="100" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/10/1695759978392-300x300.webp 2x" alt="Matilde Pavese" class="avatar avatar-100 wp-user-avatar wp-user-avatar-100 alignnone photo" /></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/matilde-pavese/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Matilde Pavese</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laureata in culture digitali della comunicazione all&#8217;Università degli studi di Napoli Federico II. Appassionata al mondo della comunicazione digitali e tutte le innovazioni che  essa propone.</p>
<p>Tirocinante presso Interskills Media e formazione,  si occupa dell&#8217;analisi e stesura di contenuti per il Web in coordinamento con il Chief Eidtor.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/matilde-pavese-2101221a9/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2023/10/20/le-norme-europee-per-lai-nello-scenario-globale/">Le norme europee per l&#8217;AI nello scenario globale</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Rossano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Nov 2021 09:09:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />Cambierà il nostro mondo? Saranno le nuove macchine basate sull'IA capaci di pensare, avere una coscienza, elaborare concetti autonomamente ?<br />
Il Metaverso è davvero il luogo nuovo del futuro dove vivremo una realtà plurisensoriale e coinvolgente?<br />
Luciano Floridi affronta, con chiarezza e semplicità disarmanti, due questioni molto discusse, in questo momento, in ambito filosofico e sociologico : l'Intelligenza Artificiale ed il Metaverso di Zuckerberg.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/Luciano-Floridi-1200-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Luciano Floridi" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2967" class="elementor elementor-2967">
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									<p>Pensare al digitale come parte&nbsp; integrante della nostra vita quotidiana appare oggi un&nbsp; fatto scontato, un dato evidente.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-2979 alignleft" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg" alt="" width="513" height="731" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu.jpg 513w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/TheOnlifeManifesto_Menu-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" />Non era così dieci anni fa, quando la Commissione Europea finanziò un <a href="https://www.futureworlds.eu/wiki/The_Onlife_Initiative" rel="nofollow noopener" target="_blank">progetto</a> per comprendere e valutare come la transizione digitale influiva sulle aspettative della società e sul suo sviluppo, costituendo un gruppo di lavoro composto da 15 studiosi&nbsp; di materie umanistiche (dalla sociologia alla psicologia ed alla filosofia) e di quelle più legate agli sviluppi della tecnologia come la fisica, l&#8217;informatica, l&#8217;ingegneria.&nbsp;</p>
<p>Il gruppo era coordinato da Luciano Floridi, filosofo, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford.</p>
<p>Il risultato di quel progetto fu l&#8217; &#8220;<b>Onlife Manifesto</b>&#8221; (ebook scaricabile <a href="https://link.springer.com/content/pdf/10.1007%2F978-3-319-04093-6.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">quì</a>), documento che conteneva le valutazioni ed i risultati degli studi in ciascun settore esaminato, considerando l&#8217;impatto delle tecnologie su tutti gli aspetti della vita umana, e la significativa perdita di senso della distinzione tra i concetti di &#8220;reale&#8221; (<i>life</i>) e &#8220;virtuale&#8221; (<i>online</i>), giungendo&nbsp; al nuovo paradigma concettuale dell&#8217; &#8220;o<i>nlife</i>&#8220;.</p>								</div>
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									<p>Sembra passato un secolo o forse anche più. Non siamo più in grado di distinguere la nostra vita nelle due forme originarie, separate da confini evidenti e netti.</p><p>Abitiamo in un mondo dove il flusso delle nostre comunicazioni e della nostra vita scorre indistintamente tra le vie delle città ed i bit delle chat e delle piattaforme social.</p><p>Eppure sembrerebbe che una nuova rivoluzione stia per cambiare le nostre vite ed i paradigmi ed i riferimenti della realtà. Rivoluzione determinata dall&#8217;avvento dell&#8217;Intelligenza Artificiale e della annunciata nascita del Metaverso, evoluzione, intrisa di realtà virtuale, di Facebook e annunciata qualche settimana fa dal  suo artefice Mark Zuckerberg.</p>								</div>
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									<p style="text-align: center;">29 ottobre 2021 &#8211; Mark Zuckerberg annuncia il cambio di nome di Facebook in &#8220;Meta&#8221; e la nascita del Metaverso</p>								</div>
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									<p>Se da un lato l&#8217;annuncio di Zuckerberg appare come una plausibile evoluzione anche tecnologica della sua piattaforma, restano invece oscuri i confini ed i significati di questo cambiamento: sarà un mondo diverso? Quali leggi ed algoritmi lo governeranno? Vivremo in una dimensione completamente virtuale?</p><p>Luciano Floridi, il filosofo dell&#8217; &#8220;onlife&#8221;, è la persona più adatta e competente per aiutarci a capire questo nuovo mondo cui andiamo incontro e, per questo, gli abbiamo posto alcune domande.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">La realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</h3>				</div>
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									<p><strong>Fino a qualche tempo fa vivevamo in un “mondo reale”, quello di sempre in carne ed ossa… e poi c’era il “mondo virtuale”, Internet e dintorni. Poi è diventato tutto “onlife”. <br />Oggi Zuckerberg ci dice che sta trasformando Facebook in un “metaverso”, un luogo, come ha affermato “dove invece di visualizzare i contenuti, ci sei dentro”. Sarà un mondo dove magari sentiremo profumi creati da una macchina, vedremo panorami virtuali, avremo sensazioni trasferite da sensori… Come lo immagina il filosofo Floridi?</strong></p><p>Sono rimasto sorpreso da quest’idea non perché non fosse già nell’aria. </p><p>Zuckerberg insiste sulla realtà virtuale e sulla realtà aumentata da tantissimo tempo, da quando Facebook ha comprato Oculus, azienda che produce visori per la realtà virtuale. </p><p>Vedo quest’operazione con molto scetticismo, non per la tecnologia, quanto per la strategia che c’è dietro: è una bella copia di quello che abbiamo già, giochi di realtà virtuale, musei da visitare e luoghi dove sperimentare… Chi di noi, con qualche anno in più, non ricorda <i>Second Life?</i> </p><p>Insomma, cose che già conosciamo. Come si direbbe in inglese quasi una sorta di &#8220;<i>soluzione in cerca di problema</i>&#8220;, cose che sappiamo fare ma non ci interessano tanto. Arriva Zuckerberg e cerca ancora una volta di convincerci ad entrare in questo Metaverso, questa realtà tridimensionale dove la “vera realtà” sarà la realtà virtuale e il resto lo possiamo lasciare a casa.</p><p>Anche da un punto di vista tecnologico, quindi, mi lascia perplesso: non perché non vi siano oggi le capacità di realizzare cose di grande effetto, da un punto di vista visivo o acustico, ma perché è una cosa un po’ vecchia, che abbiamo già provato e che non ha avuto molto successo.</p><p>Noi torniamo sempre all’idea che abbiamo cinque sensi ma in realtà l’essere umano ha molti più sensori: ad esempio il senso, legato a quello dell’udito, dell’equilibrio. Ma anche se pensiamo solo al caldo ed al freddo, anche limitandoci ai cinque sensi, la realtà virtuale di cui parla Zuckerberg è una realtà bidimensionale: è visiva ed acustica.</p><p>Al momento non è immaginabile, anche se tecnologicamente fattibile, che ognuno di noi possa avere a casa una “stampante a profumo” e ogni volta che visualizzi un ambiente della realtà virtuale, ne venga fuori il profumo.</p><p>Per sintetizzare, concettualmente, <i>la realtà, quella di tutti i giorni, vince cinque a due</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">È l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</h3>				</div>
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									<p><strong>Tutto ciò che è vissuto dal nostro corpo è per noi realtà, sia esso biologico o elettronico… o esiste una differenza? Di significato, di valore, di scopo…</strong></p><p>Cosa è reale per noi, è una domanda che ci affascina da sempre.</p><p>Un famoso filosofo diceva “la pietra esiste perché posso prenderla a calci”. C’è qualcosa di vero in questo e cioè il fatto che posso interagire con la pietra. Immaginiamo di andare nella cucina virtuale e prendere un bicchiere: non lo puoi afferrare, non lo puoi riempire d’acqua, perché è un ologramma, sarebbe solo un esperimento visivo.</p><p>È la nostra capacità di interazione con qualcosa, ad esempio il bottone rosso con cui posso interrompere questa videochiamata, che determina il senso di realtà di quel qualcosa per noi. La capacità di reazione con quello che si fa o non si fa che determina la nostra percezione di realtà. Anche afferrando l’ologramma di quel bicchiere nella nostra cucina virtuale con un guanto elettronico, la realtà fisica è insuperabile rispetto all’interattività che, anche in uno strutturalmente ineccepibile contesto 3D, io potrei esperire un domani.</p><p>Vorrei tuttavia anche parlare bene di tutto questo, immaginiamo i contesti bellici: magari meglio non esserci lì, non interagire con la pericolosità di una mina, oppure in contesti dove è necessaria la massima attenzione, un contesto medico o l’ingegnere che deve imparare il funzionamento di un motore, osservandone da vicino il meccanismo senza rischi. </p><p>Tutto questo non ha certo aspettato Zuckerberg, esiste da decenni, basti pensare a come si addestrano oggi i piloti da caccia delle forze armate italiane: lo fanno in modalità virtuale.</p><p>Per concludere, ritornando alla domanda, direi che <i>è l’interattività di qualcosa che rende quel qualcosa reale per noi</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</h3>				</div>
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									<p><strong>Vivremo in mondi virtuali come immensi depositi di umanità perché il mondo attuale è già troppo piccolo e poco ospitale per 10 miliardi di persone?  </strong></p><p>Purtroppo è un grande rischio, una possibilità soprattutto per chi riesce ad ottenere questa tecnologia a costi molto bassi in contesti in cui la vita è veramente misera.</p><p>Non quindi per le persone che hanno grandi possibilità economiche, perché quelle potranno sempre andare in Costa Smeralda e non per chi non ha nessun mezzo, perché quelle non avranno la possibilità di acquistare il computer che serve per andare nella realtà virtuale.</p><p>Ma lo sarà per tutta quella fascia di mezzo in cui la vita è spiacevole: magari hai un brutto posto di lavoro, vivi in pochi metri quadrati, hai una vita fallimentare, non sei nessuno, pochi soldi. Pochi ma abbastanza per acquisire la tecnologia ed essere abile ed avere dei ruoli in questa realtà virtuale: quella è la fascia, ampia, di persone più a rischio per quello che in inglese si definisce “<i>escapism</i>” ovvero la fuga dalla realtà, da quella di tutti i giorni, quella di cui parlavamo prima della pietra da prendere a calci verso una realtà virtuale dove il mondo si adatta a te, tu non ti scontri con il virtuale, <i>il virtuale ti vuole bene, non senti freddo e non hai fame nel virtuale</i>.</p><p>Questo mondo che si plasma intorno a te, che non ti insegna la brutalità dei fatti ma che in realtà accomoda tutto un po’ come una sirena, è un rischio molto serio.</p><p>Lo vediamo già in alcuni contesti di <em>addiction</em> (dipendenza) cioè di eccessivo attaccamento di tipo ludico dove ragazze e ragazzi trovano lì qualcosa che non riescono a trovare più nella realtà di tutti i giorni.</p><p>Questo è un rischio serio.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Ci vuole la legislazione adatta. E sta arrivando</h3>				</div>
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									<p><strong>Ovviamente tutto questo sarà il frutto di sistemi tecnologici sempre più avanzati e basati sull’intelligenza artificiale. Esisteranno nuove regole che dovranno normare il rapporto tra intelligenza umana ed intelligenza artificiale? </strong></p><p>In Europa oggi è in arrivo la legislazione che riguarda il contesto dell’intelligenza artificiale e quello che riguarda il riconoscimento facciale. Basta leggere la proposta di legislazione sull’intelligenza artificiale della Commissione europea che vieta molti usi del riconoscimento facciale, ad esempio quelli fatti per ragioni commerciali.</p><p>Quando Facebook dice “non useremo il riconoscimento facciale nel Metaverso” ad esempio, sta facendo un’operazione molto semplice, ovvero non fare qualcosa che la legge comunque impedirà di fare e, al contempo, che non serve: in una realtà 3D in cui so qualunque cosa di te, a che serve il riconoscimento facciale?</p><p>Attenzione quindi al fatto che l’intelligenza artificiale, che viene via via sempre più legiferata e controllata normativamente, può spostarsi su settori tecnologici non ancora mappati dalla legge che sarebbe anche una manovra economico-giuridica un po’ astuta.</p><p>Credo che questo sia un settore a rischio, ma anche un po’ neutrale. </p><p>È come l’elettricità: noi siamo dipendenti da esse in modo totale, immaginiamo cosa può accadere quando c’è un blackout in città e non funziona più nulla. Elettricità anche pericolosa: se metti due dita nella spina, rischi la vita. Ma è anche una tecnologia positiva che usiamo a buon fine.</p><p>Quindi ci sono dei rischi ma abbiamo messo i salvavita. Con quest’analogia, alla domanda se dipenderemo sempre più dall’intelligenza artificiale, io direi di sì.</p><p>Con il “machine learning” si avrà una strumentazione sempre più potente per far girare qualsiasi cosa: un giorno di questi anche la lavastoviglie avrà imparato come fare i piatti.</p><p>Questa nostra dipendenza ha dei pericoli? Assolutamente sì. Allora servono dei “salvavita”, elementi che, quando c’è qualche rischio eccessivo, salta il fusibile, si stacca la spina, non si arriva alle conseguenze più gravi. Questo è quello che la nuova legislazione sta per fare.</p><p>Questa dipendenza dovrebbe essere strettamente regolamentata per assicurare tutta la parte “buona”, che è quella che serve a gestire la complessità con strumenti sempre più complessi ma, al contempo, eliminare al massimo i rischi di tecnologie potentissime che, usate male, troppo poco o in maniera esagerata, nel contesto sbagliato, possono fare danni.</p><p>Per riassumere vedrei l’IA come una enorme capacità di risolvere problemi che, nelle mani giuste, con le condizioni giuste, può fare molto bene.</p><p><i>Ci vuole, ancora una</i> <i>volta, la legislazione adatta. E sta arrivando</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Il resto lo lasciamo ad Hollywood</h3>				</div>
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									<p><strong>Oggi si parla di intelligenza artificiale, di machine learning e della possibiltà per le macchine di “pensare”, primi germi di una potenziale coscienza. Mi sembra che lei, anche nel suo libro “Intelligenza artificiale. L’uso delle nuove macchine” non sia di quest’avviso&#8230;</strong></p><p>No, proprio no. Siamo a volte un po’ preda di cattiva pubblicistica e di ottimo marketing, ovvero il fatto che queste aziende debbano sovrastimare, anche in maniera fuorviante, le capacità degli attrezzi che andiamo costruendo.</p><p>La realtà è invece diversa: via via che andiamo a trovare aree sempre più ampie dove l’intelligenza artificiale può fare la differenza, il limite è la nostra intelligenza nell’individuare dove e come adattare queste strumentazioni e a quali problemi.</p><p>Che si parli anche soltanto vagamente in senso metaforico, di <i>pensiero</i>, <i>creare</i>, <i>coscienza</i>, <i>consapevolezza</i> è una sciocchezza, come se parlassi con il frigorifero: sarebbe un po’ strano&#8230;</p><p>Pensiamo, ad esempio, alle suole delle scarpe: sono alcuni anni che stanno avendo una rivoluzione fondamentale, con l’inserimento di sensori che puoi collegare ad una app sul tuo smartphone e, sviluppate inizialmente per ragioni sportive, oggi hanno applicazioni nel contesto del benessere e della salute, straordinarie.</p><p>Immaginiamo, ad esempio, se la suola della scarpa, all’improvviso, cambia posizione: se tutte e due le suole non sono più in orizzontale, quella persona è caduta e l’applicazione comanda un allarme perché forse la nonna non è più in piedi.</p><p>Questo è l’intelligenza artificiale. Questo è il mondo in cui viviamo e questo è il tipo di mondo che dobbiamo capire e capire i problemi che l’IA sta generando. <i>Il resto lo lasciamo ad Hollywood</i>.</p>								</div>
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					<h3 class="elementor-heading-title elementor-size-default">Questo è il futuro che vediamo ed è già in arrivo</h3>				</div>
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									<p><strong>E queste nuove norme potranno essere opache ed incomprensibili come gli algoritmi che oggi governano le principali piattaforme tecnologiche?</strong></p><p>Le norme ci permettono di capire, da un punto di vista contestuale, quando usare o meno certi algoritmi, certe soluzioni oppure no.</p><p>Questi algoritmi hanno una loro opacità ma, anche quì, bisogna capire esattamente di cosa si sta parlando: non è che non sappiamo cosa facciano ma un algoritmo, che risolve un problema, è composto da tantissimi nodi connessi tra di loro e siccome gli equilibri tra questi nodi che permettono poi l’apprendimento, nel caso del machine learning, sono molto sensibili ad ogni mutamento, è molto difficile poter determinare cosa fa ogni nodo in ogni momento.</p><p>Per fare un esempio è un po’ come il traffico: spiegare perché diecimila persone sono ferme nel traffico, è impossibile per ciascun singolo individuo ma, macroscopicamente possiamo affermare che, essendo lunedì, le 8 del mattino, piove e le scuole sono aperte, c’è traffico.</p><p>Non potremo sapere in maniera granulare perché ciascuna persona si è messa in movimento per generare il traffico, ma questo non vuol dire che in generale non sappiamo perché si sia generato il traffico.</p><p>Questo è il modo giusto di parlare dell’opacità degli algoritmi, altrimenti sembra che stiamo parlando di Harry Potter di magia, con la bacchetta&#8230;</p><p><strong>Quale potere sarà nelle mani di pochissime persone che gestiranno aziende che governano il mondo in cui vivremo?</strong></p><p>Enorme. In altri contesti dicevo che gli abbiamo dato le chiavi di casa e quindi adesso, se vuoi entrare in casa, devi chiedere a loro. In altre parole controllano veramente questo mondo “<i>onlife</i>” dove si mescola ormai tutto, reale e virtuale e c’è una parte di questo mescolare che è in completo controllo di queste aziende.</p><p>La legislazione arriva a volte un po’ tardi, ma arriva. La potenza del legislatore è tale da poter chiudere oggi queste aziende, ma noi la usiamo con molta cautela. Si guardi ad esempio cosa è accaduto con il nucleare dopo l’incidente in Giappone: in Germania il settore del nucleare ha chiuso da un giorno all’altro, in virtù di quel potere.</p><p>Quindi la risposta alla domanda è: sì, hanno un potere enorme ma, come sta avvenendo sia negli USA con l’amministrazione Biden che in Europa, si sta arrivando ad una legislazione che limiterà o indirizzerà questo potere in maniera non pericolosa.</p><p><em>Questo è il futuro che vediamo. Ed è già in arrivo.</em></p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2019/10/antonio_rossano.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/antonio-rossano/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Antonio Rossano</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Giornalista e imprenditore da oltre 30 anni nel settore della comunicazione e dell’ICT, sono manager dell&#8217;agenzia di comunicazione Interskills srl.<br />
Da sempre interessato alle tematiche del giornalismo e della sua transizione al digitale, scrivo ed ho scritto su diverse testate, tra cui Wired, LaRegioneTicino, Repubblica e L’Espresso, su cui ho un blog dal titolo “Culture Digitali”.<br />
Membro del Comitato scientifico della Fondazione Murialdi per il giornalismo, coordinatore del progetto &#8220;Osservatorio sul giornalismo digitale&#8221; dell&#8217;Ordine dei giornalisti e docente per la formazione dello stesso Ordine .<br />
<strong>Presidente Consiglio Direttivo “Media Studies”</strong></p>
</div></div><div class="saboxplugin-web "><a href="http://culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener">culturedigitali.blogautore.espresso.repubblica.it/</a></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/antonio.rossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/antonio-rossano-4b1a6120/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a><a title="Twitter" target="_blank" href="https://twitter.com/antoniorossano" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-twitter" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 30 30"><path d="M26.37,26l-8.795-12.822l0.015,0.012L25.52,4h-2.65l-6.46,7.48L11.28,4H4.33l8.211,11.971L12.54,15.97L3.88,26h2.65 l7.182-8.322L19.42,26H26.37z M10.23,6l12.34,18h-2.1L8.12,6H10.23z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/28/luciano-floridi-il-metaverso-una-soluzione-in-cerca-di-problema/">Luciano Floridi: il Metaverso? Una soluzione in cerca di problema</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>La filosofia e l&#8217;importanza dell&#8217;accesso</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/11/19/la-filosofia-e-limportanza-dellaccesso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Nov 2021 07:09:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[accesso]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale della filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/filosofia-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Statue Greche" decoding="async" />La filosofia nasce inclusiva perché conteneva tutte le discipline e i campi che ora sono considerati separati.</p>
<p>L’eccessiva specializzazione e separazione dei campi ha inibito il dialogo che è, oggi, ovunque ricercato e auspicato anche per quanto concerne il nostro approccio alla pandemia in corso.</p>
<p>Non si può pensare di risolvere una situazione globale con una sola conoscenza strettamente settoriale e limitata a un solo campo considerato preponderante, come è stato fatto sino a ora.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/19/la-filosofia-e-limportanza-dellaccesso/">La filosofia e l&#8217;importanza dell&#8217;accesso</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/11/filosofia-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Statue Greche" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2942" class="elementor elementor-2942">
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									<p>Il 18 novembre 2021 si è celebrata la giornata mondiale della filosofia.</p>
<p></p>
<p>Questa giornata è istituita, annualmente, il terzo giovedì del mese di novembre.</p>
<p></p>
<p>Il tema del 2021 riguarda “Philosophy for Futures” /Filosofia per il futuro.</p>
<p></p>
<p>A tal riguardo, il 16 novembre, la trasmissione <a href="https://fb.watch/9kP-GD9W7-/" rel="nofollow noopener" target="_blank">IntelliGO</a>&nbsp;(mi scuso per l’eventuale conflitto di interesse; son tematiche in cui credo molto) di <a href="https://www.puntozip.net" rel="nofollow noopener" target="_blank">PuntoZip</a>&nbsp;ha mandato in diretta un dibattito che metteva in dialogo la filosofia con vari interlocutori, tra cui filosofi pratici e persino avvocati e poeti, perché la filosofia riguarda tutti, è inclusiva.</p>
<p></p>
<p>E si è sempre occupata di accesso, accesso alle nostre risorse del pensiero.</p>
<p></p>
<p>Questo tipo di accesso è il più ampio possibile e nasce con le più filosofiche delle domande, “perché?” e “cosa?”, come è stato detto nel corso del dibattito.</p>
<p></p>
<p>Un accesso che parte dalle persone ed è vicino alle persone e, anche per questo, la locuzione “filosofia per il futuro”, è stata traslata, nel corso della trasmissione, in “filosofi per il futuro”.</p>
<p></p>
<p>La filosofia nasce inclusiva perché conteneva tutte le discipline e i campi che ora sono considerati separati.</p>
<p></p>
<p>L’eccessiva specializzazione e separazione dei campi ha inibito il dialogo che è, oggi, ovunque ricercato e auspicato anche per quanto concerne il nostro approccio alla pandemia in corso.</p>
<p></p>
<p>Non si può pensare di risolvere una situazione globale con una sola conoscenza strettamente settoriale e limitata a un solo campo considerato preponderante, come è stato fatto sino a ora.</p>
<p></p>
<p>Garantire un accesso globale alla ricerca delle soluzioni, facendo dialogare le varie discipline è un tema pressante e richiesto ed è anche l’atto costitutivo della filosofia che parte dalla meraviglia, da una caduta, da una conseguente risata e dal porsi, sin dagli albori, la questione dell’accesso in senso lato e dell’inclusività nell’unità del sapere.</p>
<p></p>
<p>Nel dibattito, Giovanni Magrì, oltre alle domande filosofiche, ha parlato dell’assunzione del rischio come costitutivo della filosofia.</p>
<p></p>
<p>Mario Guarna ha ricordato l’inclusività, l’unione dei saperi e il saperli utilizzare, come strumenti, a seconda delle varie circostanze che possono richiedere una predominanza di uno o di un altro.</p>
<p></p>
<p>Francesco Iannitti ha visto il futuro nelle pratiche filosofiche, nell’essere tra le persone, nel percepirle; senza, tuttavia, dimenticare, i saperi tramandati dai filosofi del passato.</p>
<p></p>
<p>Giuseppe Scarciglia ha ricordato l’importanza della responsabilità.</p>
<p></p>
<p>Federico Virgilio ha parlato anche di coraggio, e ha citato, tra le varie citazioni da lui presentate, anche il celebre passo tratto dal bellissimo testo “Risposta alla domanda cos’è l’illuminismo?” di Kant:</p>
<p></p>
<p><em>«L&#8217;Illuminismo è l&#8217;uscita dell&#8217;uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l&#8217;incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d&#8217;intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell&#8217;Illuminismo.»</em></p>
<p>Una chiosa finale con l’avvocato e poeta Sergio Daniele Donati che alla parola responsabilità replica con la responsabilità delle parole.</p>
<p>Un dibattito ad accesso aperto per celebrare la giornata mondiale della filosofia che, dalla meraviglia e dalla caduta, ha cercato, e cerca, di garantire l’accesso.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/11/19/la-filosofia-e-limportanza-dellaccesso/">La filosofia e l&#8217;importanza dell&#8217;accesso</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Accesso e valutazione della ricerca: cosa deve cambiare?</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/10/10/accesso-e-valutazione-della-ricerca-cosa-deve-cambiare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 13:07:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=2625</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/10/Access-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="supereroi cartoon" decoding="async" />Occorrono maggiori iniziative volte alla comunicazione e alla messa a disposizione dei saperi e delle competenze degli addetti ai lavori (ricercatori e bibliotecari in contesti di ricerca) nei confronti della società tutta in modo che la società della conoscenza sia tale anche di fatto e non solo di nome.</p>
<p>Il cambiamento è in atto, sotto il comune denominatore del permettere/garantire l’accesso.<br />
L’accesso appartiene a tutti e non deve essere gestito a piacimento degli editori commerciali che, dagli articoli, si stanno ora spostando ai dati, vedendone futuri e ulteriori controlli nel processo della conoscenza.<br />
Da tempo si sta pensando di cambiare, in parte, i criteri da valutazione della ricerca, cercando di passare, ad esempio (uno dei tanti proposti), dal considerare non più tanto la “quantità” quanto la “riusabilità”; e cercando di concentrarsi, magari, più sul “prodotto” stesso (l’articolo) che sul “contenitore” (la rivista).</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/10/10/accesso-e-valutazione-della-ricerca-cosa-deve-cambiare/">Accesso e valutazione della ricerca: cosa deve cambiare?</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/10/Access-150x150.webp" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="supereroi cartoon" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2625" class="elementor elementor-2625">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-abac870 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="abac870" data-element_type="section">
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									<p><em><strong>Access</strong> personaggio tra due mondi, Marvel e DC Comics; rappresenta un punto di unione tra mondi lontani</em></p>								</div>
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									<p><em>Occorrono maggiori iniziative volte alla comunicazione e alla messa a disposizione dei saperi e delle competenze degli addetti ai lavori (ricercatori e bibliotecari in contesti di ricerca) nei confronti della società tutta in modo che la società della conoscenza sia tale anche di fatto e non solo di nome.</em></p><p><em>Il cambiamento è in atto, sotto il comune denominatore del permettere/garantire l’accesso. </em><br /><em>L’accesso appartiene a tutti e non deve essere gestito a piacimento degli editori commerciali che, dagli articoli, si stanno ora spostando ai dati, vedendone futuri e ulteriori controlli nel processo della conoscenza.</em></p><p><em>Nel mondo dei fumetti, c’è un personaggio che appartiene sia all’universo Marvel che all’universo DC Comics, Access, appunto, che è il collegamento e l’ibridazione tra mondi, universi altrimenti lontani.</em><br /><br /></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Introduzione</span></h4><p>Partendo dall’articolo <em>“<a href="https://www.mstudies.it/2021/09/12/accesso-aperto-allinformazione-fruibilita-e-comprensione-tre-livelli-per-lo-sviluppo-della-societa/">Accesso aperto all’informazione, fruibilità e comprensione: tre livelli per lo sviluppo della società</a>” </em>proviamo a concentrarci su cosa accade a un particolare tipo di accesso: quello alla ricerca.</p><p>Ovviamente, chi non fa ricerca o non è un bibliotecario in contesti di ricerca può avere più difficolta legate alla comprensione degli articoli scientifici.</p><p>Questo, tuttavia, non deve avere nulla a che vedere con la possibilità di accesso.</p><p>Semmai, è sulla qualità della comunicazione che si deve investire; e, soprattutto, deve essere realmente una comunicazione e non una semplice informazione che è unidirezionale.</p><p>Occorrono maggiori iniziative volte alla comunicazione e alla messa a disposizione dei vari saperi e delle competenze degli addetti ai lavori (ricercatori e bibliotecari in contesti di ricerca) nei confronti della società tutta in modo che la società della conoscenza sia tale anche di fatto e non solo di nome.</p><p>La soluzione non è la scienza chiusa, anzi: è il problema; la soluzione è la scienza aperta!</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Raccomandazioni UNESCO sulla Open Science</span></h4>
<p>Ana Persic di UNESCO ha parlato, durante il recente <a href="https://oai.events/oai12/" rel="nofollow noopener" target="_blank">OAI12</a>, delle Raccomandazioni UNESCO sulla&nbsp;<a href="https://worksup-media.s3.eu-west-1.amazonaws.com/OAI12_s5_Ana%20Persic___233ba2f19wu1973.pdf" target="_blank" rel="nofollow noopener">Open Science</a>.</p>
<p>UNESCO propone che ogni Stato investa l’1% in Open Science e che elimini le barriere che non la rendono possibile, in particolare: le regole di valutazione della ricerca.</p>
<p>Attualmente, i criteri di valutazione della ricerca sono divisi in <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Indicatori_bibliometrici" rel="nofollow noopener" target="_blank">bibliometrici</a> e <a href="https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2019/02/REGOLAMENTO-PER-LA-CLASSIFICAZIONE-DELLE-RIVISTE_20022019.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">non bibliometrici</a>.</p>
<p>Per quanto entrambi i criteri partano dal <em>contenitore</em>/rivista, in un caso abbiamo una misura tesa più verso l’impatto e nell’altro più sulla struttura del contenitore, per intendersi<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>In un caso si valutano le <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/STEM" rel="nofollow noopener" target="_blank">STEM</a>; in un altro si valuta la ricerca in campo umanistico.</p>
<p>Per quelli bibliometrici sono valutati <em><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/H-index" rel="nofollow noopener" target="_blank">h-index</a></em> dei ricercatori e <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fattore_di_impatto" rel="nofollow noopener" target="_blank">impact factor</a></em> della rivista.</p>
<p>Con i criteri non bibliometrici, invece, si valuta, soprattutto, l’eventuale fascia A delle riviste dove si pubblica.</p>
<p>Questa differenza è semplificata e banalizzata, tuttavia utile in questa sede.</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">La valutazione della ricerca deve cambiare </span></h4><p>Da tempo si sta pensando di cambiare, in parte, i criteri da <a href="https://www.altmetric.com/about-altmetrics/what-are-altmetrics/" rel="nofollow noopener" target="_blank">valutazione della ricerca</a>, cercando di passare, ad esempio (uno dei tanti proposti), dal considerare non più tanto la “quantità” quanto la “<a href="https://zenodo.org/record/5468482#.YTt3ky0QOL0" rel="nofollow noopener" target="_blank">riusabilità</a>”; e cercando di concentrarsi, magari, più sul “prodotto” stesso (l’articolo) che sul “contenitore” (la rivista).</p><p>Questa è, però, un’altra storia, qui ridotta all’osso con gli annessi rischi delle banalizzazioni, e, magari, da raccontare in prossimi articoli.</p><p>Di recente, tuttavia, durante la <a href="https://www.opensciencefair.eu/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Open Science FAIR</a>, Robert Terry dell’OMS (WHO) ha ribadito che:</p><ul><li>occorre mutare la sequenza dei passi nella comunicazione scientifica: prima <a href="https://av.tib.eu/media/50110" rel="nofollow noopener" target="_blank">il preprint</a> (il preprint è l’articolo non revisionato), poi la revisione;</li><li>l&#8217;era delle riviste ha fatto il suo corso e la <em>&#8220;version of record&#8221;</em> non ha senso nell’universo dinamico della ricerca;</li><li>nelle Living Guidelines dell&#8217;OMS solo il 25% degli articoli citati proviene da pubblicazioni tradizionali, il resto proviene da preprint;</li><li>l&#8217;Impact Factor è una misura tossica;</li><li>bisogna permettere che i preprint siano diffusi e ottengano il successo che meritano, se lo meritano, con le loro sole forze, senza il riferirsi al &#8220;prestigio” del “contenitore/rivista&#8221;.</li></ul><p>Il cambiamento è pertanto in atto, sotto il comune denominatore del permettere/garantire l’accesso.</p><p>L’accesso appartiene a tutti e non dovrebbe essere gestito a piacimento degli editori commerciali che, dagli articoli, si stanno ora spostando verso i dati, vedendone future e ulteriori proprie gestioni nel processo della conoscenza.</p><p>L&#8217;articolo <em>&#8220;<a href="http://bjoern.brembs.net/2021/09/algorithmic-employment-decisions-in-academia/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Algorithmic Employment Decisions In Academia</a></em>? &#8221; di Björn Brembs tratta proprio l’argomento degli editori commerciali che si stanno spostando dall&#8217;editoria all&#8217;analisi e alla capitalizzazione dei dati.</p><p>Nel cambiamento in atto volto a non permettere più il dominio sull’accesso, i ricercatori sono chiamati a fare la loro parte.</p><p>Johan Roorick (<a href="https://www.coalition-s.org/" rel="nofollow noopener" target="_blank">PlanS</a>) parla di “<a href="https://eua-cde.org/the-doctoral-debate/243:researchers-should-assert-their-intellectual-rights.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">strategia di conservazione dei diritti</a>”; i ricercatori, infatti, dovrebbero far valere i loro diritti intellettuali e prendere visione e aderire alle <a href="https://www.coalition-s.org/the-rrs-and-publisher-equivocation-an-open-letter-to-researchers/" rel="nofollow noopener" target="_blank">iniziative in tal senso</a>.</p><p>Abbiamo visto, negli articoli <em>“Accesso aperto all’informazione, fruibilità e comprensione: tre livelli per lo sviluppo della società” </em>(citato prima) e<em> “<a href="https://www.mstudies.it/2021/07/26/laccesso-allinformazione-e-inclusione/?fbclid=IwAR1vtBsQGXyHbVSy5PCe-z7MM14pB3sZByNFYwjrdHxQK4fM8NMxpqJqXg0">L’accesso all’informazione è inclusione</a>”, </em>come l’accesso, nel senso più ampio del termine, sia la parola chiave e debba essere considerato universale, un diritto, per una lunga serie di servizi.</p><p>Nel mondo dei fumetti, c’è un personaggio che appartiene sia all’universo Marvel che all’universo DC Comics: Access, appunto, che è il collegamento e l’ibridazione tra mondi, universi altrimenti lontani.</p><p>Credo che l’immagine di Access sia quanto mai evocativa e possa valere anche per i contenuti della ricerca.</p><p>Nel frattempo, è uscito un Position <em>Paper di ISC</em> (<em>International Scientific Council</em>) che riguarda la scienza come <a href="https://council.science/publications/science-as-a-global-public-good/" rel="nofollow noopener" target="_blank">bene comune globale</a>.</p><p>Al suo interno il focus è sull’etica, la comunicazione della scienza impedita dagli interessi dei grossi editori commerciali, sulla responsabilità collettiva in quella che è la comunicazione della scienza e sulla Open Science come &#8220;<em>public enterprise</em><a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><em><strong>[2]</strong></em></a>”.</p><p><em>ISC</em> aveva già pubblicato “<em><a href="https://council.science/publications/sci-pub-report1/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Opening the record of science: making scholarly publishing work for science in the digital era</a></em>” con l’elaborazione dei “<em>principi per la pubblicazione scientifica</em>”.</p><p>Di notevole interesse anche la riflessione “<em><a href="https://www.theatlantic.com/science/archive/2021/10/how-pandemic-changed-science-writing/620271/" rel="nofollow noopener" target="_blank">What Even Counts as Science Writing Anymore?</a></em><em>”</em> che si chiede come &#8220;comunicare la scienza&#8221; durante la pandemia, non tralasciando, tuttavia, cosa sia diventata la comunicazione scientifica a causa dei perversi incentivi che ci sono, ormai, da molto tempo.</p><p>E noi, come società tutta, siamo pronti a uscire, finalmente, dal concetto obsoleto e poco “trainante” della scienza chiusa e competitiva (nel senso di non collaborativa; non nel senso di “eccellenza”) e di aprirci alla scienza collaborativa e alla condivisione per far progredire la conoscenza?</p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Note</span></h4><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Si prega di prendere questa frase come semplificazione estrema, per non addetti ai lavori; ci si scusa con gli addetti ai lavori per questa semplificazione che un po’ banalizza un tema altrimenti complesso.</p><p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Dal <em>Position Paper</em> di ISC fino alle riflessioni successive sul comunicare la scienza durante la pandemia, si prega di vedere la lista di discussione <em>OA Italia</em> di cui i punti citati costituiscono una rielaborazione.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/10/10/accesso-e-valutazione-della-ricerca-cosa-deve-cambiare/">Accesso e valutazione della ricerca: cosa deve cambiare?</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>La centralità della comunicazione e la metamorfosi delle classi politiche</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/09/21/la-centralita-della-comunicazione-e-la-metamorfosi-delle-classi-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Griffo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2021 04:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/politico-che-parla-social-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Comizio sui social" decoding="async" />La crescente importanza della comunicazione politica è un fenomeno che appare evidente anche ad un osservatore superficiale delle vicende pubbliche. La contesa tra le varie forze politiche, infatti, è costantemente accompagnata dalla registrazione dei consensi che ogni formazione politica riscuote. In questo modo il dibattito sui temi di attualità va di pari passo con le quotazioni in salita o in discesa nella informale borsa dei consensi che ciascun leader o ciascun partito riscuote.</p>
<p>Così, molte delle prese di posizione o delle iniziative delle varie forze politiche sono espresse o intraprese non perché coerenti a un determinato patrimonio ideale ma perché motivate dal loro prevedibile effetto sulle rilevazioni demoscopiche. Se questi sviluppi risultano chiari anche a chi non presta molta attenzione alle vicende politiche, per meglio comprenderli può risultare utile collocarli in una dimensione cronologica più ampia. </p>
<p>In altri termini, per capire gli sviluppi recenti occorre rifare, sia pure brevemente, la storia di questa evoluzione. Una evoluzione che è legata ai modi in cui si articola e si sviluppa la partecipazione politica.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/21/la-centralita-della-comunicazione-e-la-metamorfosi-delle-classi-politiche/">La centralità della comunicazione e la metamorfosi delle classi politiche</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/politico-che-parla-social-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Comizio sui social" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2590" class="elementor elementor-2590">
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									<p><em>La crescente importanza della comunicazione politica è un fenomeno che appare evidente anche ad un osservatore superficiale delle vicende pubbliche. La contesa tra le varie forze politiche, infatti, è costantemente accompagnata dalla registrazione dei consensi che ogni formazione politica riscuote. In questo modo il dibattito sui temi di attualità va di pari passo con le quotazioni in salita o in discesa nella informale borsa dei consensi che ciascun leader o ciascun partito riscuote.</em></p><p><em>Così, molte delle prese di posizione o delle iniziative delle varie forze politiche sono espresse o intraprese non perché coerenti a un determinato patrimonio ideale ma perché motivate dal loro prevedibile effetto sulle rilevazioni demoscopiche. Se questi sviluppi risultano chiari anche a chi non presta molta attenzione alle vicende politiche, per meglio comprenderli può risultare utile collocarli in una dimensione cronologica più ampia. </em></p><p><em>In altri termini, per capire gli sviluppi recenti occorre rifare, sia pure brevemente, la storia di questa evoluzione. Una evoluzione che è legata ai modi in cui si articola e si sviluppa la partecipazione politica.</em></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Le origini del fenomeno</span></h4><p>A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, con l’estensione del diritto di voto, che tende a diventare universale, si afferma il modello del partito di massa e di integrazione sociale. </p><p>Questo modello di partito viene ritenuto adeguato a raccogliere il consenso rispetto a una platea di milioni di elettori. Si tratta di un partito strutturato, dotato di un programma politico definito, radicato in modo capillare sul territorio, con organizzazioni collaterali che inquadrano i vari segmenti della società (sindacati, sezioni femminili e giovanili, circoli per lo sport ed il tempo libero), che possiede organi d’informazione autonomi in grado di veicolare le proposte e le parole d’ordine del partito. </p><p>Sotto quest’ultimo profilo il partito di massa persegue il monopolio informativo nei confronti dei propri iscritti o simpatizzanti. Si tratta di una prospettiva che anche l’avvento dei totalitarismi novecenteschi (comunismo e nazifascismo) non fa venire meno, ma paradossalmente rafforza perché anche in queste esperienze antidemocratiche resta centrale il monopolio informativo e di indottrinamento attraverso una propaganda capillare.</p><h4><span style="color: #00a2dd;">Il partito di massa dal secondo dopoguerra</span></h4><p>Nel secondo dopoguerra il partito di massa, pur con fenomenologie diverse nei vari contesti nazionali, rimane il modello egemone delle moderne democrazie industriali. Dei segnali di crisi cominciano a manifestarsi a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, perché quel modello partitico risulta meno rispondente rispetto all’evoluzione delle nostre società. </p><p>Dal punto di vista che qui ci interessa la crisi del partito di massa è legata all’affermarsi di organi d’informazione generalisti, <u>in primo luogo la televisione</u>, che frantumano il monopolio informativo partitico, mettendo in crisi in modo irreversibile la macchina propagandistica autarchica. </p><p>Per rispondere a queste difficoltà i partiti si rendono ben presto conto che non è sufficiente, e neanche essenziale, rendere più efficaci i propri organi di stampa e propaganda tradizionali, ma occorre assicurarsi un accesso costante alle reti di comunicazione non legate al partito, anzitutto a quelle televisive. Inoltre, le campagne politiche si professionalizzano, impiegando, in modo sempre più ampio e continuativo, esperti dei mezzi di comunicazione di massa. </p><p>Questo trend evolutivo si andrà estendendo e consolidando nei successivi decenni. Si tratta di uno sviluppo che conoscerà una forte accelerazione con l’avvento dei social media. In questa sede non ci soffermeremo su questi aspetti, ampiamente delibati in una ricca pubblicistica, aspetti che si possono riassumere nell’efficace formula: “la comunicazione ha preso il posto della politica”. Proveremo invece, sia pure brevemente, a richiamare l’attenzione su di un altro versante della questione, di solito trascurato. La centralità della comunicazione, infatti, non ha riguardato solo i modi in cui si veicola la lotta politica, ma ha investito anche le competenze che un uomo politico deve acquisire.</p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">La carriera del politico e il dominio incontrastato della comunicazione</span></h4><p>In passato, chi voleva dedicarsi al mestiere del politico seguiva un cursus honorum abbastanza definito, per quanto non precisamente formalizzato. </p><p>In genere, nei partiti di massa una prima selezione era data dalla militanza grass root in organi periferici del partito; le persone più motivate venivano promosse a incarichi di responsabilità ai livelli più bassi, per poi, se mostravano le doti adatte, salire man mano la scala organizzativa.</p><p> Una funzione analoga di learning by doing era quella svolta nelle associazioni collaterali del partito (sindacati, organi di stampa, etc.). Inoltre, soprattutto nei partiti operai, dove una buona parte dei militanti non disponeva di una istruzione superiore, esistevano delle scuole di partito che fornivano una preparazione non solo ideologica ma anche competenze specifiche per assumere incarichi istituzionali (comunali, provinciali). </p><p>Il percorso poteva variare ma nell’insieme i dirigenti locali e nazionali dei vari partiti acquisivano delle competenze politiche articolate. Ciascuno di loro possedeva, ad un grado più o meno sofisticato, quelle competenze generaliste che sono proprie dell’uomo politico e lo caratterizzano come uno specialista della convivenza umana. </p><p><b>Ai nostri giorni, invece, e soprattutto dopo l’avvento dei social media la formazione di chi aspira ad entrare in politica si concentra in maniera quasi esclusiva sulla comunicazione</b>. Come è stato efficacemente detto, oggi la politica è insegnata e “appresa nella sua natura di rappresentazione”, in questo universo comunicativo sempre più virtuale lo <i>story telling</i> prevale sul merito delle questioni e l’agenda setting risulta più importante delle soluzioni atte a fronteggiare i problemi. </p><p>Così, per una malintesa idea della divisione del lavoro, l’uomo politico tende a perdere quei caratteri generalisti di cui si diceva, impoverendo il proprio bagaglio di competenze. Un impoverimento che non solo peggiora mediamente la qualità del personale politico, ma che sollecita un duplice tipo di dipendenza. Da un lato, il politico di grido, convinto che il successo discenda dalla comunicazione, è succube del proprio guru informatico, che gli detta le scelte da fare rispetto ai temi del giorno, togliendogli spazi di iniziativa autonoma. Da un altro versante, però, il medesimo esponente politico, data la crescente complessità delle macchine amministrative, è alla mercé degli esperti e dei tecnici che gli impongono le scelte operative su questioni rispetto alle quali non ha maturato gli strumenti per poter fare una valutazione ragionevole.</p><p>L’analisi che si è svolta in questa sede può suggerire un interrogativo che, a mio modesto avviso, merita di essere preso in considerazione. Occorre forse chiedersi se il discredito nei confronti di chi ha scelto il mestiere della politica, un discredito che si è accentuato in questi ultimi anni, <b>non dipenda anche da questo incontrastato dominio della comunicazione</b>.</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/Maurizio-Griffo-e1632156292791.jpg" width="100"  height="100" alt="Maurizio Griffo" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/maurizio-griffo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Maurizio Griffo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Maurizio Griffo è professore ordinario di storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Scienze politiche della Federico II di Napoli.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/21/la-centralita-della-comunicazione-e-la-metamorfosi-delle-classi-politiche/">La centralità della comunicazione e la metamorfosi delle classi politiche</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>RayBan Stories. Perché avranno successo e perché servono i neurodiritti</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/09/17/rayban-stories-perche-avranno-successo-e-perche-servono-i-neurodiritti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Deborah Bianchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2021 08:59:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.mstudies.it/?p=2572</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/controllo-mentale-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Piccolo manichino che legge un libro sul controllo mentale" decoding="async" />I RayBan Stories, frutto della collaborazione di Facebook con Luxottica, saranno un successo perché seducono la nostra mente. Una foggia storica, vincente da decenni, icona nelle nostre menti dell’occhiale da sole per eccellenza.  Quando dobbiamo disegnare o pensare all’occhiale da sole arriva subito l’immagine dei RayBan. Tanto basterà, per spianare la strada alla tecnologia e ai secondary uses sui metadati prodotti dall’occhiale già re degli intelligence wereables.<br />
La privacy dei terzi? Esiste il vademecum fornito ad ogni acquirente sul corretto trattamento dei dati: non videoregistrare o fotografare negli ambulatori medici o in fila di fronte a un bancomat o nei luoghi di culto; evitare di condividere le immagini degli altri senza autorizzazione sulla app social abbinata agli occhiali Facebook View. Tutto in regola.<br />
Tutto in regola per il primo utilizzo dei dati ma per il secondo utilizzo o secondary use? Cosa farà Facebook con i metadati liberati dall’attività dell’utilizzatore degli occhiali?</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/17/rayban-stories-perche-avranno-successo-e-perche-servono-i-neurodiritti/">RayBan Stories. Perché avranno successo e perché servono i neurodiritti</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/controllo-mentale-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Piccolo manichino che legge un libro sul controllo mentale" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2572" class="elementor elementor-2572">
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									<p><em>I RayBan Stories, frutto della collaborazione di Facebook con Luxottica, saranno un successo perché seducono la nostra mente. Una foggia storica, vincente da decenni, icona nelle nostre menti dell’occhiale da sole per eccellenza. Quando dobbiamo disegnare o pensare all’occhiale da sole arriva subito l’immagine dei RayBan. Tanto basterà, per spianare la strada alla tecnologia e ai secondary uses sui metadati prodotti dall’occhiale già re degli intelligence wereables.</em></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Rayban Stories e privacy</span></h4><p>La privacy dei terzi? Esiste il vademecum fornito ad ogni acquirente sul corretto trattamento dei dati: non videoregistrare o fotografare negli ambulatori medici o in fila di fronte a un bancomat o nei luoghi di culto; evitare di condividere le immagini degli altri senza autorizzazione sulla app social abbinata agli occhiali Facebook View. Tutto in regola.</p><p> </p><h4><span style="color: #00a2dd;">Metadati e altre storie</span></h4><p>Tutto in regola per il primo utilizzo dei dati ma per il secondo utilizzo o secondary use?</p><p>Cosa farà Facebook con i metadati liberati dall’attività dell’utilizzatore degli occhiali?</p><p>Metadati come il tempo di registrazione, il numero di scatti, la durata media delle clip possono essere utilizzati – dichiara Facebook – per offrire “prodotti migliori e più personalizzati” ma questo cosa significa?</p><p>Appare una formula un po’ troppo generica per il nostro GDPR e comunque il sentore più preoccupante non è tanto la presumibile finalità di marketing ma una finalità assai più grave. La promozione della società della sorveglianza mediante lo studio delle nostre menti e la conseguente offerta seduttiva.</p><p>Ciò che deve preoccuparci maggiormente allora non è tanto la privacy dei terzi (che comunque è sacrosanta) ma piuttosto la privacy della mente dell’utilizzatore dell’occhiale. Si noti che l’accesso alla app Facebook View avviene con lo stesso account inerente al profilo registrato sul social network e quindi anche con la medesima Privacy Policy. Si noti altresì che tra le autorizzazioni richieste per la app vi è quella della geolocalizzazione. Salvo errori di comprensione o di informazione della scrivente, si potrebbe concludere che in merito al secondary use I metadati forniti dalla app Facebook View potrebbero essere corroborati da altre meta informazioni acquisite dall’uso del social network.</p><p>Così dal riutilizzo dei metadati liberato dall’attività di ciascuno degli utilizzatori, Facebook potrà scoprire che il nostro cervello reagisce con più scatti in una certa situazione piuttosto che in un’altra; che quando siamo in condizioni precarie (impossibilità di usare le mani) i tempi di concentrazione migliorano (tempo di registrazione); che la durata media delle clip degli utenti che si trovano in luoghi caldi (geolocalizzazione) è superiore rispetto a quella degli utenti che si trovano in luoghi freddi o viceversa; e chissà cos’altro.</p><p>Una volta scansionate le reazioni del cervello di tanti utenti dei RayBan Stories (fase del neuro-monitoraggio) si potrebbe passare alla fase della “neuro-riprogrammazione”. Poniamo che secondo gli algoritmi predittivi, una certa reazione (tanti scatti o maggiore durata registrazione eseguite dall’utente valutato dall’intelligenza artificiale quale utente più dotato) in una certa situazione possa ipoteticamente produrre una qualità migliore dell’esperienza vissuta in quel determinato momento. Pertanto questa predizione potrebbe suggerire, per il “bene” (???) dell’utente meno dotato, di riprogrammarne (brain writing) la mente tramite tecniche neuro-seduttive affinchè possa anche lui fruire in modo migliorativo della propria esperienza.</p><p>In questa storia (di pura fantasia dello scrivente autore) non esiste la tutela della privacy mentale contro l’invasività delle neurotecnologie. Ecco dunque emergere la necessità di lavorare in senso trasversale alla promozione dell’affermazione dei neuroditti come ulteriore baluardo della privacy e delle nostre vite.</p><p> </p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2023/12/Deborah-Bianchi-316.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/deborah-bianchi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Deborah Bianchi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Deborah Bianchi è avvocato in diritto dell’internet da 15 anni. Responsabile dello Sportello dei Diritti Digitali di OdG Toscana. E’ autore delle monografie cartacee: “Internet e il danno alla persona” Giappichelli 2012; “Danno e Internet. Persona, Impresa, Pubblica Amministrazione”, Edizioni Il Sole 24 Ore, 2013; “Difendersi da Internet”, Edizioni Il Sole 24 Ore, 2014, “Sinistri Internet. Responsabilità e risarcimento” Edizioni Giuffrè 2016. E’ autore di pubblicazioni collettanee cartacee per Giuffrè, Utet e Cedam. E’ relatrice in corsi di formazione e convegni.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/deborah.bianchi.144" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Phone" target="_blank" href="tel:055%2032%2015%20826" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg height="512" class="sab-phone" role="img" viewBox="0 0 512 512" width="512" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><path d="m512.833707 108.630223c0-6.545455-1.212121-15.0909095-3.636363-25.6363641-2.424243-10.5454545-4.969697-18.8484848-7.636364-24.9090909-5.090909-12.1212121-19.878788-24.969697-44.363636-38.5454545-22.787879-12.36363641-45.333334-18.54545459-67.636364-18.54545459-6.545455 0-12.909091.42424242-19.090909 1.27272727s-13.151515 2.36363636-20.909091 4.54545455c-7.757576 2.18181818-13.515152 3.93939397-17.272727 5.27272727-3.757576 1.3333333-10.484849 3.8181818-20.181819 7.4545455-9.696969 3.6363636-15.636363 5.8181818-17.818181 6.5454545-23.757576 8.4848485-44.969697 18.5454545-63.636364 30.1818182-31.030303 19.1515151-63.090909 45.2727268-96.181818 78.3636368-33.090909 33.090909-59.2121214 65.151515-78.3636365 96.181818-11.6363637 18.666666-21.6969697 39.878788-30.1818182 63.636363-.7272727 2.181819-2.9090909 8.121212-6.5454546 17.818182-3.6363636 9.69697-6.1212121 16.424243-7.4545454 20.181818-1.3333333 3.757576-3.0909091 9.515152-5.27272729 17.272728-2.18181818 7.757575-3.69696969 14.727272-4.54545454 20.909091-.84848485 6.181818-1.27272727 12.545454-1.27272727 19.090909 0 22.30303 6.18181818 44.848484 18.5454545 67.636363 13.5757576 24.484849 26.4242425 39.272728 38.5454546 44.363637 6.060606 2.666666 14.3636364 5.212121 24.9090909 7.636363 10.5454545 2.424243 19.0909088 3.636364 25.6363638 3.636364 3.393939 0 5.939394-.363636 7.636363-1.090909 4.363637-1.454546 10.787879-10.666667 19.272728-27.636364 2.666666-4.60606 6.30303-11.151515 10.909091-19.636363 4.60606-8.484849 8.848484-16.181819 12.727272-23.09091 3.878788-6.90909 7.636364-13.393939 11.272728-19.454545.727272-.969697 2.848484-4 6.363636-9.090909s6.121212-9.393939 7.818182-12.909091 2.545454-6.969697 2.545454-10.363636c0-4.848485-3.454545-10.909091-10.363636-18.181819-6.909091-7.272727-14.424242-13.939393-22.545455-20-8.121212-6.060606-15.636363-12.484848-22.545454-19.272727s-10.363636-12.363636-10.363636-16.727273c0-2.181818.60606-4.90909 1.818181-8.181818 1.212122-3.272727 2.242425-5.757575 3.090909-7.454545.848485-1.69697 2.545455-4.606061 5.09091-8.727273 2.545454-4.121212 3.939393-6.424242 4.181818-6.909091 18.424242-33.212121 39.515151-61.69697 63.272727-85.454545 23.757576-23.757576 52.242424-44.848485 85.454545-63.272728.484849-.242424 2.787879-1.636363 6.909091-4.181818 4.121212-2.545454 7.030303-4.242424 8.727273-5.090909s4.181818-1.878788 7.454546-3.090909c3.272727-1.212121 6-1.818182 8.181818-1.818182 4.363636 0 9.939394 3.454546 16.727272 10.363637 6.787879 6.909091 13.212122 14.424242 19.272728 22.545454s12.727272 15.636364 20 22.545455c7.272727 6.909091 13.333333 10.363636 18.181818 10.363636 3.393939 0 6.848485-.848485 10.363636-2.545454 3.515152-1.69697 7.818182-4.303031 12.909091-7.818182 5.090909-3.515152 8.121212-5.636364 9.090909-6.363637 6.060606-3.636363 12.545455-7.393939 19.454546-11.272727s14.60606-8.121212 23.090909-12.727273c8.484848-4.60606 15.030303-8.242424 19.636363-10.909091 16.969697-8.484848 26.181819-14.90909 27.636364-19.272727.727273-1.69697 1.090909-4.242424 1.090909-7.636363z" /></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/17/rayban-stories-perche-avranno-successo-e-perche-servono-i-neurodiritti/">RayBan Stories. Perché avranno successo e perché servono i neurodiritti</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Accesso aperto all’informazione, fruibilità e comprensione: tre livelli per lo sviluppo della società</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/09/12/accesso-aperto-allinformazione-fruibilita-e-comprensione-tre-livelli-per-lo-sviluppo-della-societa/</link>
					<comments>https://www.mstudies.it/2021/09/12/accesso-aperto-allinformazione-fruibilita-e-comprensione-tre-livelli-per-lo-sviluppo-della-societa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Sep 2021 13:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/open-access-logo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />Alcuni membri della società civile, nonché alcuni ricercatori, confondono la possibilità di accesso alle pubblicazioni scientifiche con la fruibilità delle stesse e la conseguente possibilità di un “fraintendimento” dei non “addetti ai lavori”.</p>
<p>I piani sono, tuttavia, diversi, perché un conto è la possibilità di accesso, un altro la fruibilità e un altro ancora la comprensione.</p>
<p>La "possibilità di accesso" va intesa come tale: la disponibilità di consultazione di una pubblicazione.</p>
<p>La fruibilità riguarda, invece, quanto si riesce a utilizzare di quell’accesso e quanta gente riesce a raggiungere; diciamo che attiene alla possibilità di utilizzo dell’accesso.</p>
<p>La comprensione riguarda quanto riusciamo a cogliere e contenere delle informazioni messe a disposizione grazie alla possibilità di accesso e alla fruibilità che ci sono state offerte.</p>
<p>Compresi e separati i tre piani elencati (possibilità di accesso, fruibilità e comprensione), la possibilità di accesso è e deve essere la nuova normalità perché, come ribadito anche dall’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, “nessuno deve essere lasciato indietro” (e questo motto riguarda soprattutto la possibilità di accesso); approfondimenti, a tal riguardo, nel precedente articolo “L’accesso all’informazione è inclusione”.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/12/accesso-aperto-allinformazione-fruibilita-e-comprensione-tre-livelli-per-lo-sviluppo-della-societa/">Accesso aperto all’informazione, fruibilità e comprensione: tre livelli per lo sviluppo della società</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/open-access-logo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2547" class="elementor elementor-2547">
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									<p><em>Lavorando in un contesto di ricerca, mi è capitato di aver trattato l’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche percependo la sua valenza di inclusione. L’accesso aperto è un tema che rientra sotto il cappello più grande della scienza aperta. La possibilità di accesso alle pubblicazioni scientifiche funge da acceleratore delle scoperte scientifiche stesse e dell’innovazione.</em></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Accesso, fruibilità e comprensione</span></h4><p>Alcuni membri della società civile, nonché alcuni ricercatori, confondono la possibilità di accesso alle pubblicazioni scientifiche con la fruibilità delle stesse e la conseguente possibilità di un “fraintendimento” dei non “addetti ai lavori”.</p><p>I piani sono, tuttavia, diversi, perché un conto è la possibilità di accesso, un altro la fruibilità e un altro ancora la comprensione.</p><p>La &#8220;possibilità di accesso&#8221; va intesa come tale: la disponibilità di consultazione di una pubblicazione.</p><p>La fruibilità riguarda, invece, quanto si riesce a utilizzare di quell’accesso e quanta gente riesce a raggiungere; diciamo che attiene alla possibilità di utilizzo dell’accesso.</p><p>La comprensione riguarda quanto riusciamo a cogliere e contenere delle informazioni messe a disposizione grazie alla possibilità di accesso e alla fruibilità che ci sono state offerte.</p><p>Compresi e separati i tre piani elencati (possibilità di accesso, fruibilità e comprensione), la possibilità di accesso è e deve essere la nuova normalità perché, come ribadito anche dall’<a href="https://unric.org/it/wp-content/uploads/sites/3/2019/11/Agenda-2030-Onu-italia.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">Agenda ONU 2030</a> per lo sviluppo sostenibile, “nessuno deve essere lasciato indietro” (e questo motto riguarda soprattutto la possibilità di accesso); approfondimenti, a tal riguardo, nel precedente articolo “<em><a href="https://www.mstudies.it/2021/07/26/laccesso-allinformazione-e-inclusione/">L’accesso all’informazione è inclusione</a></em>”.</p><p>Nel caso specifico si parla, infatti, di cultura in senso lato che è patrimonio dell’umanità tutta.</p><p>Chi sono i nemici dell’accesso? Sono coloro che confondono i piani (possibilità di accesso, fruibilità di accesso e comprensione).</p><p>La possibilità di accesso a un contenuto non corrisponde necessariamente alla sua fruibilità e comprensione. Tuttavia, in mancanza di accesso i due piani successivi sono irraggiungibili.</p><p>Ed è quanto accade con l’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche.</p><p> </p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Principi Open Access</span></h4><p>L’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche è meglio conosciuto come Open Access.</p><p>Fino a ora non tutte le pubblicazioni scientifiche sono state ad accesso aperto, ovvero disponibili al pubblico, senza restrizioni.</p><p>Alcune università ed enti di ricerca hanno reso disponibili molte pubblicazioni scientifiche ai loro dipendenti grazie a costosissimi abbonamenti a riviste scientifiche pubblicate da famosi editori commerciali.</p><p>Questo però, per intendersi, non è accesso aperto.</p><p>Esclude, infatti gran parte della società civile ma anche quei paesi e quelle università che non possono permettersi quei costosissimi abbonamenti.</p><p>L’accesso aperto (Open Access) alle pubblicazioni scientifiche riguarda la possibilità che chiunque possa leggere quegli articoli senza dover pagare cifre ingenti a singolo articolo.</p><p>E anche vero che, a volte, per pubblicare in Open Access, è comunque chiesto agli autori stessi di dover pagare un contributo, che può esser piuttosto oneroso (le famose APC: <em>Article Processing</em> <em>Charge</em>) per rendere il proprio articolo gratuitamente disponibile a chi legge.</p><p>Occorre, d’altra parte, <a href="https://www.techeconomy2030.it/2020/03/23/open-science-e-una-necessita-non-una-noia-burocratica/" rel="nofollow noopener" target="_blank">sottolineare che solo il 27%</a> delle riviste Open Access chiede agli autori di pagare per rendere Open Access la propria pubblicazione; le altre sono libere sia per chi legge che per chi pubblica. Si tratta, a volte, di riviste meno ambite dai ricercatori e questo ha a che vedere con i criteri di valutazione della ricerca che si accenneranno più avanti.</p><p>Quali sono i punti fondanti dell’accesso aperto (Open Access) alle pubblicazioni scientifiche?</p><p>“<em><a href="https://www.unipa.it/I-principi-dellOpen-Access/" rel="nofollow noopener" target="_blank">I principi da cui prende vita il movimento dell’Open Access sono i seguenti</a>:</em></p><ul><li><em>la conoscenza è un bene comune;</em></li><li><em>i risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici devono essere pubblicamente disponibili;</em></li><li><em>la libera circolazione del sapere è linfa vitale per la ricerca scientifica perché aumenta visibilità, reputazione e citazioni;</em></li><li><em>la comunicazione scientifica è una grande conversazione: più voci hanno accesso alla ricerca, più vivo sarà il dibattito e più rapidi i progressi;</em></li><li><em>l’accesso ai risultati è necessario per far progredire la ricerca, che è un processo cumulativo, incrementale”</em>.</li></ul><p><a href="https://op.europa.eu/en/web/eu-law-and-publications/publication-detail/-/publication/9570017e-cd82-11eb-ac72-01aa75ed71a1" rel="nofollow noopener" target="_blank">In Europa in particolare</a>:</p><p><em>“La sfida per l’Europa è far sì che la scienza aperta diventi il modus operandi per tutti i ricercatori. La scienza aperta consiste nel condividere, il più rapidamente possibile, conoscenze, dati e strumenti nel processo di ricerca e innovazione (R&amp;I), in collaborazione aperta con tutti gli attori della conoscenza pertinenti, tra cui il mondo accademico, l’industria, le autorità pubbliche, gli utenti finali, i cittadini e la società in generale. La scienza aperta consente di migliorare la qualità, l’efficienza e l’impatto della R&amp;I, di aumentare la reattività alle sfide affrontate dalla società e far crescere la fiducia di quest’ultima nel sistema scientifico”.</em></p><p>Esattamente come l’arte, la scienza è patrimonio dell’umanità; questo vuol dire che pur essendo coscienti che non tutti siano in grado di comprenderla e/o apprezzarla allo stesso modo, l&#8217;accessibilità deve essere garantita senza distinzioni.</p><p>Pertanto, <a href="https://www.scienceeurope.org/media/4kxhtct2/se_poa_pos_statement_web_final_20150617.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">la possibilità ci deve essere</a>.</p><p>Su questo, i principi del movimento Open Access, sopra elencati, sono molto chiari.</p><p>Non solo: è un obbligo!</p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">L’obbligo europeo all’accesso aperto</span></h4>
<p>Come si legge dal sito della Commissione europea in merito al nuovo programma quadro per la programmazione 2021-2027, <em><a href="https://ec.europa.eu/info/research-and-innovation/funding/funding-opportunities/funding-programmes-and-open-calls/horizon-europe_en" rel="nofollow noopener" target="_blank">Horizon Europe</a> </em>(che si occupa di finanziare ambiziosi progetti di ricerca e di innovazione con <a href="https://ec.europa.eu/info/research-and-innovation/funding/funding-opportunities/funding-programmes-and-open-calls/horizon-europe/european-partnerships-horizon-europe_en#documents" rel="nofollow noopener" target="_blank">specifiche regole di partenariato</a>), la politica della scienza aperta prevede l&#8217;accesso aperto obbligatorio (<em>mandatory</em>) alle pubblicazioni, e i principi della scienza aperta applicati in tutto il programma (<a href="https://ec.europa.eu/info/files/horizon-europe-open-science-early-knowledge-and-data-sharing-and-open-collaboration_en" rel="nofollow noopener" target="_blank">Factsheet: Open science in Horizon Europe</a>&nbsp;“<strong><em>Open science policy</em></strong><em>: Mandatory open access to publications and open science principles are applied throughout the programme</em>).</p>
<p><em>“Horizon Europe fisserà una nuova norma per la diffusione delle conoscenze e delle competenze nelle società europee. Grazie a requisiti di accesso aperto chiari e immediati per i beneficiari, alla piattaforma di pubblicazione Open Research Europe e a un cloud europeo per la scienza</em></p>
<p><i>aperta rafforzato, la scienza aperta sta diventando una realtà”</i><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>.</p>
<p>L’accesso aperto alle pubblicazioni scientifiche<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a> è sotto il grande cappello della scienza aperta (<em><a href="https://beopen-project.eu/storage/files/cr-jt-andquot-acces-ouvert-publication-scientifique-et-plan-sandquot-5-fevrier-2019-2019-03-28.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">Open Science</a></em>) che include anche la cosiddetta &#8220;<em>citizen science</em>&#8221; (scienza con i cittadini).</p>
<p>“La citizen science è il coinvolgimento del pubblico nella ricerca scientifica &#8211; sia che si tratti di ricerca guidata dalla comunità o di indagini globali (“<em><a href="https://citizenscience.org/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Citizen science&nbsp;is the involvement of the public in scientific research – whether community-driven research or global investigations</a></em>”)”.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Una immotivata contrapposizione tra addetti ai lavori, cittadini e portatori di interesse</span></h4><p>Resta il problema della comprensione degli articoli scientifici. Chiaro che non sono alla portata di tutti. Tuttavia, con l’accesso aperto a tutti, le possibili incomprensioni non possono durare in quanto possono essere subito smontate in virtù della disponibilità e interazione del pubblico con gli addetti ai lavori (non molto diverso dal principio di Wikipedia, per intendersi).</p><p>Persisterebbero se la scienza fosse chiusa. Con la scienza aperta anche le incomprensioni (che ci sono, nessuno lo nega!) hanno scarsa durata e, magari, possono persino divenire oggetto di nuove, future ricerche.</p><p>Resistenze e incomprensioni, anche da parte degli stessi esperti del settore, lasciano intravedere posizioni polarizzate.</p><p>Forse perché non è del tutto chiaro cosa voglia essere la “scienza con i cittadini”: significa “collaborazione” e non “contrapposizione” e/o tentativi di sostituzione agli addetti ai lavori.  Si basa sul principio del valore aggiunto dato dal supporto agli addetti ai lavori da parte di chi è direttamente coinvolto.</p><p>“<a href="https://www.osservatoriomalattierare.it/malattie-rare/adrenoleucodistrofia/9288-l-eredita-dell-olio-di-lorenzo-e-la-storia-del-comitato-italiano-progetto-mielina" rel="nofollow noopener" target="_blank">L&#8217;olio di Lorenzo</a>” è un esempio dei risultati di questa collaborazione tra addetti ai lavori e portatori di interesse, sebbene venga, invece, utilizzato, erroneamente, come esempio di contrapposizione.</p><p>Tale collaborazione non sarebbe stata possibile con pubblicazioni non accessibili ai non addetti ai lavori.</p><p>E si tratta di collaborazione, non sostituzione.</p><p>Su questo occorre essere chiari dato che i soggetti che confondono i piani di cui sopra (accesso, fruizione, comprensione) sono più propensi a pensare a una contrapposizione invece che a una collaborazione.</p><p>Forse non siamo ancora abituati a questo nuovo modo di pensare (in termini di collaborazione di tutti i soggetti e non solo degli addetti ai lavori) e a quella che sta diventando, sotto i nostri occhi (e senza che molti ancora se ne accorgano) la “nuova normalità” (<a href="https://lawtech.jus.unitn.it/publications/pubblicato-il-saggio-accesso-e-diffusione-della-conoscenza-universita-open-by-default-di-g-bincoletto-nel-libro-collettivo-universita-che-vorremmo/" rel="nofollow noopener" target="_blank">la scienza aperta</a>), perché siamo stati abituati a un bisogno ossessivo di sicurezza che rischia di farci fraintendere la questione della comprensione.</p><p>Il fraintendimento porta ad attacchi volti verso le persone e alla svalutazione delle stesse, dimenticando una regola base della comunicazione che è quella di essere, semmai, “duri” con il problema e non con le persone.</p><p>E la confusione non aiuta a distinguere i piani e produrre delle analisi il più possibile oneste e scevre da pregiudizi.</p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Note</span></h4><p> </p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> <strong>Mariya Gabriel</strong>, commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani</p><p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> In questo articolo si passa spesso da Open Access (accesso aperto) a Open Science (scienza aperta) e si potrebbe essere portati a confonderli o a considerare le due cose quasi equivalenti. Non è così essendo, appunto, la scienza aperta un contenitore in cui c’è anche l’accesso aperto. Può essere d’aiuto <a href="https://e-archivo.uc3m.es/bitstream/handle/10016/29275/implementing_mendez_OSISW_2019.pdf?sequence=1&amp;isAllowed=y" rel="nofollow noopener" target="_blank">questo link.</a></p><p> </p>								</div>
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				</div>
		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/12/accesso-aperto-allinformazione-fruibilita-e-comprensione-tre-livelli-per-lo-sviluppo-della-societa/">Accesso aperto all’informazione, fruibilità e comprensione: tre livelli per lo sviluppo della società</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>Tutto sotto controllo. La (iper)complessità tra realtà e rappresentazione</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/09/03/la-ipercomplessita-tra-realta-e-rappresentazione/</link>
					<comments>https://www.mstudies.it/2021/09/03/la-ipercomplessita-tra-realta-e-rappresentazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Dominici]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 07:16:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Etica e tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/complessita-nuvole1100-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Nuvole dall&#039;alto" decoding="async" />Non è mai operazione semplice (sic), per tante ragioni e ordini di motivi, scrivere/parlare/dibattere di complessità, di sistemi complessi, di pensiero complesso – tentando di coniugare, e far coesistere, rigore metodologico  e obiettivi di divulgazione -, ma proverò a farlo senza avere alcuna pretesa di completezza e/o esaustività che, peraltro, si rivelerebbe, oltre che presuntuosa e inconcludente, anche piuttosto incoerente rispetto alla natura stessa dell’“oggetto” indagato (multidimensionale, ambivalente, non completamente “osservabile”- per non parlare dei cd “livelli” – termine non perfettamente adeguato – di complessità linguistica, descrittiva, comunicativa, computazionale); per non parlare del pensiero, dell’approccio, del metodo, dell’epistemologia/delle epistemologie che questo concetto richiama e intercetta. </p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/03/la-ipercomplessita-tra-realta-e-rappresentazione/">Tutto sotto controllo. La (iper)complessità tra realtà e rappresentazione</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/complessita-nuvole1100-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Nuvole dall&#039;alto" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2396" class="elementor elementor-2396">
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									<p></p>
<p>Non è mai operazione semplice (sic), per tante ragioni e ordini di motivi, scrivere/parlare/dibattere di <a href="https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom" rel="nofollow noopener" target="_blank">complessità, </a>di<a href="https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom" rel="nofollow noopener" target="_blank"> sistemi complessi,</a> di <strong><em>pensiero complesso</em></strong> – tentando di coniugare, e far coesistere, rigore metodologico  e obiettivi di divulgazione -, ma proverò a farlo senza avere alcuna pretesa di completezza e/o esaustività che, peraltro, si rivelerebbe, oltre che presuntuosa e inconcludente, anche piuttosto incoerente rispetto alla natura stessa dell’“oggetto” indagato (multidimensionale, ambivalente, non completamente “osservabile”- per non parlare dei cd “livelli” – termine non perfettamente adeguato &#8211; di complessità linguistica, descrittiva, comunicativa, computazionale); per non parlare del pensiero, dell’approccio, del metodo, dell’epistemologia/delle epistemologie che questo concetto richiama e intercetta. Proveremo a trattare ed argomentare, pur sinteticamente.</p>
<p>Altra premessa necessaria: tralasciando le consuete e, ormai, rituali premesse relative alla ben nota etimologia della parola (“complesso” come “tessuto insieme”) &#8211; sia chiaro: sempre necessarie ma, di per sé, insufficienti anche nel supportare e rafforzare tesi e argomentazioni &#8211; svilupperò soltanto alcune considerazioni di tipo teorico ed epistemologiche lasciando da parte, in questa sede, la dimensione fondamentale della ricerca sulla/nella complessità e sui sistemi complessi (adattivi): come noto, dimensione di vitale importanza per testare e ri-definire/ri-orientare la teoria/le teorie<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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									<p></p>
<p>Prima di<b> </b>tutto, non è inutile precisare come non esista dimensione della realtà fenomenica e delle nostre vite/esistenze che non sia “complessa”. Il che non vuol dire “più difficile” o appartenente ad un “ordine di grandezza superiore”: una cellula, un insetto, una foglia, un fiore, una pianta, il cervello (forse, il sistema più complesso in assoluto), un’organizzazione, un sistema sociale, sono organismi complessi, sono complessità e sono caratterizzati dalla complessità, con tutto ciò che questo comporta.</p>
<p>Non è inutile ribadire/riaffermare, fin da subito, come&nbsp;la “complessità”<a href="#_ftn2">[2] </a>sia dimensione costitutiva, strutturale, connotativa, del reale, del Sociale, della Vita – anche, e soprattutto, nelle sue dimensioni “non osservabili”, emergenti, non (immediatamente) misurabili, men che meno in termini quantitativi – e, più in generale, della realtà fenomenica che tentiamo di indagare, esperire, vivere; una realtà fenomenica in cui “tutto è relazione”, “tutto è interdipendente”, in cui le cd. “proprietà emergenti” &nbsp;(non manifestandosi fin dall’inizio, si rivelano non immediatamente osservabili e riconoscibili) giocano sempre un ruolo determinante; una realtà fenomenica in cui anche i singoli “oggetti” vanno/andrebbero visti/riconosciuti come “sistemi” e come “relazioni”; una realtà fenomenica in cui le dimensioni/i livelli “micro” e le dimensioni/i livelli “macro” dei fenomeni sono strettamente collegate/i e correlate/i tra di loro e con gli ambienti/ecosistemi di riferimento [si veda, in tal senso, anche la recente “pandemia”, vera e propria emergenza globale e sistemica che ha riaffermato, ancora una volta, e se ancora ce ne fosse bisogno, la radicale interdipendenza e interconnessione di tutti i fenomeni, le dinamiche, i processi]. Come non ricordare, a tal proposito, la celebre metafora (teoria e studi) del “<a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/teoria-del-caos_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/" rel="nofollow noopener" target="_blank">battito d’ali di farfalla</a>”.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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									<p></p>
<p>Eppure, nonostante la letteratura scientifica di riferimento, sulla complessità e sui sistemi complessi, sia sterminata e datata, continuiamo ad ignorare molti aspetti ed implicazioni, non soltanto etiche ed epistemologiche. Fondamentale, in tal senso, essere quanto più possibile chiari ed espliciti: la “complessità”, come proverò ad argomentare &#8211; seppur con tono divulgativo, in questa sede – non è una “dimensione”, come dire, “esterna” alle nostre vite, alle organizzazioni ed ai sistemi che tentiamo di abitare (1995); e non è una dimensione (ripeto) esterna, magari, riconosciuta e/o percepita (si pensi al ruolo fondamentale delle culture del rischio e dell’emergenza) come più o meno minacciosa/pericolosa/destabilizzante per le nostre vite/ambienti/ecosistemi; insomma, non si tratta di una dimensione, quasi di un’“entità” astratta (a leggere alcuni libri/articoli…) che, di volta in volta, può/potrebbe manifestarsi, costringendoci a rimettere tutto in discussione o, peggio ancora, non si tratta, evidentemente, di un concetto-soluzione da evocare, magari, per gettare fumo negli occhi e/o rassicurare di avere sempre una soluzione (semplice) per qualsiasi problema. Non si tratta, evidentemente, di questo.</p>
<p>Come mi è capitato di ripetere anche recentemente: connotata strutturalmente da proprietà emergenti &#8211; “non osservabili”, almeno inizialmente &#8211; e caratterizzata da una radicale interdipendenza e interconnessione delle “parti” (“oggetti” che sono sempre “relazioni”) che la costituiscono, è capace di generare e auto-organizzarsi. Irrefrenabilmente dinamica, irreversibile, imprevedibile, eterogenea e dissipativa nelle sue evoluzioni non lineari e caotiche; in grado di tenere insieme tensioni, processi, fenomeni, conflitti, ambivalenze, contraddizioni, paradossi, dimensioni apparentemente inconciliabili. In grado di far coesistere ordine e caos, equilibrio e instabilità. Dialettiche aperte* e ossimori esistenziali, confini che saltano, completamente, a vantaggio di zone ibride e traiettorie indefinite e indefinibili. Impossibile gestirla e controllarla (1995) e, sia chiaro, non si tratta di una questione terminologica e/o di verbi/parole alla moda.</p>
<p>Dunque, stiamo parlando della <a href="https://mapsgroup.it/6memes/complessita-professor-dominici-parte1/" rel="nofollow noopener" target="_blank">(iper)complessità che è caratteristica essenziale degli aggregati organici</a>, in altre parole degli organismi viventi e dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: sistemi complessi adattivi, “aperti”, molto ben strutturati, capaci di generare e di auto-organizzarsi, estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente/ecosistema di riferimento, costituiti da “parti” (anche eterogenee) che, nei loro molteplici livelli di connessione/interconnessione/interdipendenza/inter-indipendenza e nelle relative interazioni sistemiche (non lineari), condizionano il comportamento e l’evoluzione, non lineare, dei sistemi stessi e degli ecosistemi di riferimento.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<p>Ma la complessità, oltre a questa “dimensione”, concerne/riguarda/definisce anche un pensare, un pensiero (sistemico), un metodo, un’epistemologia dell’incertezza (Morin, 1973 e sgg.), del dubbio sistemico e sistematico, dell’errore (Dominici, 1995-1996 e sgg.), un approccio, uno sguardo “altro” sul reale e su ciò che definiamo e riconosciamo come realtà. Un pensiero, un sistema di pensiero, mi ripeto, uno sguardo “altro” che intende definire, evidenziare, riconoscere i molteplici livelli di interconnessione, retroazione e interdipendenza tra “oggetti” (che sono sempre “sistemi” e/o “relazioni”), tra i processi e tra i fenomeni del Sociale e del Vitale.</p>
<p>Proprio perché, come ci ha mostrato anche la recente emergenza globale e sistemica,  tutto è relazione, tutto è interdipendente, tutto è inter-indipendente (concetto di Panikkar) – non ci sono livelli di pensiero, analisi e azione che possono esser tenuti separati &#8211; e l’unica (forse) possibilità che abbiamo, come esseri umani, di abitare* o provare a governare (?) la ipercomplessità del mutamento in corso, è legata proprio alla nostra/nostre abilità/capacità (istruzione, educazione, formazione, ricerca) – nel lungo periodo &#8211; di ricomporre, di riconoscere i legami, le interazioni, le connessioni/le interconnessioni e i livelli di interdipendenza, di tenere insieme “qualcosa” che, per tante ragioni, continuiamo a tenere separato e disgiunto (si veda, in particolare, la tabella delle “false dicotomie” da me proposta alla metà degli anni Novanta).</p>
<p>E, in queste operazioni complesse, di “sintesi complessa”, le tecnologie, i computers, i sistemi di intelligenza artificiale, possono esserci di grande aiuto, anche in termini conoscitivi e non soltanto pratico-applicativi. Ma siamo e saremo sempre noi “umani” a fare la differenza!</p>
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												<figure class="wp-caption">
										<img loading="lazy" decoding="async" width="671" height="546" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/Figura1.jpg" class="attachment-large size-large wp-image-2433" alt="elenco differenze tra natura e cultura" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/Figura1.jpg 671w, https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/Figura1-300x244.jpg 300w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" />											<figcaption class="widget-image-caption wp-caption-text">Figura 1. : Healing the Fracture: “False Dichotomies” and the urgency of Rethinking Education (Dominici, 1995-2018)</figcaption>
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									<p></p>
<p>Già, proprio così, lungo, lunghissimo periodo: qualcosa che mal si coniuga con i tempi della Politica (oltre che con le conoscenze/competenze richieste) e dei cd “decisori” (a tutti i livelli della prassi organizzativa e sociale); anche da questo punto di vista, come ribadisco da molti anni, la “cultura della complessità” non può che essere una “cultura della responsabilità” e della prevenzione. Sottolineo, pur sinteticamente, questo aspetto, dal momento che, attualmente, molto spesso, la parola “complessità” viene utilizzata, in maniera, ancora una volta, fuorviante e ingannevole, per indicare processi cognitivi, decisionali e organizzativi di cui è, nella sostanza, praticamente impossibile individuare/riconoscere ruoli e responsabilità. Ma, evidentemente, non è assolutamente così!</p>
<p>Una complessità profondamente ambivalente, quella, appunto, degli organismi sociali, umani e viventi, che, per quanto significativamente articolata, ben organizzata e strutturata, sempre in grado di lasciar coesistere contraddizioni e conflitti, dialettiche e dicotomie apparentemente insanabili, trova/rivela, proprio in queste stesse caratteristiche e nella molteplicità, varietà, differenza ed eterogeneità dei suoi elementi costitutivi, oltre che nei loro comportamenti imprevedibili, anche tutta la sua fragilità. Una fragilità e un’imprevedibilità che sono anche alla base della irrefrenabile dinamicità di ciò che è “complesso”</p>
<p>[sia chiaro: anche una foglia è un sistema complesso. La complessità non riguarda le dimensioni fisiche o gli ordini di grandezza/complicazione di ciò che si analizza].</p>
<p>Il paradigma della civiltà ipertecnologica e iperconnessa, fondato sul presupposto della progressiva marginalizzazione dell’Umano che, da sempre, implica e porta con sé <a href="https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2019/11/03/lumano-e-lerrore-che-ne-esara-della-liberta-nella-civilta-ipertecnologica/" rel="nofollow noopener" target="_blank">le dimensioni essenziali dell’errore, dell’imprevedibilità</a> e, soprattutto, della responsabilità, <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?id=25826" rel="nofollow noopener" target="_blank">sembra poterci restituire anche una serie di rischiose illusioni</a> (razionalità, controllo, misurabilità, prevedibilità, eliminazione dell’errore).Tra soluzionismo tecnologico e datacrazia, tra nuovi riduzionismi e determinismi, all’insegna di una delega in bianco concessa, da tempo, alle tecnologie ed ai grandi interessi dietro, abbiamo controriformato le nostre istituzioni educative e formative nel tentativo, fuorviante e ingannevole, di poter simulare, misurare, prevedere, indirizzare, predeterminare tutto, anche il pensiero, le emozioni, i sentimenti, i comportamenti, le interazioni, le forme della socialità e la stessa vita. Confondendo, talvolta, educazione e indottrinamento, educazione e addestramento, e continuando ad educare e formare “<a href="http://www.lsdi.it/2021/prepararsi-allimprevedibilita/" rel="nofollow noopener" target="_blank">meri esecutori di funzioni e di regole”</a> (Dominici, 1995, 1996-2019 e sgg.), continuiamo a tenere separato qualcosa che è profondamente unito e interdipendente, incapaci di cogliere l’insieme, i legami, le connessioni, la bellezza, l’inatteso, l’imprevedibile, l’ignoto e, soprattutto, la natura sistemica e caotica del loro manifestarsi.</p>
<p>In altri termini, come affermato in tempi non sospetti, continuiamo a tentare d’ingabbiare tutta la complessità dell’umano e del sociale, la vitalità dello spirito e del “non osservabile”, in modelli e formule matematiche, in sequenze infinite di dati e numeri, in molecole, sinapsi, ormoni, reazioni chimiche. La crescita esponenziale delle opportunità di osservare, rappresentare, visualizzare e conoscere la realtà, unita alla realizzazione di strumenti di analisi, rilevazione ed elaborazione sempre più sofisticati e affinati, sembra averci fatto un po’ smarrire sia la consapevolezza del carattere probabilistico e relativistico della conoscenza e dei saperi, che l’importanza delle dimensioni, non soltanto epistemologiche ma esistenziali, del dubbio, dell’incertezza, dell’errore.</p>
<p></p>
<p>Nell’aspirazione illusoria di poter estendere, non soltanto al Sociale, ma anche alla dimensione del Vitale, un controllo e una razionalità totali, cerchiamo di rappresentare e visualizzare anche ciò che non è visualizzabile: da sempre, ci spaventa molto la sola idea che qualcosa possa sfuggire al nostro “sguardo” e al nostro controllo. Ed è proprio questo atteggiamento che ci condanna <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?id=25826" rel="nofollow noopener" target="_blank">all’impreparazione ed all’eterna attesa del cigno nero</a> (antica metafora e classica razionalizzazione a posteriori), poco consapevoli di come proprio l’emergenza – e la capacità di auto-organizzazione &#8211; sia elemento connaturato ai sistemi complessi, al Sociale, alla Vita.</p>
<p></p>
<p>L’Umano e il Vitale – e i sistemi complessi &#8211; non sono riducibili né semplificabili, né tanto meno misurabili, prevedibili, gestibili fino in fondo. E così, al contrario, invece di separare e scomporre in parti, dovremmo provare ad osservare e a riconoscere la complessità, a ricomporre ciò che ci appare separato (educazione e formazione), a riconoscere ed evidenziare le connessioni e le relazioni sistemiche (conoscenza), la vitalità dello spirito, quell’essenziale che, con&nbsp;Il Piccolo Principe, è, appunto, ‘invisibile agli occhi’. Continuiamo ad alimentare fratture che non conducono alla conoscenza, bensì a quel senso di rassicurazione rispetto all’incertezza della vita e all’indeterminatezza del reale. È tempo di&nbsp;provare a risanarle nella consapevolezza della propria incompletezza e dell’urgenza di imparare ad&nbsp;abitare l’ipercomplessità, il caos e l’emergente emergenza. Per vedere e riconoscere gli “oggetti come sistemi” (1995 e sgg.), perché anche gli “oggetti” sono “relazioni”.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<p>La complessità, da qualche tempo, è ormai divenuta anche l’ennesimo concetto/tema/problema/parola-etichetta “alla moda”, di cui tutti, veramente tutti &#8211; e mi riferisco non soltanto alla politica, ai media e al discorso pubblico &#8211; parlano spesso banalizzandola e svuotandone il pensiero, l’approccio, lo “sguardo sul reale/sulla realtà”, perfino lo stesso significato. Anche tra chi studia e fa ricerca perché &#8211; ripeto da anni &#8211; non si può essere ‘esperti di tutto’.</p>
<p>Il fatto che tutti ne parlino/ne scrivano e se ne occupino, con più o meno rigore metodologico e/o (soprattutto) facendo/non facendo ricerca, presenta dei risvolti positivi in termini di potenziale/possibile cambiamento del clima culturale (concetto noto non soltanto nella Communication Research), su questioni di vitale importanza; ma, allo stesso tempo, può/potrebbe anche determinare effetti negativi e controproducenti, soprattutto nel restituire la sensazione/la percezione (illusoria) che si tratti di obiettivi, concetti, idee, visioni, metodologie, approcci, ormai conseguiti e (quasi) unanimemente riconosciuti.</p>
<p>Altro punto (molto leggero): continuiamo ad assistere ad un florilegio, non soltanto di definizioni (non tutte basate su attività di studio e ricerca), ma anche nell’utilizzo di verbi che accompagnano il concetto. Altro elemento, estremamente, indicativo delle tendenze di cui sopra.</p>
<p>C’è chi, non soltanto la vuole/la vorrebbe, di più “è certo di”, poterla “controllare/gestire” (questione che, noi umani, ci portiamo dietro da sempre e non smetteremo mai di farlo); chi la vuole/la vorrebbe “misurare” in tutte le sue dimensioni, anche con metodi rigorosi; e, già a questo livello di analisi, come la mettiamo con le “proprietà emergenti” e la capacità di auto-organizzazione? Si tratta di dimensioni sulle quali, proprio le cd. scienze esatte hanno detto moltissimo, negli anni.</p>
<p>Chi, invece, la vorrebbe “abbracciare”, chi “navigare”, chi vuole/vorrebbe “esercitarsi/allenarsi/addestrarsi” alla complessità. Chi, addirittura, ritiene di poterla “evitare” o di potersi “nascondere” da essa; ancora, chi pensa, e/o ha la certezza (le ‘ben note’ soluzioni semplici a problemi complessi → riduzionismi, determinismi e, oggi più che mai, “soluzionismo tecnologico”), di poterla addirittura “eliminare” o, comunque, “vincere” (tra i tanti, estremamente significativo l’utilizzo di questi due ultimi verbi).</p>
<p>Come se la complessità fosse, non soltanto un qualcosa di “esterno” rispetto a noi e a qualsiasi “osservatore”, ma fosse anche un oggetto/una caratteristica/un fenomeno/un processo, dal carattere temporaneo, transitorio e provvisorio, che, di volta in volta, può manifestarsi o scomparire.</p>
<p>E, fatto/elemento ancor più significativo, soprattutto, per chi svolge attività di ricerca, a vari livelli, e in vari campi/settori disciplinari, c’è anche chi la vorrebbe “osservare” come fosse un “osservatore esterno” e, magari, anche “neutrale”. Ma si potrebbero fare molti altri esempi.</p>
<p>La scelta del verbo, talvolta, è casuale, dettata soltanto dal voler produrre suggestioni, immagini e metafore, talvolta anche efficaci. O, più semplicemente, dal non voler citare studi e ricerche di altri studiose/i (logiche di sfrenata competizione e concorrenza, oltre che invidie varie, non mancano mai!).</p>
<p>In altri casi, va sottolineato, la scelta del verbo-azione è indicativa della visione/concezione/campo disciplinare/approccio, pensiero etc.</p>
<p>Spesso, la parola “complessità” viene utilizzata anche come sinonimo di “complicazione”, di “difficoltà” e di “più difficile” (appunto); in ogni caso, di un livello di azione e/o pensiero non realizzabile/i. Evocando il mio amico Edgar Morin, la parola complessità è divenuta, da “parola-problema”, una “parola-soluzione”.</p>
<p></p>								</div>
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									<p></p>
<p>Eppure, come noto, soprattutto per chi studia e fa ricerca (non soltanto in questi settori e relativamente a questi temi), la letteratura scientifica sulla complessità e i sistemi complessi è assolutamente sterminata, a dir poco sterminata, oltre che in buona parte ‘datata’; e si è lavorato moltissimo, negli anni, anche per provare a formulare una o più definizioni operative, in virtù e in conseguenza degli approcci e dei diversi campi disciplinari (vedi riferimenti bibliografici: ne ho inseriti una selezione).</p>
<p>Nella consapevolezza, che dovrebbe essere ormai consolidata (ma non è così), del dover fare i conti anche con la difficoltà di descrivere la complessità e, nello specifico, i sistemi complessi, pur rappresentandoli, per esempio, come “reti”. Una difficoltà descrittiva, legata a numerosi fattori e variabili da considerarsi (diversità ed eterogeneità dei nodi della rete/del sistema, diversità delle forme – sussistenza e sopravvivenza di ambienti/ecosistemi -,  diversità ed eterogeneità delle relazioni, variabilità dei nodi/delle unità, variabilità delle relazioni tra i nodi/tra le unità/tra gli elementi costitutivi, integrazione delle proprietà dei nodi/delle parti/degli elementi costitutivi, dinamiche caotiche, principio della gerarchia – sottosistemi interdipendenti, inter-indipendenza delle parti/unità etc. etc.), alla loro relazione sistemica, che si traduce in difficoltà predittiva. Perché la complessità e i sistemi complessi esibiscono, sempre, costantemente, “proprietà emergenti” e forme variabili.</p>
<p>Dicevo: una letteratura sterminata, oltre che multidisciplinare: contributi fondamentali sono arrivati, nel tempo, da tutti i campi disciplinari e di ricerca: dalla biologia alla fisica, dalla cibernetica alla filosofia, dall’economia alla sociologia, dalla chimica alla matematica, dalle scienze dell’educazione alla psicologia, dalla medicina agli studi organizzativi, per arrivare a tutte le scienze sociali, umane e della vita.</p>
<p>Ciò nonostante &#8211; come già detto &#8211; si continua a confondere, anche tra i cosiddetti esperti (?) e, talvolta, le/gli studiose/i, il “complesso” con (banalmente) “ciò che è difficile, più difficile”, <a href="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">il complesso con il complicato</a>, magari anche “più grande” nelle dimensioni e nelle estensioni, così come si continua ad associare la complessità alla genericità delle argomentazioni, all’assenza di precisione e/o di rigore metodologico e analitico nelle questioni trattate; allo stesso modo, si continuano a confondere i <a href="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">“sistemi complessi” con i “sistemi complicati”</a> (ne ho parlato, fin dalla metà degli anni Novanta, proponendo la definizione di “<a href="https://www.futuribles.com/en/article/piero-dominici-repenser-lecole-pour-comprendre-la-/" rel="nofollow noopener" target="_blank">errore degli errori</a>”); e, problema non irrilevante, si continua a contrapporre, alla complessità, la semplificazione…</p>
<p>Ma, come ripeto da oltre vent’anni, “l’opposto della complessità è il riduzionismo, non la semplificazione” (cit.); allo stesso modo, tuttavia, si continua a considerare la “semplificazione” un valore assoluto e non lo è…</p>
<p>Infatti, come abbiamo potuto verificare anche in questi ultimi anni, e nel corso della pandemia, <a href="https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2021/01/01/educating-for-the-future-in-the-age-of-obsolescence/" rel="nofollow noopener" target="_blank">non tutto è semplificabile</a> (o scomponibile nei suoi elementi costitutivi): <a href="https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2016/12/08/il-grande-equivoco-ripensare-leducazione-digitale-per-la-societa-ipercomplessa/" rel="nofollow noopener" target="_blank">l’educazione,</a> <a href="https://www.academia.edu/46089421/The_complexity_of_communication_The_communication_of_complexity_a_A_complexidade_da_comunica%C3%A7%C3%A3o_A_comunica%C3%A7%C3%A3o_da_complexidade" rel="nofollow noopener" target="_blank">la comunicazione</a>, <a href="https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?id=18265" rel="nofollow noopener" target="_blank">il rischio, l’emergenza,</a> la loro gestione, <a href="https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2018/06/03/educare-alla-complessitaperche-democrazia-e-complessita-1995/#:~:text=%C2%ABDemocrazia%20%C3%A8%20complessit%C3%A0%20(Dominici%2C,pu%C3%B2%20sempre%20comportare%20dei%20rischi." rel="nofollow noopener" target="_blank">la Politica, la democrazia</a>, la stessa Vita &#8211; solo per fare alcuni esempi &#8211; non sono semplificabili, tantomeno riducibili e/o riconducibili a formule matematiche e/o infinite sequenze di dati, pur sempre utili e strategiche. Tutto ciò non esclude anzi, quasi paradossalmente, rafforza da sempre l’aspirazione degli esseri umani a tentare controllare in maniera totale e semplificare, quanto più possibile, ogni cosa.</p>
<p>Abbiamo molti limiti, siamo vulnerabili e segnati da un’incompletezza originaria (ontologica, esistenziale) che ci segna ma che, allo stesso tempo, ci spinge ad essere creativi ed usare l’immaginazione.</p>
<p>Ormai &#8211; mi ripeto – anche la complessità è divenuta l’ennesimo “tema alla moda”, la parola chiave, l’etichetta da inserire in qualsiasi testo e/o discorso, ovunque. E non possiamo che impegnarci per un cambiamento culturale e sistemico che non potrà che verificarsi nel lungo, lunghissimo periodo. Ma servono, svolte radicali, alla radice, e non scorciatoie.</p>
<p>Anche perché &#8211; sia chiaro &#8211; su tali temi e questioni, si può lavorare (si lavora!) e ‘fare’ ricerca scientifica in maniera seria e rigorosa, oltre che (necessariamente) multi/inter/trans-disciplinare<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<p>Come già accennato, pur non avendo alcuna pretesa di esaustività e/o completezza, ci sarebbe, ancora, da dire/scrivere moltissimo, ma debbo già scusarmi per la lunghezza del testo e, questa volta, fermarmi.</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<h2 class="elementor-heading-title elementor-size-default"><b>Note</b></h2>				</div>
				</div>
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Quello della “teoria/delle teorie” è livello fondamentale al pari della pratica/ricerca. Livello fondamentale, sottovalutato/svalutato come quelli <a href="https://pierodominici.nova100.ilsole24ore.com/2020/04/06/tempi-duri-durissimi-anche-per-il-pensiero/" rel="nofollow noopener" target="_blank">del “pensare”, del “pensiero”, del “sistema di pensiero”</a>. Rinvio ad un saggio abbastanza recente, qui per LSDI “<a href="http://www.lsdi.it/2017/potenza-e-pratica-della-teoria/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Potenza e pratica della Teoria</a>” </p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> numerose le dimensioni correlate da considerarsi e funzionali ad una sua definizione, mai esaustiva e completa, per evidenti ragioni: indica (e definisce) l’interdipendenza, l’interconnessione, <em>l’inter-indipendenza</em> di parti/unità/elementi/attori/processi/dinamiche/interazioni; indica e definisce i livelli di connessione, la pluralità e l’eterogeneità, la varietà, talvolta l’irregolarità e l’imprevedibilità dei comportamenti e delle azioni, di parti/unità/elementi/attori/processi coinvolti; ma, indica e definisce anche l’irrefrenabile dinamicità dei sistemi e della Vita, la relazione sistemica tra le parti e tra le parti e il “tutto”, la costante e continua “emergente emergenza” – così l’ho definita – che, ancora una volta, caratterizza i sistemi caotici, i sistemi complessi, tutti gli aggregati organici e le forme di vita/del Sociale etc. Tuttavia, come proverò ad argomentare, la “complessità” è/indica/definisce anche un “approccio” (multi/inter/trans-disciplinare), un “pensiero sistemico”, un “metodo”, uno “sguardo sul reale/sulla realtà”, una “epistemologia dell’interdipendenza”* e, per molti studiosi, anche un “paradigma” ed una “Scienza” in via di costituzione</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> <a href="https://eujournalfuturesresearch.springeropen.com/articles/10.1007/s40309-017-0126-4" rel="nofollow noopener" target="_blank">multi/inter/trans-disciplinarità</a>: altra enorme criticità che segna le nostre istituzioni educative e formative, fondate su logiche di separazione e reclusione dei saperi (cit.) che, di fatto, ostacolano apertamente certi presupposti, fondamentali per la conoscenza e la stessa ricerca.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Tra i vari progetti di ricerca-azione internazionali su tali questioni, e che partono da tale approccio/epistemologia, segnalo quelli portati avanti con la <i>World Academy of Art and Science</i> (WAAS) <a href="http://worldacademy.org/" target="_blank" rel="noopener nofollow" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://worldacademy.org/&amp;source=gmail&amp;ust=1631049187038000&amp;usg=AFQjCNHIaTHK7xUulPtusyHRObYXQNlpTA">http://worldacademy.org/</a> e UN Office at Geneva e, tra gli europei, questo (2020-1-SE01-KA203-077872) finanziato dalla Commissione Europea (tre anni) “<i>CoSy Thinking</i>” <a href="https://cosy.pixel-online.org/index.php" target="_blank" rel="noopener nofollow" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://cosy.pixel-online.org/index.php&amp;source=gmail&amp;ust=1631049187038000&amp;usg=AFQjCNEqBPIoun59dBY3TMecBZb-fURdIw">https://cosy.pixel-online.org/<wbr />index.php</a> (Complex Systems Thinking)</p>
<p></p>								</div>
				</div>
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					<div id="elementor-tab-content-2111" class="elementor-tab-content elementor-clearfix" data-tab="1" role="region" aria-labelledby="elementor-tab-title-2111"><p> </p>
<p>Augurandomi possano interessarvi condivido i links a quattro pubblicazioni, di cui una divulgativa (la voce saggio per Treccani, pubblicata nel 2018).</p>
<ol>
<li><em><a href="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html" rel="nofollow noopener" target="_blank">La complessità della complessità e l’errore degli errori</a>”<br /></em>#Treccani</li>
</ol>
<ol start="2">
<li><em><a href="https://www.academia.edu/44785185/Controversies_about_Hypercomplexity_and_Education_cvs_15_11dom" rel="nofollow noopener" target="_blank">Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era</a>”</em></li>
<li><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s40309-017-0126-4" rel="nofollow noopener" target="_blank">For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in European Journal of Future Research</a></li>
<li><em><a href="https://www.cadmusjournal.org/article/volume-4/issue-3/educating-for-the-future in CADMUS" data-wplink-url-error="true" rel="nofollow noopener" target="_blank">Educating for the Future in the Age of Obsolescence</a> </em></li>
<li><a href="https://www.academia.edu/44790536/Fake_News_and_Post_Truths_The_real_issue_is_how_democracy_is_faring_lately" rel="nofollow noopener" target="_blank"><em>Fake News and Post-Truths?The “real” issue is how democracy is faring lately</em></a><br />An approach and research since 1995<br />#PeerReviewed</li>
</ol>
<p>___________________________</p>
<p>Segnalo e condivo volentieri l’articolo del mio amico e collega Mauro Magatti, sul <em>Corriere della Sera</em> del 20 agosto 2021. Titolo dell’articolo: “<a href="https://www.corriere.it/opinioni/21_agosto_20/vaccini-dobbiamo-accettare-complessita-vincerla-186d9502-01da-11ec-9259-e06a1abb2d03.shtml" rel="nofollow noopener" target="_blank"><em>Vaccini. Dobbiamo accettare la complessità per vincerla</em></a>” (suggerisco, come sempre, di non fermarsi al titolo o all’immagine che lo accompagna).</p>
<p>Concordo con la sua riflessione relativa alla “complessità” (evocato, in maniera corretta, Edgar Morin), soprattutto alla dimensione complessa delle questioni, e (relativa) al pensiero, allo “sguardo” sul reale/sulla realtà, all’approccio, che sono richiesti, necessari. Ma anche alla dimensione (strategica) della responsabilità, strettamente correlata.</p>
<p>Proprio con riferimento alla responsabilità, la mia ‘proposta’, in tal senso, qui in una conversazione con l’HuffPost (2017): “<a href="https://www.huffingtonpost.it/2017/05/04/al-festival-della-complessita-la-lezione-di-piero-dominici-il_a_22069135/" rel="nofollow noopener" target="_blank"><i>La cultura della complessità come cultura della responsabilità</i></a>” (cit.)</p>
<p>Sinceramente, invece, mi convince poco &#8211; per numerose ragioni espresse in studi e pubblicazioni (negli anni) &#8211; ma ne dibatteremo, anche quest’anno, nelle attività seminariali e laboratoriali, non soltanto con Mauro Magatti &#8211; l’idea/la visione che la complessità si possa “vincere” (ripeto, per tanti motivi; ma vale per tanti altri verbi-azione, molto utilizzati), anche se credo si sia trattato di titolo giornalistico, magari scelto dalla redazione.</p>
<p>Capitò anche a me, anni fa, con un’importante testata giornalistica nazionale (Il Sole 24 Ore), con la quale collaboro, che mi chiese di scrivere un articolo proprio sulla complessità. Il titolo dell’articolo da me proposto era “<a href="https://nova.ilsole24ore.com/frontiere/educare-alla-cultura-delle-complessita/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Educare alla cultura della complessità</a>”, ma il contributo fu pubblicato, nella versione cartacea, con un altro titolo “<em>Educare alla gestione della complessità</em>”. Questioni culturali e di pensiero/mentalità profonde, e non semplicemente la scelta di una parola/concetto differente. Talvolta/spesso il dibattito, un po’ a tutti i livelli, sembra ridursi a questo. Un problema esclusivamente di parole, neologismi, più o meno indovinati, una questione soprattutto nominalistica. Dimensioni importanti che, chiaramente, non possono esaurire le questioni evocate.</p>
<p>Continueremo a tornarci. Anche nelle prossime settimane: approfitto per ricordarlo, dopo un anno molto difficile e dopo averla annunciata già in passato &#8211; andrà in stampa la nuova monografia scientifica, con la prefazione di Edgar Morin, e con il seguente titolo: “<em>Oltre il cigno nero. Per una cultura della complessità e dell’errore nel tempo dell’imprevedibilità</em>”. Un titolo, parole, concetti, che, negli anni, ho utilizzato in numerosi congressi, nazionali e internazionali; un approccio, un’epistemologia e un metodo di ricerca su cui lavoro ormai da venticinque anni. Perché, come ripeto spesso, non si può essere esperti di tutto. A presto!</p>
<p>[Come molti sanno, la mia settima monografia era pronta da un anno e, per tante ragioni, anche di salute, ho dovuto, come si dice “rimetterci le mani” – non riesco a non essere rigoroso nelle “cose” che propongo e gli accadimenti di questo lungo anno hanno sconvolto tutto e tutti. Non potevo non tenerne conto]</p>
<p>Buon lavoro e buona ricerca a tutte/i!</p></div>
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												<a class="elementor-accordion-title" tabindex="0">Riferimenti bibliografici</a>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/piero-dominici2-150x150.jpg" width="100" height="100" srcset="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/09/piero-dominici2.jpg 2x" alt="Piero Dominici" class="avatar avatar-100 wp-user-avatar wp-user-avatar-100 alignnone photo" /></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/piero-dominici/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Piero Dominici</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Sociologo e filosofo, docente  e ricercatore universitario, Fellow della World Academy of Art and Science, UN Invited Expert and speaker, Direttore Scientifico dell’International Research and Education Programme <em>CHAOS</em>, Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali Umane e della Formazione &#8211; Università degli Studi di Perugia.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/09/03/la-ipercomplessita-tra-realta-e-rappresentazione/">Tutto sotto controllo. La (iper)complessità tra realtà e rappresentazione</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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		<title>L’accesso all’informazione è inclusione</title>
		<link>https://www.mstudies.it/2021/07/26/laccesso-allinformazione-e-inclusione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lombardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2021 14:34:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/onu2030-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="I 10 obiettivi per lo sviluppo sostenibile" decoding="async" />“Nessuno deve essere lasciato indietro” (“no one will be left behind”) è il motto dell’Agenda ONU 2030 (siglata nel 2015) per lo sviluppo sostenibile volto a garantire l’accesso in senso lato; garantire l’accesso all’informazione è esplicitato all’interno di uno dei 17 obiettivi dell’Agenda. Garantire l’accesso all’informazione è, inoltre, la missione principale delle biblioteche e della stampa, come affermato da Glória Pérez-Salmerón, Presidente della Federazione  Internazionale delle Associazioni ed istituzioni Bibliotecarie:<br />
"Il ruolo dell’informazione nelle nostre società non è mai stato così imponente. È un facilitatore, una materia prima, una fonte di innovazione e creatività. Dare a tutti l’accesso all’informazione significa assicurare che tutti abbiano l’opportunità di imparare, crescere e prendere decisioni migliori per se stessi e per chi li circonda”.</p>
<p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/07/26/laccesso-allinformazione-e-inclusione/">L’accesso all’informazione è inclusione</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/onu2030-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="I 10 obiettivi per lo sviluppo sostenibile" decoding="async" />		<div data-elementor-type="wp-post" data-elementor-id="2221" class="elementor elementor-2221">
						<section class="elementor-section elementor-top-section elementor-element elementor-element-abac870 elementor-section-boxed elementor-section-height-default elementor-section-height-default" data-id="abac870" data-element_type="section">
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				<div class="elementor-widget-container">
									<p><em>Mi sono sempre interessata alla questione dell’esclusione e degli esclusi e, tra questi, degli esclusi dai diritti. Lavorando in un contesto di ricerca, mi è capitato di assistere a vari eventi che vertevano sull’accesso alle informazioni e su Internet come diritto; fu folgorante alcuni anni or sono, a tal riguardo, l’incontro con Stefano Rodotà.</em></p><p><em>La riflessione sui media, sull’accesso e su Internet è, a ben vedere, una riflessione sui diritti.</em></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">L’accesso</span></h4><p>“<em>Nessuno deve essere lasciato indietro</em>” (“<em>no one will be left behind</em>”) è il motto dell’Agenda ONU<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> 2030 (siglata nel 2015) per lo sviluppo sostenibile volto a garantire l&#8217;accesso in senso lato; garantire l’accesso all&#8217;informazione è esplicitato all’interno di uno dei 17 obiettivi dell’Agenda. Garantire l&#8217;accesso all&#8217;informazione è, inoltre, la missione principale delle biblioteche<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> e della stampa, come affermato da Glória Pérez-Salmerón, Presidente della Federazione  Internazionale delle Associazioni ed istituzioni Bibliotecarie:<em><em>“Il ruolo dell&#8217;informazione nelle nostre società non è mai stato così imponente. È un facilitatore, una materia prima, una fonte di innovazione e creatività. Dare a tutti l&#8217;accesso all&#8217;informazione significa assicurare che tutti abbiano l&#8217;opportunità di imparare, crescere e prendere decisioni migliori per se stessi e per chi li circonda&#8221;</em>.</em></p><p>Infatti, nel riferirsi all’accesso alle informazioni, si adotta un approccio deliberatamente ampio, sottolineando l&#8217;importanza dell&#8217;accesso &#8220;significativo&#8221;. Questo accesso riflette la comprensione che la disponibilità fisica e legale delle informazioni non può fare la differenza se le persone non hanno le competenze, la fiducia e le condizioni sociali e culturali per applicarle, unendo, quindi, il lato dell’offerta a quello della domanda.</p><p>In altre parole, una connessione fisica a internet e le leggi che assicurano la trasparenza dei dati pubblici o l&#8217;accesso aperto alla ricerca finanziata pubblicamente, possono avere il loro pieno effetto solo se tutti sono in grado di usare pienamente queste informazioni.</p><p>Questo è un approccio che trova le sue radici nell&#8217;Agenda 2030. Essa fa riferimento all&#8217;accesso alle informazioni, più o meno esplicitamente, in 17 obiettivi, tra cui gli impegni per sviluppare le infrastrutture, promuovere le competenze, affrontare le disuguaglianze e promuovere le libertà.</p><p>Una parte fondamentale di questo rapporto si basa quindi su una rosa di indicatori che esplorano questi quattro aspetti, o &#8220;pilastri&#8221;, dell&#8217;accesso all&#8217;informazione: connettività fisica a internet, competenze, contesto sociale e culturale, e leggi.</p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Le Biblioteche</span></h4><p>Acquisendo, conservando e organizzando le informazioni e permettendo alle persone di leggerle e applicarle, le biblioteche sono state per molto tempo il cuore, il fulcro della nostra infrastruttura culturale e di ricerca. Sono custodi di gran parte del patrimonio documentario del mondo, così come la fonte delle materie prime per l&#8217;innovazione.</p><p>Hanno anche un&#8217;importante missione sociale. Nel XIX secolo, la costruzione di biblioteche faceva parte dello sforzo per educare e rendere capaci coloro che non facevano parte dell&#8217;élite garantendo una nuova offerta di servizi e di opportunità per tutti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p><p>Non avere la capacità di trovare, accedere, applicare e creare informazioni può troppo spesso rafforzare lo svantaggio sociale ed economico, che a sua volta può aumentare ulteriori barriere all&#8217;accesso alle informazioni.</p><p>Come mostra la <em>Library Map of the World dell&#8217;IFLA<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a></em>, ci sono almeno 2,3 milioni di biblioteche nel mondo che rappresentano un&#8217;enorme risorsa potenziale.</p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Accesso a Internet</span></h4><p>In Italia, il riconoscimento del diritto di accesso a Internet fu proposto per la prima volta dal giurista Stefano Rodotà nell&#8217;ambito dell’Internet <em>Governance Forum Italia</em> (IGF) del 2010.</p><p>Qui la tesi esposta:</p><p>«<em>Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale».</em></p><p>Dal suo saggio “<em>Il diritto ad avere diritti</em>”<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> al saggio, più specifico, “<em>Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a></em>  si apprende quanto il diritto di accesso a Internet fosse divenuto sempre più centrale nel pensiero di Rodotà sino a chiederne l’inserimento nella nostra Costituzione, possibilità su cui il noto giurista si interrogava sin dalla metà degli anni ’90.</p><p>Con la recente pandemia, si è palesato l’accesso a Internet in tutta la sua importanza, al punto da diventare lo strumento più concreto e idoneo per fruire degli altri diritti presenti in Costituzione: il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, fino ai più elementari diritti di cittadinanza; inoltre, è stato considerato dal diritto internazionale come “<em>patrimonio dell’umanità</em>”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a> da tutelare contro i suoi nemici<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p><p>Sempre in Italia, infatti, nel 2015, stesso anno dell’entrata in vigore dell’Agenda 2030, è stata approvata alla Camera la &#8220;<a href="https://www.repubblica.it/tecnologia/2015/11/03/news/diritti_in_internet_approvata_alla_camera_la_mozione_in_vista_dell_igf-126558837/" rel="nofollow noopener" target="_blank">Dichiarazione dei diritti in Internet</a>&#8221;  elaborato dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet a seguito di una consultazione pubblica, delle audizioni svolte e della riunione della stessa Commissione del 14 luglio 2015. La Dichiarazione, all&#8217;Art.2, recita:</p><p>&#8220;<strong>L’accesso ad Internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale.</strong>&#8221; </p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Internet, scuole, pandemia</span></h4><p>Considerato questo, dal <a href="https://www.istat.it/it/files//2021/03/BES_2020.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">rapporto BES 2020</a> dell’Istat relativo allo sviluppo equo e sostenibile in Italia, risulta che, sebbene gli istituti scolastici si siano attrezzati in varie forme di didattica a distanza e, nonostante gli sforzi di docenti e famiglie, l’8% dei bambini e ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado è rimasto escluso da una qualsiasi forma di didattica a distanza senza prendere parte alle video lezioni con la classe; in caso di alunni con disabilità tale percentuale si alza al 23%.</p><p>Avere nella propria abitazione una connessione e un PC diventa, pertanto, un requisito fondamentale per l’accesso all’istruzione.<br />L’impatto della didattica a distanza ha, quindi, inciso sulla popolazione studentesca già soggetta a profonde disuguaglianze sociali con conseguente aumento di abbandono scolastico nelle fasce più vulnerabili.</p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Accesso e migliori condizioni</span></h4><p>Come già evidenziato dalla <a href="https://www.lyondeclaration.org/content/pages/lyon-declaration-it.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">Dichiarazione di Lione del 2014</a> relativa all’accesso all’informazione e lo sviluppo che precede l’Agenda ONU 2030 del 2015, l’accesso all’informazione supporta lo sviluppo perché dà il potere alle persone, soprattutto a quelle ai margini della società.</p><p>Con questo potere esse possono:</p><ul><li>Esercitare i loro diritti civili, politici, economici sociali e culturali.</li><li>Essere attive, produttive e innovative dal punto di vista economico.</li><li>Imparare e applicare nuove abilità.</li><li>Arricchire la loro identità ed espressione culturale.</li><li>Prendere parte ai processi decisionali e partecipare ad una società civile attiva ed impegnata.</li><li>Creare soluzioni basate sulla comunità per rispondere alle sfide dello sviluppo</li><li>Assicurare affidabilità, trasparenza, buon governo, partecipazione e legittimazione.</li><li>Misurare il progresso dello sviluppo sostenibile negli impegni presi dal settore pubblico e privato.</li></ul><p>I costi del non accesso sono chiari: coloro che non hanno un accesso significativo all&#8217;informazione perdono opportunità di lavoro o imprenditoriali, non possono impegnarsi nella ricerca e nell&#8217;innovazione o nella vita civile, e sono impossibilitati a comunicare con amici, familiari e coloro che condividono i loro interessi.<br />Inoltre, la mancanza di accesso può tagliare le persone fuori dalla loro cultura e, al livello più elementare, dalle informazioni di cui hanno bisogno per prendere le decisioni più pertinenti per se stesse e le loro comunità.</p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
				</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Accesso alla scienza</span></h4><p>La possibilità di accesso in generale è inclusione e in questo senso si inserisce il dibattito sull’accesso ai vaccini durante la pandemia e la relativa possibilità di abolizione dei brevetti.</p><p>Ad esempio, nei brevetti delle università e degli istituti di ricerca pubblici sui vaccini, l’università, che è finanziata con fondi pubblici, brevetta e cede il brevetto all’impresa; ed è poi quest’ultima che lo immette sul mercato<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p><p>Nella storia dei vaccini anti-covid-19, come nella storia di altri farmaci, l’innovazione non sembra provenire dalle grandi imprese ma dalle università o dalle piccole imprese.</p><p>Considerazioni queste ispirate a vari articoli del <a href="https://www.robertocaso.it/wp-content/uploads/2021/03/Roberto-Caso-La-ricerca-sui-vaccini-tra-brevetti-e-accesso-aperto-2021.pdf" rel="nofollow noopener" target="_blank">prof. Roberto Caso</a>; seguendo questi ragionamenti, si può arguire che se i vaccini fossero, invece, basati sulla scienza pubblica e aperta, sarebbero le università e gli istituti di ricerca pubblici che, pubblicando le loro invenzioni, ne distruggono la novità e la possibilità di brevettare. In questo contesto sarebbe poi lo Stato a farsi carico dei test di sicurezza lasciando alle imprese la possibilità di produrre e di praticare prezzi concorrenziali.</p><p>Il brevetto, infatti, sposta l’asse decisionale dal potere pubblico al potere privato le cui decisioni sono orientate al al profitto<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a>.</p><p>Infatti, con la campagna vaccinale mondiale si è assistito a:<br />• meno dosi distribuite del previsto a livello di contratto;<br />• una ineguale distribuzione;<br />• paesi poveri in difficoltà.</p><p>Non diversamente accade per le pubblicazioni scientifiche. La possibilità di accesso e di fruibilità alle pubblicazioni scientifiche, ad esempio, velocizza le scoperte scientifiche stesse e l’innovazione, favorendo cura, salute e cultura delle società nel loro insieme.</p><p>La scienza aperta conosce queste dinamiche, le fa proprie, esattamente come fa proprio il motto “Nessuno deve essere lasciato indietro” dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.</p><p>Alcuni ricercatori confondono, ad esempio, la possibilità di accesso alle pubblicazioni scientifiche con la fruibilità delle stesse e la conseguente possibilità di un “fraintendimento” dei non “addetti ai lavori”.</p><p>I piani sono, tuttavia, diversi, perché un conto è la possibilità di accesso, un altro la fruibilità e un altro ancora l’interpretazione.</p><p>La recente pandemia ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto sia importante la possibilità d’accesso, esattamente come lo è la sua fruibilità che si comporta da acceleratore di ricerche e innovazione per un benessere comune sempre maggiore e capillarmente diffuso.</p><p>Compresi e separati i piani, l’accesso inclusivo è e deve essere la nuova normalità perché, appunto, “nessuno deve essere lasciato indietro”.</p><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>								</div>
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									<h4><span style="color: #00a2dd;">Note</span></h4><p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> https://unric.org/it/wp-content/uploads/sites/3/2019/11/Agenda-2030-Onu-italia.pdf</p><p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a>https://da2i.ifla.org/wp-content/uploads/da2i-2019-full-report.pdf</p><p><a style="font-size: 0.9em; background-color: var(--nv-site-bg); letter-spacing: 0px;" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Eliminata</p><p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a>Info reperibili qui: https://da2i.ifla.org/wp-content/uploads/da2i-2019-chapter2.pdf</p><p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://librarymap.ifla.org" rel="nofollow noopener" target="_blank">https://librarymap.ifla.org</a></p><p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> S. Rodotà, <em>Il diritto ad avere diritti, </em>Laterza, Roma, 2015</p><p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> S. Rodotà, <em>Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli, </em>Laterza, Roma, 2014</p><p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> V. Kiss, <em>La notion de patrimoine commun de l’humanit</em>é, in <em>Recueil des Cours de l’Académie dedroit international de la Haye</em>, CLXXV, Giuffrè, 1982, 99 ss.</p><p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Per un più ampio quadro, e anche per la prefazione scritta da S. Rodotà, si veda: A. Di Corinto, A. Gilioli, <em>I nemici della rete</em>, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano, 2010</p><p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Si veda, per ampliare il proprio orizzonte sul tema: M. C. Pievatolo, <em>Il mercante e il califfo: politiche della proprietà intellettuale</em>. Società italiana di filosofia politica, 2006, http://eprints.rclis.org/9861/</p><p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> S.Blume, M.Mezza, <em>Vaccini in balia delle logiche di mercato. Come il sole è stato privatizzato</em>, Rivista Il Mulino, 17 febbraio 2021</p>								</div>
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		<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.mstudies.it/wp-content/uploads/2021/07/lombardi.jpg" width="100"  height="100" alt="" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://www.mstudies.it/author/stefania-lombardi/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Stefania Lombardi</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Stefania Lombardi è PhD in Filosofia Morale con una tesi che ha trattato temi che vertevano sull’apolidia e la filosofia di Arendt, in cui traspare la sua antica e rinnovata passione per Shakespeare. Fa parte, dal 2014, della Giuria del Premio Nazionale di Filosofia.<br />
Il suo breve saggio, con supporto audiovisivo, “La società del surrogato” ha ricevuto una menzione speciale per l’edizione 2016 del premio internazionale “Catalunya Literaria”, classificandosi nella terna dei finalisti.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div><div class="saboxplugin-socials "><a title="Facebook" target="_blank" href="https://www.facebook.com/stefania.stefania.lom" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-facebook" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 264 512"><path fill="currentColor" d="M76.7 512V283H0v-91h76.7v-71.7C76.7 42.4 124.3 0 193.8 0c33.3 0 61.9 2.5 70.2 3.6V85h-48.2c-37.8 0-45.1 18-45.1 44.3V192H256l-11.7 91h-73.6v229"></path></svg></span></a><a title="Linkedin" target="_blank" href="https://www.linkedin.com/in/stefania-lombardi-207a2417/detail/photo/" rel="nofollow noopener" class="saboxplugin-icon-grey"><svg aria-hidden="true" class="sab-linkedin" role="img" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 448 512"><path fill="currentColor" d="M100.3 480H7.4V180.9h92.9V480zM53.8 140.1C24.1 140.1 0 115.5 0 85.8 0 56.1 24.1 32 53.8 32c29.7 0 53.8 24.1 53.8 53.8 0 29.7-24.1 54.3-53.8 54.3zM448 480h-92.7V334.4c0-34.7-.7-79.2-48.3-79.2-48.3 0-55.7 37.7-55.7 76.7V480h-92.8V180.9h89.1v40.8h1.3c12.4-23.5 42.7-48.3 87.9-48.3 94 0 111.3 61.9 111.3 142.3V480z"></path></svg></span></a></div></div></div><p>&lt;p&gt;The post <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it/2021/07/26/laccesso-allinformazione-e-inclusione/">L’accesso all’informazione è inclusione</a> first appeared on <a rel="nofollow" href="https://www.mstudies.it">Media Studies - Insieme per capire</a>.&lt;/p&gt;</p>
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